Un atlante con le recensioni dei film che hanno fatto la storia del cinema

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9 SETTIMANE E MEZZO

su Culto/Erotici da

Titolo originale: 9 ½ Weeks
Anno e paese: USA, 1986
Regia di: Adrian Lyne
Scritto da: Sarah Kernochan, Zalman King, Patricia Louisianna Knop
Cast: Mickey Rourke, Kim Basinger

Elizabeth McGraw (Kim Basinger), impiegata in una galleria d’arte di New York e recentemente divorziata, vive una vita povera di emozioni e sorprese, tutta casa, lavoro e amici. Un’esistenza in cui i giorni si susseguono sempre uguali, dando forma a una quotidianità piatta e monotona, in cui le responsabilità della vita adulta (gli impegni lavorativi, le chiassose cene con gli amici, la solitudine a seguito della fine del matrimonio) schiacciano qualsiasi possibilità di avventura ed eccitazione.

Questo fino a quando, in una rosticceria cinese, Elizabeth incontra il misterioso John Gray (uno straordinario, abbagliante Mickey Rourke, prima che le sue discutibili scelte di vita lo rendessero l’ombra di se stesso), che da subito la affascina grazie ai suoi modi sicuri, alla sua cura nel vestire e al sorriso, dapprima silenzioso, poi sempre più aperto e incuriosito, che l’uomo le rivolge.

Fra i due, trascinati da una passione che va ben oltre il semplice elemento dell’attrazione fisica, nasce presto una relazione dalla carica sia erotica che sentimentale altissima: Elizabeth, da lungo tempo costretta a reprimere i propri desideri sessuali al punto da non conoscerli pienamente nemmeno lei stessa, si arrende alla sicurezza di John, alla semplicità con la quale la spinge ad allargare i suoi orizzonti. John è una personalità forte e dominante, sa molto chiaramente cosa gli piace e non esita ad ordinarlo ad Elizabeth, la quale, succube del fascino dell’uomo e intenzionata in prima persona ad abbattere le sue stesse barriere in una ricerca sempre più estrema del piacere, gli obbedisce in tutto (dando vita ad alcune scene che resteranno per sempre iconiche nella storia del cinema di genere, come ad esempio quella in cui John benda Elizabeth e poi la accarezza con dei cubetti di ghiaccio, o quella in cui, ancora una volta, la benda e poi le offre del cibo mentre lei è seduta per terra davanti al frigorifero; e come dimenticare, infine, la storica scena dello spogliarello di una Basinger all’apice della sua maturità sessuale, sulle ruvide, ipnotiche note di You can leave your hat on xxx di Joe Cocker).

Il gioco fra Elizabeth e John si fa sempre più ardito e spinto, e giorno dopo giorno entrambi mettono sul piatto forse più di quanto non avrebbero dovuto scommettere: il coinvolgimento emotivo è forte, ma la ricerca di piaceri ed emozioni sempre più estreme finisce per avere il sopravvento sui sentimenti, soprattutto da parte di John, che finisce per coinvolgere Elizabeth in avventure sessuali sempre più disturbanti (una volta chiedendole di camminare gattoni raccogliendo i soldi che lui lascia cadere a terra, un’altra cercando di coinvolgerla in un rapporto a tre con una prostituta sudamericana) che, alla fine, portano la ragazza a riconsiderare la situazione in cui si trova, e decidere che il limite, almeno per lei, è stato oltrepassato, e non intende oltrepassarlo ancora. Come la stessa Elizabeth dice nella scena dell’addio (annunciato, eppure ugualmente sofferto) a John, “uno di noi due doveva dire basta; tu non l’hai mai detto, e io forse ho aspettato troppo”.

Si conclude così una delle pellicole più interessanti del cinema erotico degli anni ’80. 9 settimane e ½ non è un film perfetto, alcuni particolari appaiono fuori fuoco, alcuni particolari, superflui, non contribuiscono alla creazione di una storia coesa che vada dritta al punto invece di disperdersi, eppure il centro della narrazione, la disperata storia d’amore e attrazione che coinvolge Elizabeth e John, non delude mai, dal primo all’ultimo minuto. Si assiste all’evolversi degli eventi sapendo già che una storia così non può che finire male, eppure si spera, fino alla fine, che i due riescano a parlare, a chiarirsi, a trovare una via di mezzo fra il desiderio che li divora e l’affetto che li unisce.

