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Parco letterario Carducci, abbuffate sotto il maestrale

domenica, settembre 5th, 2010. Filed under: luoghi Periscopio by Piera Lombardi

C’è un tempo per vivere e uno per morire, qualche volta si muore in vita anche più di una volta al giorno: che caduta di stile! C’è un tempo per la poesia e uno per la prosa: ma se poi diventa tutto sempre e solo prosa?  Prosa mangereccia e Pantagruele non ne ha colpa. C’era un tempo in cui l’Italia vantava un vate a stagione, c’erano talmente tanti di quei vati in circolazione che quasi te li tiravano appresso; oggi è il tempo disimpegnato del water nudo e crudo, dell’inconsistenza urlata a ogni caso pseudo istituzionale, pseudo politico e pseudo culturale tirato in ballo dall’occhiuto di turno, caso  che subito si sbriciola come wafer, nel water.

Vate d’Italia è stato il gran toscano Giosué Carducci, arruffato, scomposto, indignato, un po’ appesantito, prima dell’avvento di quel vate adrenalinico e bighellone che fu D’Annunzio. Il vate Carducci,  guida e punto di riferimento della cultura italiana e della nazione per un cinquantennio, sembra oggi guidare più che altro le papille gustative del disunito paese, mai desto, pacificato forse solo a tavola. E così Carducci, o se ne sta sfibrato, dimesso come fiore secco e dismesso nelle pagine di letterature e antologie, perché fu professore di eloquenza a Bologna, perché maestro di Pascoli, perché primo italiano a ricevere il Nobel per la letteratura nel 1906 (attenzione: è domanda d’ammissione ai concorsi pubblici, persino alle nobili scuole di giornalismo), perché autore dell’Inno a Satana prima dei satanassi e dei satanisti, del Pianto Antico, di San Martino (che non è una canzone di Fiorello) di Davanti San Guido, di Odi barbare vecchie e nuove e di poesie declamate ai tempi in cui a scuola si faceva esercizio di memoria, o vive pretestuosamente nelle invitanti  mangiatoie site nel parco letterario a lui dedicato. I cultori della materia, il cibo, ne fanno questione di gastronomia e cucina letteraria per legittimare abbuffate nel nome di un poeta . Un po’ come quando certe ostentazioni di carne umana vengono definite “nudi artistici”. Si nobilita quel che si può nobilitare.

Andiamo per gradi. Gustiamo il menù di casa nostra. Vate intanto perché? Figlio di un ardente carbonaro e mazziniano, anticlericale, mangia preti e mangia duchi (quelli del granducato di Toscana), salato e pepato in zucca e di lingua, Giosué perseguì l’ideale dell’Italia unita e pur di vederlo realizzato, fece atto di realismo politico fino a rivedere le sue posizioni giovanili: accolse la soluzione monarchica, affascinato dalla regina Margherita più che dalla pizza stessa, tanto che le dedicò un ode (alla Regina) e dal 1890 fu senatore del Regno. Castagneto e Bolgheri (siamo in provincia di Livorno, terra incantevole e benedetta, definita alta Maremma o maremma pisana) sono il cuore del parco letterario a lui intitolato. L’Italia accoglie parchi letterari in mezzo a parchi divertimenti, outlet, e acquapark. L’idea di Stanislao Nievo, scrittore (purtroppo scomparso nel 2006), nipote di Ippolito Nievo, si è realizzata a partire  dagli anni ’90, talvolta con prerogative più mangerecce che letterarie. A Castagneto c’è la casa dell’adolescenza di Carducci, dove il poeta visse almeno un anno all’indomani delle fucilate che costrinsero il padre, medico condotto, e come già accennato, scalmanato militante repubblicano a fuggire da Donoratico per rifugiarsi a Castagneto. Il paese ospita anche il nuovo museo archivio che conserva documenti, lettere, materiale autografo, fotografie, libri e vecchi giornali, persino caricature del poeta.  A Bolgheri, ci sono gli stranoti cipressi in duplice filare lungo il viale di 5 chilometri, promosso a monumento nazionale, della poesia Davanti San Guido, e c’è anche la tomba di nonna Lucia, nonna di Giosué a lui molto cara, e la statua a lei dedicata con quel tanto di kitch a rafforzare un simbolo evanescente. Di cipressi in codeste belle contrade ne troverete riprodotti in tutti i modi ma garbati e bellini, per dirla alla toscana. C’è un vero e proprio arsenale del souvenir in paese, dove tutte le variazioni sul tema sono declinate.

