Un atlante con le recensioni dei film che hanno fatto la storia del cinema

Tag archive

piacere

THE SECRETARY

su Erotici da

Titolo originale: Secretary
Anno e paese: USA, 2002
Regia di: Steven Shainberg
Scritto da: Erin Cressida Wilson
Cast: Maggie Gyllenhaal, James Spader, Jeremy Davies

Lee è appena uscita da una clinica psichiatrica all’interno della quale, a seguito di un incidente quasi mortale causato dalla sua dipendenza dall’autolesionismo (unico mezzo attraverso il quale riesce a scaricare la tensione e l’ansia che le derivano dal vivere all’interno di una famiglia disfunzionale, soprattutto a causa della dipendenza dall’alcool del padre), ha passato qualche mese nel tentativo di riprendere in mano il controllo della sua vita. All’interno della clinica ogni giorno era molto semplice, si svolgeva sempre nello stesso modo, con tempistiche prestabilite, appuntamenti da rispettare, e Lee teme il ritorno a casa, perché dentro di sé sa già che quel controllo che la clinica avrebbe dovuto aiutarla a recuperare in realtà ancora le manca. Non passa neanche un giorno, infatti, prima che lei torni a scivolare nelle vecchie cattive abitudini, tornando a farsi del male nel tentativo di stare bene.

Il dolore è l’unica emozione attraverso la quale Lee è in grado di processare la realtà che la circonda. La aiuta a distrarsi, concentrandosi su qualcosa di diverso dai suoi problemi, ma ha anche e soprattutto una funzione catartica: il dolore, per lei, si trasforma in piacere, ed osservare una ferita guarire rappresenta per la ragazza una metafora di rinascita e la speranza che, come guarisce il suo corpo, possa un giorno guarire anche la sua mente.

Ciononostante, Lee si vergogna delle proprie abitudini, ne soffre. Questo almeno fino a quando, nel tentativo di dare nuovamente un ordine alla propria esistenza, decide di cercare un lavoro, e lo trova nell’ufficio dell’avvocato E. Edward Grey, che la assume come segretaria. Inizialmente, lavorare per Mr. Grey è una tortura: l’uomo, eccentrico, solitario e dalla personalità spaventosamente dominante (uno Spader dalla recitazione ambigua e inquietante), non è mai contento dei risultati che Lee ottiene, e si dimostra man mano sempre più prevaricatore e autoritario. La personalità di Lee, però, così naturalmente predisposta alla mansuetudine e alla sottomissione, sblocca qualcosa dentro di lui, un desiderio nascosto al quale perfino l’uomo fatica a dare un nome, e che malgrado lui tenti di fuggirne alla fine esplode in un bizzarro ma estremamente appassionato rapporto sadomasochistico i cui momenti più caratteristici sono sicuramente quelli in cui Mr. Grey (curiosa la parziale omonimia con un altro Mr. Grey che, a più di vent’anni di distanza, diventerà molto più famoso di lui, e “lavorando nello stesso campo”, per così dire) ordina a Lee di piegarsi sulla scrivania e leggere ad alta voce le lettere zeppe di errori di battitura che batte a macchina, mentre lui la sculaccia. Errori che inizialmente Lee commette senza volerlo, ma che, man mano che la storia va avanti, la ragazza causa di proposito, apposta per ottenere una punizione che, pur restando tale, diventa fonte di un piacere che Lee non aveva mai provato prima, e dal quale diventa rapidamente dipendente, proprio come è dipendente dal dolore.