Ma la pellicola di Adrian Lyne, pur se intrisa di un romanticismo cupo e oscuro (che pure risulta alleggerito rispetto a quella che doveva essere l’intenzione originale del director’s cut, che affrontava, nelle scene tagliate, argomenti ancora più pesanti di quelli che il film già affronta, come la dipendenza da psicofarmaci, la nevrosi e il suicidio), racconta con onestà una storia d’amore che non può funzionare, e in conseguenza di ciò non può ottenere il lieto fine che forse avrebbe ottenuto se fosse stata una favola.

Malgrado la fotografia brillante, piena di luci anche nei momenti più oscuri, non c’è niente di fiabesco nella storia di Elizabeth e John. Nonostante l’evidente regressione infantile che Elizabeth attraversa mettendosi completamente nelle mani di John, Elizabeth non è una principessa da salvare, e malgrado la sua promessa di prendersi sempre cura di lei John non è il principe azzurro che la salverà. E infatti, giunta alla fine, al limite estremo di se stessa, che John l’ha aiutata a trovare, Elizabeth, principessa azzurra di se stessa, si salva da sola.

ORIGINAL SIN

su Erotici da

Anno: 2001
Regia: Michael Christofer
Sceneggiatura: Michael Christofer
Cast: Antonio Banderas, Angelina Jolie, Thomas Lane, Jack Thompson, Allison Mackie
Il film che vede protagonisti, per la prima volta insieme sullo schermo, Antonio Banderas (prima che si mettesse a fare il mastro fornaio) e Angelina Jolie, è in realtà un remake di un bellissimo film francese, La mia droga si chiama Julie (La Sirène du Mississipi) del 1969 di François Truffaut. Nella versione originale, la donna che diventa l’ossessione di Jean-Paul Belmondo era Catherine Deneuve. Entrambe le versioni cinematografiche sono state a loro volta tratte dal romanzo Vertigine senza fine di William Irish.

La storia si incentra sul rapporto d’amore tra il protagonista, un importante e ricco mercante di Cuba che instaura una relazione epistolare a scopo matrimonio con una donna, la invita sull’isola per poterla finalmente incontrare e quindi sposare. Quando al suo arrivo si presenta l’affascinante e sensuale Angelina Jolie questo ne rimane subito stupito poiché si aspettava una donna ben diversa. Lei si presenta come una donna che non voleva mostrarsi per quella che era per paura che i suoi sentimenti verso di lei non fossero sinceri. Da qui, complice la bellezza e il fascino della donna, Banderas accetta la sua versione dei fatti. Ma via via che il film prende forma, il dubbio comincia a farsi strada nel suo cuore. La donna con cui si era scritto e si era aperto anima e cuore non sembra rispecchiarsi completamente nella bellissima donna che adesso ha per moglie. La passione che scoppia immediatamente tra i due è palpabile e si trascrive sullo schermo cinematografico con immagini e un uso della macchina da presa che tiene lo sguardo dello spettatore incatenato alla coppia. La chimica tra i due è infatti ben visibile fin da subito (come dimenticare la scena in cui fanno l’amore sul letto tra le bianche e candide lenzuola ripresa dall’alto, con la macchina da presa che si muove come se fosse posizionata sulle pale del ventilatore del soffitto e lo spettatore fosse una piccola mosca che in quel momento, così privato, spia la loro intimità).

Quando i dubbi diventano ormai certezze nella mente del personaggio di Banderas (le cicatrici strane sul corpo della moglie, l’arrivo della sorella della vera donna che avrebbe dovuto sposare e il ritrovamento del corpo morto di lei etc etc), lui è ormai succube dell’amore e della passione per questa donna che è carica di un erotismo senza pari, si mette contro tutti pur di difenderla. Per quanto poi il cambio di identità sembra loro condurre al lieto fine, in realtà una passione travolgente come la loro non può che portare ad un finale unicamente tragico. A differenza dell’originale, che ha un finale diverso, qui lei, che è la voce narrante del film, rimane vittima del suo stesso inganno ed innamorata senza modo di salvarsi, avvelena in modo involontario il suo amante e per questo viene imprigionata e condannata a morte.

Il film che di fatto è realizzato come un lungo flashback raccontato da lei, alla fine ci mostra che loro sono in realtà nuovamente insieme perché lui non è morto e lei alla fine è riuscita a fuggire. Lo sguardo in macchina di Banderas, alla fine del film, che si rivolge a lei, ma anche allo spettatore è la dichiarazione dei suoi veri sentimenti.

