Un atlante con le recensioni dei film che hanno fatto la storia del cinema

THE DREAMERS – I SOGNATORI

su Culto da

Anno: 2003,  UK | France | Italy
Regia: Bernardo Bertolucci
Sceneggiatura: Gilbert Aldair
Cast: Michael Pitt, Eva Green, Luis Garrel, Florian Cadiou
Bertolucci torna alla regia con uno sguardo al passato, alla Primavera di Parigi del ’68 e agli anni della Nouvelle Vague. Il film è tratto da un racconto di Gilbert Aldair che si occupa in prima persona anche alla stesura della sceneggiatura. Interessante è come il regista di Ultimo tango a Parigi (id, 1972) ritorni a descrivere questa meravigliosa città e il sesso, guardando entrambi da una prospettiva diversa.
Difficile guardare un film di questo tipo senza pensare alla rivoluzione culturale che proprio in quegli anni sconvolgeva l’Europa e non solo e che aveva come cuore pulsante proprio Parigi.

La vicenda è un ménage à trois tra il povero ed innocente Michael Pitt, studente americano che si ritrova suo malgrado coinvolto in avvenimenti più grandi di lui, e una coppia di fratelli composta da Eva Green e Luis Garrel.

Bertolucci fa del suo protagonista l’occhio dello spettatore, infatti lo fa innamorare subito del cinema e della potenzialità del mezzo cinematografico che riesce ad isolarlo dalla realtà e a trasportarlo in una dimensione differente e può essere un gioco riuscire a cogliere tutti i riferimenti e a riconoscere le immagini di film famosi che Bertolucci qua e là inserisce all’interno della sua pellicola. Questo è un modo per il regista di omaggiare il cinema, un po’ come all’epoca fece Truffaut con il piccolo Antoine de I quattrocento colpi.

La storia e il protagonista si evolvono con l’incontro/scontro tra i due fratelli che non si comportano assolutamente come tali. Questi ultimi infatti coinvolgono il giovane inesperto in un gioco di seduzione e sesso, droga, fumo, alcool ed eccessi vari. Vivendo insieme, a stretto contatto con i due gemelli, Micheal Pitt invaghito della sensualissima Eva Green capisce che il rapporto tra i due fratelli gemelli è oltre il morboso e la gelosia reciproca è lampante. Visivamente Bertolucci realizza il suo film, non solo creando un vero omaggio al cinema francese di Truffaut (come non pensare alle corse di Jules et Jim?), ma anche dando delle immagini iconiche e lavorando sulla fotografia e i colori. Eva Green coperta solo di un lenzuolo bianco sotto la vita che indossa dei guanti neri fino al gomito, con i capelli raccolti e con il trucco accentuato da un rossetto rosso vivo, è l’immagine di una moderna Venere di Milo che seduce i suoi amanti e lo stesso spettatore. Alla fine, dopo questa immersione di vita bohème, il nostro protagonista riemerge nella realtà degli eventi, che ha portato Parigi alle rivolte studentesche, alle manifestazioni e alla violenza e capisce che nel nucleo che i due fratelli ossessivamente condividono, non c’è spazio per lui e che da questo periodo onirico deve risvegliarsi.

Il titolo direi che è assolutamente azzeccato, i sognatori non erano solo gli studenti che manifestavano per il ’68, ma anche i tre protagonisti che per il periodo dello svolgimento della trama hanno sognato di condividere una realtà diversa, di sfogare le loro fantasie sessuali e condividere la passione per la vita, per gli eccessi e per il cinema. Il regista sembra quasi volerci dare un monito, sembra guardare con occhio nostalgico a quel periodo che ha vissuto anche in prima persona e che ora anche a lui appare come un sogno lontano, ma che noi spettatori dobbiamo guardare con occhio più critico. La sensualità di Eva Green contesa dai due amanti, sottolineata dalle luci, dai colori e dall’ottima fotografia, rappresenta un po’ il fascino del cinema a cui lo spettatore si concede volentieri, rimane affascinato dalla sua bellezza, ma che deve, alla fine di tutto, tornare a fare i conti con la realtà della vita. Il sogno come un film è bello, ti ipnotizza, ti seduce, ma poi bisogna (purtroppo) svegliarsi. Una menzione particolare va fatta anche alla colonna sonora che è composta dai brani dell’epoca e che aiuta lo spettatore a calarsi e ad immedesimarsi nelle sensazioni del protagonista e che lo guida tra le immagini e i fotogrammi di una Parigi complessa e meravigliosa.

