Un atlante con le recensioni dei film che hanno fatto la storia del cinema

Prima parte dell’intervista a Rossella Frank

su Uncategorized da

Riportiamo una delle migliori interviste a Rossella Frank, nome d’arte di Rosa Antonia Falzacappa, attrice italiana scomparsa a Roma il 5 maggio del 2013.

1) Il sodalizio con De Lullo e Valli è durato quasi vent’anni. De Monticelli l’ha così definita: <<L’immagine più vistosa del gruppo, in qualche modo la bandiera. E’ passata attraverso questi anni col suo passo lungo di donna alta sullo sfondo delle scene di Pier Luigi Pizzi, fra i giradischi posati per terra e i letti disfatti delle commedie di Patroni Griffi, le lucide intelligenti caratterizzazioni di Romolo Valli, la drammaticità brusca e nevrotica della Guarnieri, i furiosi scoppi di comicità e sentimento di Elsa Albani, gli amici raffinati che sanno tutto di Proust, i salotti alti di Roma e Milano, i flirt più o meno clamorosi che inevitabilmente le attribuiscono: piano piano, ostinata, tranquilla, leggendo libri, perfezionandosi nelle lingue, comprando quadri, assimilando personaggi.>> Si riconosce in questa definizione?

Sì. Nel modo più assoluto. Quei vent’anni sono stati i vent’anni più belli della mia vita. Dalle parole di De Monticelli emerge un ritratto affascinante di un periodo che io ho vissuto in maniera totale, felice, circondata dal successo come donna e come attrice. Non cambierei niente di quei vent’anni. Ero la bandiera del gruppo: ero bella, brava, ammirata e circondata dall’affetto di tutti i miei compagni, che io adoravo.

2) De Lullo regista e De Lullo attore: quali le caratteristiche principali?

De Lullo attore era bello, romantico, schivo, delicato, elegante, ma non sempre riusciva ad essere completamente vero. A volte poteva risultare un po’ artefatto, ricercato. Non era facile per lui recitare; anzi stare in palcoscenico lo metteva, in un certo senso, a disagio. De Lullo regista invece era molto diverso: pignolo, rigoroso e diciamolo pure nevrastenico. Le prove erano interminabili, precisissime in tutte le azioni e in tutti i gesti. Egli riusciva ad incastonare a poco a poco lo spettacolo in una struttura, dalla quale era difficile uscirne e che resisteva certamente al logorìo delle repliche. Giorgio lavorava per questo; molti attori che per la prima volta sono entrati a far parte della nostra compagnia, hanno faticato a prendere confidenza con il suo tipo di lavoro. Qualcuno se n’è andato addirittura via, sbattendo la porta in seguito a vere e proprie crisi isteriche. I pianti di alcune attrici non si contavano: memorabili quelli di Elsa Albani, contro la quale si appuntavano gli strali di De Lullo, affettuosissimi ma anche abbastanza violenti. Si puntavano contro Elsa, perché contro di me non sarebbe stato possibile, in quanto penso che Giorgio avesse qualche soggezione. Il nostro era un rapporto complicato fatto d’amore e di odio.

3) Orazio Costa, Luchino Visconti e Giorgio Strehler sono stati i registi con i quali ha lavorato prima di essere diretta da De Lullo. Quali le differenze e quali le eventuali analogie?

R) Costa fu il mio primo maestro all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Mi ha insegnato, diciamo, l’A-B-C del teatro. Un grande studio, non tanto sui sentimenti o sulle emozioni, quanto sulla decifrazione della parola: mi ha insegnato a scomporla, a chiarirla, a morderla, a dividerla. Poi la presa di coscienza del corpo attraverso gli esercizi mimici, che io a dir la verità, non amavo affatto e che cercavo spesso di non fare, scappando da tutte le parti, anche se qualche volta, purtroppo, mi toccavano. Tutto era molto razionale, molto freddo, molto logico. Anche Giorgio De Lullo fu allievo di Costa e certamente questa logica che, come ho detto prima, è per me molto importante, l’aveva assorbita anche lui.
    Visconti era proprio l’esatto contrario di Costa. Ti indicava molte soluzioni, una vasta gamma di possibilità per raggiungere la verità in una battuta del tuo personaggio; e se eri bravo riuscivi a individuare il tuo modo giusto per dirla. Salvo, però, lasciare a lui la decisione finale sulla soluzione da adottare. Visconti era un tiranno: violento, affascinante, seduttore. Le prove con lui erano terrificanti. Attori come Stoppa e la Morelli, non certo dei principianti, arrivavano ad avere paura, a non dormire la notte, pensando al lavoro dell’indomani. Certamente, il “conte”, emanava una grande magìa; le “prime” di Luchino sono state le più sconvolgenti che io ricordi nella mia carriera. Io l’ho molto amato, mi ha insegnato a liberarmi da quella razionalità e da quella freddezza tipiche dei metodi accademici, risultando più vera nell’affrontare le emozioni.
    Il discorso su Strehler è più complesso, perchè ho avuto la sfortuna di incontrarlo una sola volta nella mia vita e fu in occasione dell’allestimento di una commedia di Alberto Moravia, “La mascherata”; una commedia poco riuscita che lo stesso Strehler detestava, ma che doveva essere rappresentata per la famosa questione della “novità italiana”, che dava diritto al contributo ministeriale. Il suo atteggiamento era talmente contrario alla commedia, che egli veniva alle prove maledicendo il lavoro, svogliato e molto spesso ci lasciava, me e Tino Carraro, nelle mani dell’assistente. Pertanto non sono in grado di formulare un giudizio su questo regista. L’ho sempre molto ammirato per i suoi spettacoli, ma non ha aggiunto e non ha tolto nulla a quello che avevo imparato fino a quel momento. C’è comunque un’unica cosa che, secondo me, accomuna questi registi: la loro pignoleria in palcoscenico e di conseguenza le estenuanti prove che ci imponevano. Oggi, sarebbe impossibile proporre ad un gruppo di attori, anche se giovanissimi, di provare in teatro come capitava a noi, fino alle cinque o alle sei del mattino.