Il colpo di scena finale, all’ultimo secondo dà allo spettatore la speranza che anche una passione carnale e viva come quella dei due protagonisti può avere un finale diverso da quello che ci si potrebbe aspettare e il regista gioca una partita intrigante tra i due che, tra inganni e menzogne, alla fine si scoprono essere uguali e che in fondo, anche il personaggio maschile, così debole e perbene, se stimolato dalla passione, può rivelarsi letale come la donna.

Nel complesso merita una visione anche l’originale sebbene sia ambientato in epoca diversa (in questa edizione di Christofer l’azione si svolge nella Cuba dell’Ottocento) in modo da poter fare un confronto su come la tematica del sesso pornhub e della dipendenza (in fondo per una volta la traduzione italiana del titolo di Truffaut non è del tutto fuori luogo, poiché la donna diventa davvero come una droga per il protagonista) viene affrontata in maniera diversa dai due registi.

LA VITA DI ADELE – CAPITOLO 1 E 2

su Erotici/Festivals/Indie da

Titolo originale: La vie d’Adèle
Anno: 2013, Francia
Regia di: Abdellatif Kechiche
Scritto da: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix
Cast: Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Salim Kechiouche

Giustamente molto lodato e premiato, anche con Palma d’Oro a Cannes nel 2013, “Vita di Adele” è uno splendido film, di rara intensità ed emozione, girato da un Abdellatif Kechiche che qui, dopo i già apprezzati “La schivata”, “Cous cous” e “Venere nera”, è davvero in stato di grazia.

Tratto dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, da cui peraltro si discosta per diversi aspetti, il film narra la storia di Adele, quindicenne in un liceo della Francia del Nord, che, affamata di cibo e di amore, alla ricerca insaziabile di qualcosa che ancora non sa definire, vive una adolescenza non facile, pressata da compagni di scuola stupidi e grevi che la percepiscono “diversa” e la tormentano per questo. Una famiglia tutto sommato affettuosa, di brava gente ma convenzionale, non può offrirle comprensione e sostegno per affrontare le sue difficoltà, le sue incertezze, i suoi dubbi.
Nel tentativo di conformarsi ai coetanei si accompagna a Thomas, ma quello che lui le può dare non ciò che Adele cerca, ciò che con slancio e irruenza desidera ma non sa definire.
L’incontro con Emma dai capelli blu, interpretata da una magnifica Léa Seydoux, più adulta di lei e più risolta, lesbica e artista, le sconvolgerà l’esistenza, facendole scoprire l’amore, quello vero, la vera passione, il vero abbandonarsi a qualcuno sentendosi amanti e amati.
Il dono di un amore così intenso e totalizzante non teme certo la diffidenza e l’ostracismo di chi non lo comprende, e Adele sboccia nel suo essere donna, felice come mai prima.
Ma iniziata come un perfetto idillio, col tempo la storia con Emma, con cui è andata a convivere, inizia a vacillare: Adele, diventata insegnante, non si sente molto coinvolta dalle problematiche della comunità gay in cui Emma è ben inserita, e pur prestandosi a cucinare per loro non riesce a trovare negli amici di Emma, nella sua cerchia di artisti, una vera comunanza.

Arriva a sentirsi un po’ messa da parte, forse trascurata, e quasi senza accorgersene si concede a un collega, senza un vero interesse, tanto per “cambiare un pochino”. Ma Emma, nonostante sia già innamorata di un’altra donna – o forse proprio a causa di questo – non le perdonerà il tradimento, cacciandola e gettandola nella disperazione assoluta. La vita di Adele andrà avanti, ma nella sua infelicità lei non cesserà mai di rimpiangere e cercare l’amore perduto, quella luce che nella sua vita non riesce più a trovare.
Kechiche, da qualcuno criticato per le scene di sesso lesbico lunghe e insistite, racconta magistralmente il magico passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la scoperta di sé stessi, dell’amore, del sesso, della intensità della vita. Lo fa chiedendo alle sue attrici un enorme sforzo: incolla la macchina da presa al volto di Adele Exarchopoulos e non la molla più, in una serrata insistenza di primi piani che non possono non aver messo a dura prova l’attrice, la quale risponde splendidamente e con naturalezza alla richiesta del regista non solo di interpretare ma quasi di “reicarnarsi” nella protagonista.
Una protagonista che nella sua carnalità, nella sua fame di cibo, di amore, di sesso, di vita, brilla di tutto il confuso e vitale splendore del delicato e al tempo stesso violento passaggio all’età adulta.

