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Enjoy the Silence: tutti pazzi per The Artist

giovedì, gennaio 12th, 2012. Filed under: cinema Spettacoli by Luca Mirarchi

Se The Artist, il film di Michel Hazanavicius, non fosse stato in bianco e nero e muto, sarebbe passato quasi inosservato. Dietro questo paradosso si cela il suo crescente successo: trasformare un ostacolo a prima vista invalicabile in un punto di forza. È necessario però fare un salto all’indietro. Il cinema muto nacque e si sviluppò nei primi trent’anni del novecento. Negli Stati Uniti, a partire da Nascita di una nazione di D. W. Griffith (1915), mise radici un cinema narrativo in senso classico, volto a far immedesimare il pubblico in una storia. In Europa, registi come Buñuel, René Clair o Ejzenstejn approfondirono di più le potenzialità del mezzo, inserendosi nel solco delle avanguardie artistiche. Nel 1927, Il cantante di jazz di Alan Crosland segna l’avvento del sonoro. In seguito, un parziale ricorso al muto si potrà registrare in rari film amati soprattutto dai cinefili, come Le vacanze di Monsieur Hulot di Jaques Tati (1953), Dillinger è morto di Marco Ferreri (1969) o Last days di Gus Van Sant (2005).

Michel Hazanavicius è un regista francese d’origine lettone molto conosciuto in patria, in particolare per i due film della serie OSS 117, parodie delle spy-story alla James Bond. Non si tratta dunque di un autore insensibile ai gusti del pubblico, e nel caso di The Artist, doveva anche tener conto di un cospicuo budget, intorno ai dieci milioni, superiore agli standard produttivi europei. Come uscire da questo groviglio? Hazanavicius è un tipo scaltro, non ha dubbi, sceglie di accettare la sfida rilanciando: 1) il film deve essere integralmente muto (fatte salve poche battute nel finale e l’esilarante scena del sogno del protagonista, incapace di proferir parola mentre intorno a lui tutti gli oggetti si animano); 2) il modello di riferimento è il cinema hollywoodiano degli anni venti, quello dei grandi Studios che hanno sotto contratto divi del calibro di Rodolfo Valentino, adorati da schiere di spettatrici; 3) non sarà solo un freddo esercizio di stile, dovrà toccare il cuore della platea in sala. Il terzo punto è basilare, non si cerca l’effetto-nostalgia, la commozione per “i bei tempi andati”, ciò che si vuole riprodurre è l’effetto trasmesso da quel genere di pellicola, far tornare gli spettatori nel passato per provare un’esperienza nuova, diversa. Ottenendo, in altre parole, una diversità che attrae anziché respingere. Sotto questo aspetto ha giocato la sua parte anche il destino. A Cannes 2011, dove è stato selezionato in concorso a pochi giorni dall’inizio, l’accoglienza della critica è stata calorosa e l’attore protagonista, Jean Dujardin, ha vinto la Palma d’oro come miglior interprete; in breve The Artist è diventato l’evento del festival, il film da vedere. Nei mesi successivi si sono moltiplicati i riconoscimenti (tra i quali, lo scorso dicembre, sei nomination ai Golden Globes) e il passaparola su Internet ha fatto il resto.

E sarebbe anche ora, se il lettore paziente ci ha seguito fin qui, di accennare in poche righe alla trama. È una storia semplice. George Valentin (Jean Dujardin), stella del cinema muto, resta spiazzato dal passaggio al sonoro; entra in crisi, perde tutto nel Crack del ’29, divorzia, si rifugia nell’alcol. Prima della caduta, aveva incontrato Peppy Miller (la luminosa Bérénice Bejo) ad un’anteprima, l’aveva aiutata ad emergere e lei in poco tempo aveva spiccato il volo, conquistando il ruolo da protagonista nel primo successo del cinema sonorizzato. I due si sono attratti dal primo istante, ma il destino speculare e beffardo li ha divisi, e quando accanto a lui rimane solo Uggy, l’inseparabile cagnolino (un prodigioso Jack Russel terrier, vero coprotagonista del film), toccherà a Peppy riportarlo alla vita e al successo. L’accostamento vita/successo non è casuale, anzi, ad essere precisi, in questo caso si tratta proprio di un’identità. Così come George Valentin – nell’interpretazione mimetica di Dujardin, con tanto di baffetti neri alla Douglas Fairbanks – è un seduttore “totale”, che in qualsiasi contesto ha un bisogno fisico dell’attenzione di chi lo circonda, allo stesso modo il cinema, inteso nell’accezione che più gli è propria, quella di un’arte popolare che muove notevoli budget, non può prescindere dal consenso del maggior numero possibile di spettatori. George Valentin è il cinema muto americano. Per questo il cagnolino Uggy lo accompagna sulla set come nella vita: l’esibizione è costante, non sono ammesse interruzioni nello show. Così dunque al suo declino subentra l’ascesa di Peppy Miller – modellata su Clara Bow, diva dell’età del jazz – che incarna l’avvento del sonoro. Valentin ha una sola strada per rialzarsi: riprendere a recitare con lei, ritrovare il suo amore e quello dei fan. Non a caso una delle sequenze più riuscite è quella che vede Peppy, quand’era ancora sconosciuta, indossare/abbracciare la giacca di scena di Valentin – perché nemmeno lei può scindere l’Uomo dall’Artista.

Storia e finzione si intersecano nel gioco dei rimandi, torna alla mente Charlie Chaplin, che si arrese a girare un intero film sonorizzato solo nel ‘40, con Il grande dittatore; la parabola di Peppy Miller è modellata su È nata una stella di William A. Wellman (1937); nelle scene di ballo rivivono Ginger Rogers e Fred Astaire; inoltre il personaggio di Dujardin ha molto in comune col Gene Kelly di Cantando sotto la pioggia (lo si potrà cogliere appieno solo nell’ultima scena), e tra l’altro, volendo abusare del gioco metafilmico, la pellicola di Stanley Donen è ancora evocata dal cameo di Malcom McDowell, l’indimenticato Alex di Arancia meccanica, che reinterpretò Singin’ in the rain in una chiave molto personale.

Ma se dei personaggi, in The Artist, non puoi sentire la voce, di certo puoi leggerne l’anima. L’adozione dei codici di linguaggio del muto porta ad una maggiore significazione delle immagini, la storia è scritta nei gesti del corpo come sui volti dei personaggi – negli insistiti primi piani. Il formato dello schermo in 4/3, i titoli di testa in stile e i cartelli per i dialoghi poi, concorrono a completare la confezione. Senza dimenticare la colonna sonora sinfonica che rimarca, puntuale, ogni sbalzo nell’altalena narrativa, spaziando dal mélo alla commedia musicale. Colonna sonora che cita in un brano Bernard Hermann, il compositore preferito da Hitchcock, per la scena d’amore ne La donna che visse due volte. Due volte come ogni esperienza prima vissuta e poi raccontata, due volte come il cinema di ieri e di oggi, che The Artist di Hazanavicius contribuisce a proiettare sul domani.

The Artist – Fancia, 2011
di Michel Hazanavicius
con Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman
BIM – 100 min.

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