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Sarrasine, l’arte e la commedia umana
Un prologo, un racconto, un epilogo nell’arco di quaranta pagine che contengono tutto ciò che solo Balzac può far sperare.
Quaranta pagine per Scènes de la vie parisienne, Sarrasine, edito da Feltrinelli nella traduzione di Rosanna Farinazzo, infilate come un segnalibro, dice nella postfazione Jean Reboul, tra i mastodonti della Comèdie humaine.
Una splendida sala da ballo di misteriosi e ricchissimi parigini ospita, in apertura, il narratore che procede per antitesi e contrappone, in una riflessione intima e personale per immagini, l’amore e la morte, come nel più classico dei racconti romantici, esplicitando quello che sarà uno dei temi della narrazione. Per introdurci una figura grottesca e ambigua: un uomo, un vecchio e bizzarro centenario, un vampiro, un fantasma, un mostro, forse Cagliostro stesso. Una figura grottesca che alimenta una curiosità altrettanto bislacca e attorno alla quale si svilupperà il racconto nel racconto in una perfetta mise en abîme.
Il narratore sfrutta la situazione ambigua per i propri fini, soddisfacendo la curiosità di una giovane donna, Mme de Rochefide. Raccontandole la storia che conosce (la storia di Sarrasine), svelandole il segreto e dissipando l’aria umida e fumosa che aleggiava attorno al personaggio misterioso, il narratore spezza il legame di mistero e tensione che aveva creato con l’ascoltatrice, suo malgrado rinunciando alla morbosa attrazione che, alimentata dall’attesa, gli era valsa un appuntamento, un rendez-vous.
L’insistenza che Mme de Rochefide aveva mostrato, la petulante richiesta di ascoltare la storia di quell’essere così intrigante e spaventoso, è un’anticipazione dell’insistenza che Sarrasine stesso applicherà nel suo strenuo e goffo tentativo di conquista nei confronti di Zambinella. Entrambi, Zambinella e il narratore, oppongono resistenza, coscienti del fatto che, una volta svelata la verità, sarebbe venuta a mancare l’attrazione.
A questo punto Sarrasine diventa pienamente un racconto sull’arte e sul suo potere di comunicazione (e sulla sua ricezione), piuttosto che su pruriginose passioni, e la scena si sposta in una Roma “regina delle rovine”. Sembra di essere tornati in pieno Umanesimo, tra le misere pietre di una civiltà da ricercare nell’arte e nella perfezione (tutta da imitare) della natura.
Lo stesso modo di relazionarsi di Sarrasine al corpo di Zambinella ne è riprova: è un corpo perfetto, che rispecchia tutte le proporzioni classiche. Sarrasine lo adora, ne è completamente rapito, non riesce a pensare ad altro. Si tratta dello sguardo di uno scultore verso il soggetto che potrebbe diventare una statua, un pezzo d’arte perfetto.
Così come una statua perfetta poteva mutarsi in essere in carne ed ossa, per la metamorfosi ovidiana di un oggetto inanimato in un essere animato. Il percorso di Pigmalione è inverso rispetto a quello di Sarrasine, e quest’ultimo si lascerà sfuggire (o sarà costretto a smarrire) la propria Galatea.
Del resto Zambinella aveva avvertito Sarrasine della sua condizione umana, del suo essere prigioniera di un corpo e di consuetudini che le avrebbero di fatto e senza dubbio impedito di essere una musa, la personificazione di un’arte. “Io non ho cuore [...] quegli applausi, quella musica, quella gloria cui sono condannata, ecco la mia vita, non ne ho altre!” Anticipando di circa vent’anni le parole disperate di Violetta, la traviata verdiana: “Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia”, recita la celebre cabaletta ponendo in essere l’ossimoro che segna l’intero destino dell’altrettanto celebre eroina.
Considerata da alcuni uno dei capolavori della Comédie humaine, Sarrasine ha suscitato l’interesse critico di Georges Bataille e Michel Serres, e di Roland Barthes che le ha dedicato un intero saggio (S/Z, edito da Einaudi).
Titolo: Sarrasine
Autore: Honoré de Balzac
Editore: Feltrinelli
Dati: 2010, 64 pp., 5,5 euro
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