Il risultato è di una passionalità, una emozione, un aderenza al reale non comuni, tanto che il Guardian scriverà con entusiasmo “Le lunghe scene di sesso sono così esplicite e candide da risultare magnifiche, e fanno sembrare il sesso di Ultimo tango a Parigi arrogante e datato”.
Nello stringersi negli spazi di un’aula, una camera, una cucina, il film si dilata in una cocente ricerca di interiorità, narrata con una naturalezza, una mancanza assoluta di morbosità che lascia commossi, emozionati e incantati.

SHAME

su Festivals da

Titolo originale: Shame
Regia:
Steve Mcqueen
Cast: Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie
Sceneggiatura: Steve Mcqueen, Abi Morgan
Anno: 2011, UK

Steve Mcqueen ritorna sul grande schermo riproponendo il sodalizio con Michael Fassbender che aveva già diretto nel fortunato Hunger nel 2008. Mentre Hunger fu una vera sfida a livello fisico per l’attore, qui Mcqueen ce lo presenta in tutta la sua fisicità scultorea, dove il corpo dell’attore assume un ruolo di grande importanza e rilievo. Ma cos’è la vergogna di cui ci parla il titolo?

La trama racconta la vita di Brandon, un uomo d’affari e di successo che vive nella Grande Mela. In apparenza una vita del tutto normale, se non fosse un segreto, che è di fatto la sua vergogna: un bisogno disperato e incontrollabile di sesso.  Brandon ha una grave dipendenza, ne è praticamente ossessionato, dal sesso e da tutto quello che stimola il suo desiderio e la sua libido, trovandosi a consumare una quantità abnorme nella solitudine di casa sua o ad uscire per incontrarsi con prostitute. Brandon ha una doppia vita perfettamente equilibrata: è un professionale che gode di un discreto successo e di un’ottima fama nella vita pubblica, ma quando arriva a casa la sera si trasforma in un cinico e freddo malato di sesso. Questo equilibrio perfetto lo rompe un giorno l’improvvisa comparsa della sorella, interpretata da Carey Mulligan, che sta passando per un brutto momento e chiede l’aiuto del fratello per uscirne. L’attrice riesce a dare al suo personaggio un taglio fragile e disadattato, sembra quasi che si debba scheggiare da un momento all’altro e tutto questo ovviamente turberà la routine quotidiana di Brandon e gli farà fare i conti con i suoi demoni.

Mcqueen mette in risalto in maniera magistrale un uso dei colori e di una fotografia grigia, fredda, quasi asettica, utilizzata sia per gli esterni che nelle scene girate dentro l’appartamento di Brandon.

L’interpretazione di Fassbender merita tutto il nostro rispetto, l’affetto profondo ma distaccato e assopito degli anni che prova per lei,non entra mai in contrapposizione con la personalità fredda e cinica del Brandon senza scrupoli, che compra i corpi delle donne per soddisfare le sue pulsioni e che è capace di provare amore solo per stesso. La sorella rompe questa equazione, lo turba con la sua fragilità e lo porta ad un disorientamento tale che il sesso e il porno non sono più sufficienti a dargli il piacere e la calma che cerca. Non mettono più a tacere il suo inappagabile desiderio.

Straordinario il lavoro di Fassbender, che interpreta un personaggio difficile, messo a nudo in tutte le sue debolezze e i suoi limiti. Meritati quindi la Coppa Volpi al Festival di Venezia e il premio come miglior attore ai British Indipendent Film Award. Bravo anche del regista che ci presenta il suo protagonista nel microcosmo di New York dove vive come se fosse sotto la lente di un microscopio. Con uno sguardo freddo e realistico, Mcqueen ci presenta le scene senza filtri, quasi come fosse un documentario, senza cadere mai nella volgarità nemmeno durante le scene più spinte, dove la sessualità è davvero esplicita. L’occhio della macchina da presa osserva e registra la realtà che ha fronte con obiettività, senza giudizi o moralismi, mostrandoci come la vergogna del protagonista è la stessa di qualsiasi essere umano alle prese con i sui piccoli grandi segreti che non vorremmo mai ci venissero scoperti.

LUCIA E IL SESSO

su Erotici/Festivals da

Titolo originale: Lucía y el sexo
Anno: 2001,  Spagna | Francia
Scritto e diretto da: Julio Medem
Cast: Paz Vega, Tristán Ulloa, Najwa Nimri

L’amore tra la bella cameriera Lucia e il tormentato scrittore Lorenzo sembra perfetto: lei si è innamorata di lui leggendo il suo primo romanzo e lo ha cercato e voluto, lo ha conquistato, sedotto, trascinato in una storia d’amore che pare non avere ombre, un vero idillio ad alta intensità. Ma il passato che ritorna, la inaspettata scoperta di una paternità frutto di una sola, ormai dimenticata, notte di luna piena e una tragedia che incombe cambieranno tutte le carte in tavola, portando Lucia a tentare quella che inizia come una fuga, una occasione per ricominciare, ma diventa presto una ricerca, un tentativo di portare alla luce i lati oscuri di quell’amore che pensa di avere perduto.