4) Il lavoro di De Lullo sul testo drammaturgico, durante le prove con gli attori era molto particolare. Egli stesso dichiarava che le prove erano <<lunghe, minuziose, snervanti>> e come regista era molto esigente tanto da divenire <<pignolo, rigoroso, nevrastenico>>; conscio però che <<solo attraverso questa pignoleria>> lo spettacolo <<assume lentamente un carattere, una struttura destinata a resistere anche oltre il logorio delle repliche>>. Pensa che sia questo il lavoro più oculato e intelligente per mettere in scena un testo teatrale? Oggi, quando studia un nuovo copione come procede? Ha cambiato metodo dai tempi della “Compagnia dei Giovani”?

R) Quando affronto la lettura di un testo, parto sempre e ancora dalla ferrea logica che definirei “delulliana”. Quella logica che fa capire, soprattutto al pubblico, quello che si dice, e certamente mi piace anche molto che in uno spettacolo i movimenti siano puliti, in sintonia con le parole che si dicono. Io penso che, quando un attore ha chiara in testa l’idea del personaggio, se è un bravo attore, può inventare, può spaziare, può proporre alla persona che lo sta dirigendo in quel momento. Quello che sicuramente non mi piace è sottostare a delle “stravaganze” che, se non sono supportate da un grande talento, restano gratuite e servono solo a confondere le idee al pubblico e ad intorbidire la linea dello spettacolo.

5) La compagnia si è sempre contraddistinta per scelte oculate, collaborazioni attive e dialettiche tra i vari componenti, interessi culturali precisi. Ma ci furono anche prime mondane, incomprensioni, polemiche. Ci fu un momento di crisi, d’incomunicabilità tra di voi?

R) Le prime teatrali tra gli anni ’50 e ’70 erano sempre degli avvenimenti mondani e lo erano per tutte le compagnie; c’è da dire che la “Compagnia dei Giovani” fu particolarmente amata dal jet-set e le nostre prime erano mondanissime. Ma non mi sento di criticare tutto questo, anzi, come amante delle cose belle, mi fa piacere ricordare quelle serate di festa con tanta bella gente.
    Come in tutti i matrimoni più riusciti, certamente ci furono tra noi dei momenti di crisi e di incomprensione, ma non gravi. Una sola volta ci fu una discussione che ci divise per mesi e fu nel 1956 quando Giorgio e Romolo volevano assolutamente allestire “Il diario di Anna Frank” al posto di “D’amore si muore”, annullando i precedenti accordi. Io trovai che il loro atteggiamento non fosse proprio di cortesia nei confronti di Peppino e proposi di portare in scena il “Il diario di Anna Frank” solo dopo la commedia di Patroni Griffi; ma loro vollero anticiparlo, perché l’adattamento teatrale del “Diario” stava ottenendo un grande successo in tutto il mondo. Io mi rifiutai di entrare nello spettacolo, dove è vero che non c’era una parte giusta per me, ma visto che c’era stato un precedente recentissimo in “Gigi”, dove impersonavo una vecchia di settant’anni avendone trenta, nel “Diario” avrei potuto interpretare la “Signora Van Damm”, un bellissimo personaggio, che di anni ne aveva soltanto 60 (!). E’ chiaro che fu una mia netta presa di posizione, che fece soffrire tutti molto; tuttavia quando l’attrice che interpretava il ruolo chiese di essere sostituita per la tournée in Russia, creando un grosso problema alla compagnia, telefonai a Giorgio dandogli la mia disponibilità. Così andai al teatro Eliseo, iniziai a provare e, curiosamente, questo personaggio mi diede un grande successo personale.
    Per quanto riguarda la censura, ricordo un episodio: mentre la compagnia recitava “Anima nera” di Patroni Griffi a Milano, nel 1960, venne in teatro un pretore a dire che bisognava sospendere le rappresentazioni perché, a suo giudizio, risultavano troppo licenziose. Un pomeriggio, nel teatro senza pubblico e in sottoveste nera, dovetti ripetere tutte le scene incriminate, fargli vedere tutti i gesti che compivo, le battute che pronunciavo nel personaggio di Mimosa. Alla fine, questo signore, che secondo me si divertì moltissimo a questo happening, eliminò un paio di battute e un paio di movimenti. Tutto qua. Ma queste erano censure esterne che a quell’epoca, purtroppo, vigevano anche se erano molto ridicole.
    In realtà il nostro sodalizio fu bellissimo e di crisi ce ne furono veramente poche: la crisi fu solo finale, quando tutti quanti eravamo diventati troppo importanti e troppo bravi, per poter ancora tenere in piedi la compagnia. In altre parole lo spazio vitale, forse, non c’era più e ognuno di noi cercava esperienze diverse. Soprattutto io e Romolo Valli.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Le ultime recensioni di Uncategorized

Torna su