L’aspetto più interessante della pellicola di Steven Shainberg (datata 2002 e adattata da un racconto breve della scrittrice americana Mary Gaitskill, contenuto nella raccolta con cui ha esordito nel 1988, “Bad Behavior”) è certamente il tentativo di normalizzare l’idea di una relazione basata sul contrasto fra dominazione e sottomissione e sul piacere che può derivare dal sadomasochismo, specie in un contesto, quello dei primi anni Duemila, in cui questo argomento era ancora tabù, e non alla portata di (quasi) tutti come invece è adesso. Secretary, infatti, pur non lesinando sulle scene scabrose e dal contenuto fortemente erotico, resta, alla base, una fiaba con un dolce lieto fine, durante la quale l’eroina si innamora del burbero principe ed il loro amore, nonostante le avversità, riesce a trionfare. Non a caso, il film si conclude con la protagonista stessa che fa presente al pubblico, abbattendo la quarta parete, che lei e Mr. Grey si sono sposati e hanno costruito per se stessi una routine che, in fondo, non differisce poi tanto da quella di una qualsiasi altra coppia comune.

L’idea che un rapporto del genere potesse non rappresentare un caso di abuso, che si potesse essere felicemente coinvolti in una relazione simile, che la si potesse addirittura cercare come ideale romantico, è certamente un’idea parecchio avanti coi tempi, e va reso merito a Shainberg di aver perseguito quest’obbiettivo in tutti i modi (sia nella scrittura del soggetto che nella realizzazione pratica del film: ad esempio, va detto che il regista lavorò a stretto contatto con la scenografa, Amy Danger, per realizzare la location dell’ufficio di Mr. Grey in modo che risultasse il più naturale possibile, usando solo elementi artigianali o che richiamassero in qualche modo la natura, mentre tutte le altre location erano realizzate utilizzando materiali artificiali, fra i quali spiccava particolarmente la plastica). Così come va reso merito sia al regista che a Maggie Gyllenhaal (nei panni di Lee), di aver portato sullo schermo un personaggio femminile fragile e allo stesso tempo flessibile, timido ma ostinato, credibile nel suo percorso e chiaro nei suoi desideri, per il quale è possibile provare un trasporto emotivo che accompagna lo spettatore per tutta la durata della pellicola.

Un po’ meno riuscito, purtroppo, è il personaggio di Mr. Grey: James Spader porta sullo schermo un uomo in conflitto con se stesso, padrone e allo stesso succube dei propri desideri, ma il tentativo di farne una figura misteriosa lo rende a tratti poco chiaro, perfino più inquietante di quanto dovrebbe essere, il che “sporca” un po’ il lieto fine, rendendolo probabilmente meno lieto di quanto non fosse nelle intenzioni originali.

Tuttavia, Secretary resta un film straordinariamente avanti per i tempi in cui uscì nelle sale, e che ancora oggi vale la pena riguardare per scoprire, con rammarico, quanto la capacità di narratori e registi moderni di trattare lo stesso argomento si sia involuta, invece di evolversi.

9 SETTIMANE E MEZZO

su Culto/Erotici da

Titolo originale: 9 ½ Weeks
Anno e paese: USA, 1986
Regia di: Adrian Lyne
Scritto da: Sarah Kernochan, Zalman King, Patricia Louisianna Knop
Cast: Mickey Rourke, Kim Basinger

Elizabeth McGraw (Kim Basinger), impiegata in una galleria d’arte di New York e recentemente divorziata, vive una vita povera di emozioni e sorprese, tutta casa, lavoro e amici. Un’esistenza in cui i giorni si susseguono sempre uguali, dando forma a una quotidianità piatta e monotona, in cui le responsabilità della vita adulta (gli impegni lavorativi, le chiassose cene con gli amici, la solitudine a seguito della fine del matrimonio) schiacciano qualsiasi possibilità di avventura ed eccitazione.

Questo fino a quando, in una rosticceria cinese, Elizabeth incontra il misterioso John Gray (uno straordinario, abbagliante Mickey Rourke, prima che le sue discutibili scelte di vita lo rendessero l’ombra di se stesso), che da subito la affascina grazie ai suoi modi sicuri, alla sua cura nel vestire e al sorriso, dapprima silenzioso, poi sempre più aperto e incuriosito, che l’uomo le rivolge.