La bellissima Paz Vega, vera scoperta di questo film che deve molto al suo fascino mediterraneo e al calore del suo sguardo e della sua presenza scenica, porta la storia su un’isola senza tempo, lunare e incantata, un luogo reale e magico al tempo stesso dove tutto cambia, tutto può essere rimesso in gioco. Un’isola dove tutto è pensato come una metafora, una Formentera dalla inquietante bellezza che galleggia come una zattera sul mare, dove “i giorni di mare grosso, la gente soffre di mal di mare, e nessuno sa perché”.
Un paesaggio letterario dove ogni luogo ha un significato e dove i destini dei protagonisti si intrecciano tra scoperte, flashback, suggestioni filosofiche, psicoanalitiche e romanzesche, in un alternarsi incessante di realtà e sogno, scoperte e ricordi, erotismo selvaggio, travolgenti passioni e inevitabili tragedie.

Il sesso è il vero motore della storia e forse unico punto di incontro tra gli esseri umani, è torrido ed esplicito e le molte intense scene erotiche – alleggerite dei tratti più hard nei passaggi televisivi – mantengono pienamente le promesse insite nel titolo. Ma più che una storia di eros quello che viene rappresentato è un complesso melodramma che gioca su molti piani, forse troppi, tra passaggi onirici e andirivieni temporali intrecciati in un groviglio di sentimenti e destini che la sceneggiatura a volte fatica a mantenere del tutto comprensibile e coerente.

Un film non comune e per molti versi interessante, con una trama che è pressoché impossibile da raccontare immersa in un paesaggio di grande fascino visivo, un luogo che diventa protagonista quasi vivente di una poetica della fuga e della rinascita. Un uomo e le donne a cui si trova legato – la protagonista Lucia che teme di averlo perso per sempre, la donna che è stata amore di una notte, una baby sitter dagli istinti bollenti, una bambina di cui non sospettava l’esistenza – annodano i molti fili di una vicenda che passando per i lati più oscuri dell’amore, della passione, della morte, arriverà a trovare alla fine nuova vita alla luce viva e liberatoria dell’eros.

Il regista Julio Medem, autore dei forse sottovalutati “Tierra” e “Gli amanti del circolo polare”, con riferimenti e ispirazioni che vanno da Almodovar fino a David Lynch costruisce intorno a Lucia un complicato insieme di sottotrame, di narrazioni spezzate e ricomposte, di piani narrativi che si intersecano: se cercate in una storia linearità e coerenza, se amate le sceneggiature strutturate con rigore a prova di bomba non è certo un film per voi. Ma se siete disponibili a farvi avvolgere senza troppe domande dal turbine carnale e sentimentale di una vicenda in cui tutto sembra possibile, in cui un buco nella roccia diventa metafora di una possibile rinascita e di un diverso destino, se siete disposti a seguire Lucia nel suo viaggio dai risvolti spesso ingarbugliati e oscuri la indubbia intensità visiva, emotiva ed erotica di questo film non potrà certo mancare di coinvolgervi e affascinarvi.

BUCKY LARSON: NATO PER ESSERE UNA STAR

su Trash da

Titolo originale: Bucky Larson: Born to Be a Star
Anno d’uscita: 2011, USA
Scritto da: Adam Sandler
Diretto da: Tom Brady

In psicologia per “confronto a ribasso” si intende una strategia per aumentare o preservare la propria autostima in modo passivo. Consiste nel confrontarsi con persone messe peggio di noi, per sentirci meglio.
Ne abbiamo un esempio quando guardandoci allo specchio ci lamentiamo della nostra faccia e un nostro amico ci dice che siamo comunque messi meglio di Gerlando, il nostro collega con un occhio strabico e la faccia devastata dalla scabbia, e subito ci sentiamo meglio. (E Gerlando è pure fidanzato con la ragazza carina del bar.)
Perché vi parlo di questa cosa? Perché il confronto al ribasso è l’elemento centrale su cui si basa la “grande svolta” del film ed il film stesso.
Capirete meglio in seguito.