Per il resto, in nome di Carducci si mangia. Che dobbiamo farci, siamo italiani, ci tiene insieme  la cosiddetta “cultura del cibo” e dunque perché meravigliarsi se tutto è finalizzato al mangiare? Carducci, chi era costui? Importa, davvero saperlo, ricordarlo? Mangia preti? Mangia duchi? Mangia arci duchi? Mangia granduchi? Chi mangia cosa? È tutto un mangia mangia. Carducci era un forte mangiatore, lui per primo, e questo assolve tutti. Bella la poesia! “Oh quel che amai, quel che sognai, fu in vano: e sempre corsi, e mai non giunsi il fine: e dimani cadrò. Ma di lontano pace dicon al cuor le tue colline con le nebbie sfumanti e il verde piano ridente ne le piogge mattutine”, canta il poeta nella poesia “Traversando la Maremma toscana”. Apprezziamo un declamatore (del poeta), che non c’è; apprezziamo un’iniziativa in suo nome o una visita organizzata nei suoi luoghi, che non c’è! Vige il fai da te. Apprezziamo questo Carducci, ma la prosa ci garba di più. E così, bandito l’aulico, riposto il vate nella teca che svela la sua appartenenza alla massoneria (niente a che vedere con l’odierna P3 e a seguire),  sopra la casa di Carducci a Castagneto, due stanzette modeste ma intrise di presenza, può succedere di vedere sventolare non bandiere ma gocciolanti panni stesi. Bucato dei nostri tempi di ammorbidente:  “Al piano di sopra lo si affitta ai turisti”, vi sentirete rispondere con pacatezza, se chiederete spiegazioni. Oppure, secondo la fenomenologia dei tempi, può capitare d’imbattersi nel turista di Fratta Maggiore che vi dichiara candidamente di essere stato in gita a Bolghèri e non già a Bòlgheri, che vi fa capire che questo posto non gli suscita nulla, neanche un ricordo, ma ha solo stuzzicato il suo palato; o trovate chi fa la foto ai tre monelli che scalano la statua kitch di nonna Lucia dicendo altrettanto candidamente: ma la nonna del poeta chi? Carducci o D’annunzio? Non sono caricature, ma personaggi veri. Come è vero che i comuni del parco letterario in estate si visitano che è una bellezza, in tutta quiete assaporando la perfetta congiunzione di natura e storia umana. Ma nulla di più facile che dalle 19 ci sia una netta inversione di tendenza. L’armonia dei colli sia rotta da che si veda arrampicarsi lungo la strada che porta alla “sacra” meta una processione di macchine: sono i cultori della materia, il mangia mangia. Vengono a rendere onore al vate, chiunque egli sia.  Amò mangiare e questo basta e avanza.

L’istigazione mangereccia viene data ai turisti dagli stessi responsabili del parco, dai comuni  che per favorire il “turismo enogastronomico” tengono viva l’immagine di Carducci non forcaiolo ma ottima forchetta. “Carducci e il territorio castagnetano” è il titolo del catalogo che si vende al museo archivio o alla casa accarezzata dai panni stesi. Nel catalogo si parla del poeta, delle sue appassionate “ribotte”, alias mangiate. Si legge, tra l’altro: “La frequentazione di Castagneto va dal 1879 al 1894, alla ricerca dei vecchi amici e della loro compagnia fatta di sgambate e di ribotte alla Torre di Donoratico”.  E ancora: “Le ribotte tante volte menzionate dal Carducci nella corrispondenza con la moglie e con Giuseppe Chiarini, sono grandi pranzi a base di specialità maremmane e di vino locale in cui il piatto principale è rappresentato dalla selvaggina tipica di queste colline, i tordi e i cinghiali”. E più avanti: “Quasi sempre la ribotta procede sino al tramonto, in un susseguirsi festoso di specialità gastronomiche e abbondanti libagioni. La ribotta più famosa che fece Carducci alla Torre di Donoratico il 17 settembre 1885, di cui si conserva anche una foto di gruppo, il poeta è al centro, barbuto e felicemente sazio, aveva siffatta sequenza di portate: sopracappellini cotti nel brodo di quaglia, vassoiata di cervello fritto con contorno di prezzemolino croccante, specialità maremmane, tre piramidi di cento tordi l’una, ballotte fumanti e fragranti. Se le sue poesie risultassero “indigeste” ora sappiamo a chi o cosa dare eventualmente una colpa. Il poeta per primo, dunque, ha fomentato la fama di sé come poeta ghiottone e ispirato il filone turistico prevalente in suo nome. Difatti, tra i libri in vendita a Bolgheri, salta all’occhio “Viaggio del ghiottone. A Bolgheri e Castagneto”, di Aldo Santini (Maria Pacini fazzi editore). L’autore non fa mistero: “Diciamolo: oggi Bolgheri pensa solo ad apparecchiare i tavoli per i visitatori italiani e stranieri. Trattorie, enoteche, rivendite di leccornie lo hanno trasformato in un borgo della pappatoria e del bere bene. Oggi il paese del Carducci, ombelico del Parco letterario legato al nome del grande poeta, ha poco di artistico…”. E se l’offerta culinaria non prevede più teste di cinghiali, colombacci inteneriti né crostini di coglionella, (amati dal vate), ricette irrealizzabili, ormai, né ci sono le “ribotte” di un tempo gli “enogastronauti” (perché così oggi si chiamano i ghiottoni) trovano di che “abbottarsi” per poi scendere a valle. A Bolghéri ci sono cipressi? A sì? Dove? Non ci ho fatto caso…

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