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Il fattore W
Un sacco di nuove uscite si stanno rincorrendo questi giorni e se teniamo conto anche di quelle che mi ero lasciato un po’ da parte durante la pausa estiva potrei avere argomenti di discussione già per tutto il 2012. Ma non si può essere completi e non ci tengo neanche così tanto. Chissà quanti bei dischi e belle canzoni mi saranno già sfuggiti. Però di questi tre album, a prescindere da discorsi di sorta, ci tenevo a parlarne anche se brevemente. Tre gruppi, tutti statunitensi. Wye Oak, The War on Drugs e Wilco. Tutti e tre, tra l’altro, inseriti nella nostra compilation autunnale. Il fattore W è tra noi.
I Wye Oak vengono da quella splendida città che è entrata di diritto nel mio cuore grazie alla serie tv The Wire. Non solo, ma Baltimora è famosa anche per avere una scena musicale di tutto rispetto, tra cui i Beach House che condividono con i nostri il fatto di essere un duo composto da una donna (dalle sembianze angeliche) e un uomo. Un caso? Sicuramente, visto che la musica delle due band non si assomiglia granché: più psichedelici i Beach House e dall’impianto più classicamente rock i Wye Oak. Ma saltando a piè pari inutili paragoni, il duo di Baltimora (bravo, quale? Il secondo che ho detto) ha sfornato di recente un album (Civilian, Merge 2011) decisamente gradevole che alterna pezzi più prettamente pop (Holy Holy e Two Small Deaths – la cui intro mi ricorda One Advice, Space dei dEUS) ad altri più cantautoriali (la bellissima title track, Civilian, ne è un perfetto esempio) ad altri più rock (come Dog’s Eyes – à la Garbage per inetendersi). Un disco dalle tinte malinconiche e dalle sonorità forse un po’ datate ma suonato, cantato e prodotto con tutti i crismi del caso. Pollice su.
Wye Oak – Holy Holy from Merge Records on Vimeo.

I The War on Drugs invece vengono da Philly, un po’ più a nord, ed hanno come illustre concittadino quel Kurt Vile di cui parlavamo tempo addietro. Anzi, per meglio specificare, Kurt Vile faceva parte della band e con essa condivide tutto un retroterra di suoni, parole e influenze che è impossibile non notare fin dal primo ascolto. Saranno la città, i capelli lunghi, le storie ascoltate ma il gruppo, capitanato da Adam Granduciel, e il cantautore sono più che imparentati. E se devo dire la mia Slave Ambient (Secretly Canadian, 2011) suona addirittura meglio del pur molto incensato Smoke Ring For My Halo del buon Kurt: più vario il suono, più completo e corposo, ma soprattutto questo disco ha la capacità di suscitare una vasta gamma di sensazioni che deriva forse dall’abilità di differenziare maggiormente le composizioni. Un disco coerente quello dei War On Drugs ma con degli assoluti highlight che lo lanciano in alto, lassù: la traccia di apertura Best Night, la springsteeniana I Was There, e la meravigliosa e bucolica Blackwater falls. Superbo.

I Wilco invece non hanno bisogno di alcuna presentazione. Gruppo della vita per molti, intoccabili mostri sacri a livello di R.E.M e Radiohead per altri, devo dire non mi hanno mai conquistato del tutto. Sì Yankee Hotel Foxtrot non si discute ma per il resto mi sono piaciucchiate solo cose sparse qui e là. Quelle più controverse per intendersi, come A ghost is born. E qui ci risiamo, appena i Wilco si allontanano dal seminato, puntualmente, la band di Jeff Tweedy e soci si fa spazio con prepotenza nei miei ascolti. The Whole Love (dBpm, 2011) si caratterizza da subito come qualcosa di diverso: la traccia d’apertura, Art of Almost – tra le migliori del disco, presenta massicci intarsi elettronici. Al contrario i pezzi seguenti sono privi di quella grandiosità tipica della composizione orchestrale di Tweedy: e così ecco delle perfette composizioni pop come Drowned on Me o Born Alone, la delicatezza di Black Moon e il rock’n’roll di Standing in O. Mentre più classicamente filologiche, ma sempre di buona fattura, sono pezzi come Capitol City e The Whole Love. E quando tutto sembra portare verso una conclusione tutto sommato pacifica e piatta ecco che Jeff ti spiattella il pezzone: One Sunday Morning, poetica ballata di dodici minuti priva di ritornello, incentrata sul loop continuo della melodia della strofa: un pezzo di struggente bellezza capace di far commuovere anche i più restii (sì lo so, sto esagerando). Stavolta i Wilco hanno fatto centro, andando a toccare le corde giuste. O meglio, le mie corde giuste. E degli altri chi se ne importa.
Wilco – Born Alone from Madmo on Vimeo.
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