Breve presentazione
“BUCKY LARSON: NATO PER ESSERE UNA STAR” è una commedia che segue le vicende tra il demenziale, il nonsense e il pessimo gusto, di Bucky Larson: un ragazzo che soffre di ritardo mentale, di età compresa tra i diciotto e i venticinque anni (interpretato da un uomo di quasi quaranta con una parrucca e dei dentoni incisivi posticci) che aspira a diventare una pornostar.

Per renderla più fruibile la recensione è divisa in cinque punti:
1. Trama;
2. Cosa funziona;
3. Cosa non funziona;
4. Perché vederlo;
5. Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Quando ne ho la possibilità mi piace vedere il film senza conoscere chi siano gli autori, in modo da non avere aspettative e non essere influenzato. Ciò mi è stato possibile con “Bucky Larson”.
Mentre vedevo il film mi chiedevo come fosse possibile che un cast decente come quello presente e le più che discrete risorse di produzione, fossero stati impiegati in un film di una tale inutilità.
Guardo il film fino alla fine e non capacitandomi del fatto di aver visto qualcosa di tanto pessimo, voglio credere che mi sia sfuggito qualcosa. Sullo schermo appare il nome del regista, non mi dice nulla. E poi il nome dello sceneggiatore: Adam Sandler. E tutto prende senso.

Trama
ATTENZIONE: La trama potrebbe contenere spoiler, ma il film è già rovinato di per sé.
Bucky viene licenziato e una vecchia sdentata gli predice il suo destino di diventare una star.
In una serata tra amici viene proiettato un “film osé” e Bucky scopre due cose: come masturbarsi (più o meno) e che i suoi genitori sono stati porno attori.
Ispirato da ciò Bucky decide di seguire le loro orme e va a Los Angeles. Qui incontra una cameriera di cui si innamora e anche alcune persone dell’industria pornografica che gli concedono una possibilità, ma che poi lo sbeffeggiano per le dimensioni ridicolmente piccole del suo pene.
Ad ogni modo a Bucky viene fatta girare la scena di un film. Ma alla vista di un seno non riesce a trattenersi e, facendo una serie di facce che potrebbero definirsi buffe, eiacula.
La scena finisce in internet ed ha successo poiché risana il rapporto di molte coppie in cui il partner maschile ha dei genitali molto piccoli, ma che al confronto di Bucky sono enormi. Infatti una strana interpretazione di quel “confronto a ribasso” di cui abbiamo parlato all’inizio, porta nuova linfa sessuale alle coppie che vedono la performance di Bucky.
Così il nostro protagonista vincerà numerosi riconoscimenti pornografici e dopo una piccola parentesi di incomprensione con la cameriera (nel frattempo diventata la sua fidanzata) si riconcilierà con lei per vivere per sempre felice e contento.

Cosa funziona
Resisto alla tentazione di lasciare vuoto questo paragrafo.
In realtà è davvero così, non funziona quasi nulla, ma vediamo comunque ciò che non funziona meno.
Il ritmo, anche se ogni tanto si arena, è abbastanza veloce e non è il colpevole della noia del film.
La regia e in generale il comparto tecnico non sono affatto pessimi quanto la storia.
Ogni tanto qualche seno nudo ben inquadrato.
Il taglio di capelli di Don Johnson.

Cosa non funziona
Quando una commedia non fa ridere, e non lo fa a dispetto di attori e risorse più che decenti, è davvero un fallimento.
Il demenziale non è abbastanza demenziale, il nonsense è solo stupido e il resto sono solo battute scaturite da incomprensioni verbali.
I personaggi agiscono in modo non coerente con il mondo mal creato del film e … insomma si potrebbe continuare a sparare sulla croce rossa.

Perché vederlo
In effetti non c’è ragione di guardarlo a meno che non vi venga richiesto espressamente per scrivere una recensione.
Ma nel caso in cui per qualche ragione appaia su uno schermo di fronte a voi, potreste anche volerlo vedere nel caso in cui vi piaccia la comicità abbastanza spicciola, o se avete voglia di regredire all’età infantile quando il “confronto a ribasso” si manifestava ridendo del bambino che inciampava o al quale un bullo abbassava i pantaloni in corridoio.

Considerazioni finali
Film fallito sia artisticamente che al botteghino. Da evitare a meno che non vi piaccia tanto, ma davvero tanto, la comicità di Adam Sandler scrittore.