Fra i due, trascinati da una passione che va ben oltre il semplice elemento dell’attrazione fisica, nasce presto una relazione dalla carica sia erotica che sentimentale altissima: Elizabeth, da lungo tempo costretta a reprimere i propri desideri sessuali al punto da non conoscerli pienamente nemmeno lei stessa, si arrende alla sicurezza di John, alla semplicità con la quale la spinge ad allargare i suoi orizzonti. John è una personalità forte e dominante, sa molto chiaramente cosa gli piace e non esita ad ordinarlo ad Elizabeth, la quale, succube del fascino dell’uomo e intenzionata in prima persona ad abbattere le sue stesse barriere in una ricerca sempre più estrema del piacere, gli obbedisce in tutto (dando vita ad alcune scene che resteranno per sempre iconiche nella storia del cinema di genere, come ad esempio quella in cui John benda Elizabeth e poi la accarezza con dei cubetti di ghiaccio, o quella in cui, ancora una volta, la benda e poi le offre del cibo mentre lei è seduta per terra davanti al frigorifero; e come dimenticare, infine, la storica scena dello spogliarello di una Basinger all’apice della sua maturità sessuale, sulle ruvide, ipnotiche note di You can leave your hat on xxx di Joe Cocker).

Il gioco fra Elizabeth e John si fa sempre più ardito e spinto, e giorno dopo giorno entrambi mettono sul piatto forse più di quanto non avrebbero dovuto scommettere: il coinvolgimento emotivo è forte, ma la ricerca di piaceri ed emozioni sempre più estreme finisce per avere il sopravvento sui sentimenti, soprattutto da parte di John, che finisce per coinvolgere Elizabeth in avventure sessuali sempre più disturbanti (una volta chiedendole di camminare gattoni raccogliendo i soldi che lui lascia cadere a terra, un’altra cercando di coinvolgerla in un rapporto a tre con una prostituta sudamericana) che, alla fine, portano la ragazza a riconsiderare la situazione in cui si trova, e decidere che il limite, almeno per lei, è stato oltrepassato, e non intende oltrepassarlo ancora. Come la stessa Elizabeth dice nella scena dell’addio (annunciato, eppure ugualmente sofferto) a John, “uno di noi due doveva dire basta; tu non l’hai mai detto, e io forse ho aspettato troppo”.

Si conclude così una delle pellicole più interessanti del cinema erotico degli anni ’80. 9 settimane e ½ non è un film perfetto, alcuni particolari appaiono fuori fuoco, alcuni particolari, superflui, non contribuiscono alla creazione di una storia coesa che vada dritta al punto invece di disperdersi, eppure il centro della narrazione, la disperata storia d’amore e attrazione che coinvolge Elizabeth e John, non delude mai, dal primo all’ultimo minuto. Si assiste all’evolversi degli eventi sapendo già che una storia così non può che finire male, eppure si spera, fino alla fine, che i due riescano a parlare, a chiarirsi, a trovare una via di mezzo fra il desiderio che li divora e l’affetto che li unisce.

Ma la pellicola di Adrian Lyne, pur se intrisa di un romanticismo cupo e oscuro (che pure risulta alleggerito rispetto a quella che doveva essere l’intenzione originale del director’s cut, che affrontava, nelle scene tagliate, argomenti ancora più pesanti di quelli che il film già affronta, come la dipendenza da psicofarmaci, la nevrosi e il suicidio), racconta con onestà una storia d’amore che non può funzionare, e in conseguenza di ciò non può ottenere il lieto fine che forse avrebbe ottenuto se fosse stata una favola.

Malgrado la fotografia brillante, piena di luci anche nei momenti più oscuri, non c’è niente di fiabesco nella storia di Elizabeth e John. Nonostante l’evidente regressione infantile che Elizabeth attraversa mettendosi completamente nelle mani di John, Elizabeth non è una principessa da salvare, e malgrado la sua promessa di prendersi sempre cura di lei John non è il principe azzurro che la salverà. E infatti, giunta alla fine, al limite estremo di se stessa, che John l’ha aiutata a trovare, Elizabeth, principessa azzurra di se stessa, si salva da sola.

Torna su