Voto IMDb: 3,3
Voto Recensore: 4,0

EYES WIDE SHUT

su Culto da

Regia: Stanley Kubrick
Cast: Tom Cruise, Nicole Kidman,  Sydney Pollack, Marie Richardson
Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Frederick Raphael
Anno: 1999, USA

Eyes Wide Shut è l’ultimo film di Kubrick ed è anche l’ultima occasione in cui vediamo insieme tanto sullo schermo, come nella vita reale, la celebre coppia di attori Cruise-Kidman. Questi infatti dopo la realizzazione del film si sono separati definitivamente.

Ma veniamo al film. Kubrick era solito scegliere i film anche in base ad un soggetto solido e anche in questo caso non fa eccezione. Il soggetto è infatti tratto dal libro Doppio Sogno di Arthur Shnizler, da cui elabora la sceneggiatura il regista stesso insieme a Frederick Raphael.

La vita di una coppia normale, alto borghese, viene sconvolta dal loro avvicinarsi ad una realtà diversa, affascinante quanto letale e pericolosa.

I due vengono invitati ad una cena di Natale nella casa di un ricco e potente uomo d’affari e da qui inizierà un gioco pericoloso, soprattutto per lui che, essendo medico, viene subito agganciato dal suo anfitrione per mezzo di due ragazze molto avvenenti, mentre la moglie tenta di non cedere alle lusinghe di un altro uomo. Questo avvenimento innescherà un meccanismo di gelosia reciproca che si sfogherà la sera successiva tra i fumi della droga che porteranno a rivelazioni che turberanno la quiete domestica. Cruise, che con una scusa si allontana dalla moglie, trova lungo la propria strada una serie di tentazioni a cui a fatica riuscirà a resistere. Dopo aver incontrato un vecchio amico musicista che gli parla del suo prossimo lavoro in un luogo segreto dove per partecipare bisogna essere mascherati ed essere in possesso di una parola d’ordine, il personaggio di Cruise ormai voglioso di provare esperienze nuove, cede alla tentazione, ritrovandosi così in un luogo sontuoso in cui in ogni stanza gli si presenta un’immagine diversa di sesso e perversione.

Il regista porta i suoi personaggi al limite, cercando di far loro affrontare i propri limiti e le proprie paure. La sceneggiatura è ben elaborata e rende ancora più toccante l’impatto visivo che la fotografia regala, grazie all’utilizzo di costumi e colori caldi.

Kubrick affascina lo spettatore con immagini oniriche e deliranti di sesso e perversione. Per quanto sia l’ultimo capolavoro di Kubrick, Eyes Wide Shut è sicuramente tra i più discussi anche per le scene volutamente esplicite di sesso che i media americani hanno volutamente censurato.

Un film lungo e non facile da vedere, con una trama che fa da sottotesto all’immagine cinematografica in cui le maschere, i mantelli, le scenografie sontuose rendono le scene di sesso fra il mistico e il rituale. Un po’ come se il sesso, visto in quel contesto massonico, diventasse parte integrante di un rito pagano e senza freni. La sessualità vista come espressione di un desiderio latente, di un primordiale bisogno carnale che si contestualizza in una dimensione onirica e trasgressiva.

Come nei suoi lavori precedenti, la musica ricopre un ruolo fondamentale facendo da sottofondo a una vera e propria indagine nell’Io umano, in bilico tra desiderio e paura, istinto e regole di convivenza. Alla fine di questo breve e inteso viaggio “nella tana del coniglio bianco”, i personaggi non potranno più vivere la vita di prima, essendo andati troppo oltre e avendo scoperto un lato del proprio essere di cui ignoravano  completamente l’esistenza.

ZACK & MIRI – AMORE A… PRIMO SESSO

su Culto da

Titolo originale: Zack and Miri Make a Porno
Anno d’uscita: 2008, USA
Regia di: Kevin Smith
Scritto da: Kevin Smith
Cast: Seth Rogen, Elizabeth Banks, Craig Robinson

Consulto il Kamasutra, ma alla lettera “t” non trovo nessuna tecnica erotica con il nome di “Timone olandese”. Allora mi chiedo come sia venuta in mente all’autore, o se non l’ha inventata, in che genere di occasione l’abbia scoperta.
Si dice che un buon film è tale se dopo la visione ti lascia riflettere su qualcosa, e questa è stata la riflessione che ha scatenato in me, ma non credo sia il metro di giudizio più adatto per valutare “Zack & Miri amore a… primo sesso” (Titolo originale: “Zack and Miri Make a Porn”).

Breve presentazione:
“Z&M” è una commedia sentimentale, di una comicità spinta, che prende piede in una fredda cittadina di provincia americana, popolata interamente da personaggi eccentrici che concorrono a creare un mondo in cui è credibile ognuno dei momenti comici.
E’ interpretata da una bella Elisabeth Banks (Miri) e dal sempre spassoso Seth Roger (Zack).
Il film si sviluppa attorno alla realizzazione da parte di Zack di un film porno gratis. E’ questo lo spunto di gran parte delle gag ed è anche il pretesto narrativo che permetterà ai due protagonisti, inizialmente solo amici, di fare sesso.
In tale contesto, secondo il classico schema da commedia romantica: innamoramento, rottura e ricongiunzione, si sviluppa la loro storia d’amore, che appare però forzata e marginale.

Per renderla più fruibile presento la recensione divisa in cinque punti:
1. Trama;
2. Cosa funziona;
3. Cosa non funziona;
4. Perché vederlo;
5. Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Kevin Smith regista, sceneggiatore, montatore, amante di fumenti (e probabilmente anche di porno) all’inizio della sua carriera acquista subito fama con “Clerks” (Commessi), film indipendente dal perverso, ma fantastico, senso comico, in cui Smith crea dei personaggi folli perfettamente coerenti all’assurdo mondo che delinea poco a poco. Perché questa premessa? Perché pone l’accento su due cose: la prima è che questo regista sa come creare un mondo incredibile e credibile allo stesso tempo; e la seconda è che il suo senso del comico spesso si accompagna allo sconcertante.
Non è esattamente il caso di “Miri e Zack”, ma questo vi preparerà ad alcuni momenti esilaranti e allo stesso momento sconcertanti, dosati però molto bene, almeno per coloro i quali hanno simpatia per un po’ (anche più di un po’) di sana volgarità.

1. Trama
Lui: commesso nella metà dei trenta, simpaticamente sboccato e con problemi nel gestire i soldi. Lei: praticamente identica, ma al femminile e attraente.
I due dividono lo stesso appartamento per motivi economici, ma sebbene sembrino fatti l’uno per l’altra, sono solo due amici che si conoscono da una vita.
Quando i loro problemi economici li costringono senza luce, acqua e riscaldamento, per risollevarsi dalla situazione di ristrettezza, decidono di girare un film porno, contando sul fatto che almeno i loro vecchi compagni di scuola lo comprerebbero.
Purtroppo il primo tentativo fallisce. Ma Zack non si arrende e prova una seconda volta con una nuova idea.
Durante le riprese i protagonisti si scontrano con l’evidenza che si stanno innamorando l’uno dell’altra. Così dopo aver affrontato un temporaneo allontanamento dovuto a un’incomprensione, Zack e Miri si chiariranno e troveranno un modo per far soldi con un ingegnoso business.

2. Cosa funziona
L’interpretazione degli attori, quella di lui, divertente in ogni momento; e quella di lei, naturale e talmente buona da rendere assolutamente credibile che una bellissima donna come è Miri possa innamorarsi di un Zack sovrappeso e spesso repellente.
Le gag, indubbiamente il punto di forza del film, quelle che nascono da situazioni imbarazzanti, quelle eccessive e quelle sui cliché del porno e dell’omosessualità maschile.
Il ritmo, ben dosato e sostenuto dalle gag.
Il mondo folle in cui si trovano i folli personaggi.

3. Cosa non funziona
La storia d’amore è la vera nota stonata del film, infatti i toni seri che si sforza di assumere cozzano con il mondo che ha la sua forza proprio nella totale mancanza di serietà. Inoltre la supposta trepidazione con cui lo spettatore dovrebbe aspettare la scena di sesso tra Zack e Miri, quasi non esiste, surclassata dalla meglio costruita porzione comica.
L’ “Americanità” di alcune gag, come quelle riferite ai neri o presenti nei giochi di parole, non arriva a un pubblico internazionale.
Alcune azioni rappresentano delle forzature nei personaggi di sostegno a favore della storia d’amore.
In fine, alcuni personaggi di supporto potevano forse avere una ragion d’essere che non si esaurisse in una singola gag.

4. Perché vederlo
Lo scopo di una commedia è far ridere e questa ci riesce. La sorpresa dei punch sconcertanti di alcune gag e il tono definito dai personaggi, risolleveranno le sorti di una noiosa serata pizza e film. Inoltre scoprirete cos’è il “Timone olandese”.

5. Considerazioni finali
“Zack & Miri – Amore a primo sesso” è una commedia divertente, da non vedere in famiglia, ma con gli amici, per un’ora e quaranta di risate in un film dal ritmo godibilissimo, diretto e interpretato molto bene.

Voto IMDB: 6,6
Voto Personale: 7

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