LA VITA DI ADELE – CAPITOLO 1 E 2

su Erotici/Festivals/Indie da

Titolo originale: La vie d’Adèle
Anno: 2013, Francia
Regia di: Abdellatif Kechiche
Scritto da: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix
Cast: Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Salim Kechiouche

Giustamente molto lodato e premiato, anche con Palma d’Oro a Cannes nel 2013, “Vita di Adele” è uno splendido film, di rara intensità ed emozione, girato da un Abdellatif Kechiche che qui, dopo i già apprezzati “La schivata”, “Cous cous” e “Venere nera”, è davvero in stato di grazia.

Tratto dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, da cui peraltro si discosta per diversi aspetti, il film narra la storia di Adele, quindicenne in un liceo della Francia del Nord, che, affamata di cibo e di amore, alla ricerca insaziabile di qualcosa che ancora non sa definire, vive una adolescenza non facile, pressata da compagni di scuola stupidi e grevi che la percepiscono “diversa” e la tormentano per questo. Una famiglia tutto sommato affettuosa, di brava gente ma convenzionale, non può offrirle comprensione e sostegno per affrontare le sue difficoltà, le sue incertezze, i suoi dubbi.
Nel tentativo di conformarsi ai coetanei si accompagna a Thomas, ma quello che lui le può dare non ciò che Adele cerca, ciò che con slancio e irruenza desidera ma non sa definire.
L’incontro con Emma dai capelli blu, interpretata da una magnifica Léa Seydoux, più adulta di lei e più risolta, lesbica e artista, le sconvolgerà l’esistenza, facendole scoprire l’amore, quello vero, la vera passione, il vero abbandonarsi a qualcuno sentendosi amanti e amati.
Il dono di un amore così intenso e totalizzante non teme certo la diffidenza e l’ostracismo di chi non lo comprende, e Adele sboccia nel suo essere donna, felice come mai prima.
Ma iniziata come un perfetto idillio, col tempo la storia con Emma, con cui è andata a convivere, inizia a vacillare: Adele, diventata insegnante, non si sente molto coinvolta dalle problematiche della comunità gay in cui Emma è ben inserita, e pur prestandosi a cucinare per loro non riesce a trovare negli amici di Emma, nella sua cerchia di artisti, una vera comunanza.

Arriva a sentirsi un po’ messa da parte, forse trascurata, e quasi senza accorgersene si concede a un collega, senza un vero interesse, tanto per “cambiare un pochino”. Ma Emma, nonostante sia già innamorata di un’altra donna – o forse proprio a causa di questo – non le perdonerà il tradimento, cacciandola e gettandola nella disperazione assoluta. La vita di Adele andrà avanti, ma nella sua infelicità lei non cesserà mai di rimpiangere e cercare l’amore perduto, quella luce che nella sua vita non riesce più a trovare.
Kechiche, da qualcuno criticato per le scene di sesso lesbico lunghe e insistite, racconta magistralmente il magico passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la scoperta di sé stessi, dell’amore, del sesso, della intensità della vita. Lo fa chiedendo alle sue attrici un enorme sforzo: incolla la macchina da presa al volto di Adele Exarchopoulos e non la molla più, in una serrata insistenza di primi piani che non possono non aver messo a dura prova l’attrice, la quale risponde splendidamente e con naturalezza alla richiesta del regista non solo di interpretare ma quasi di “reicarnarsi” nella protagonista.
Una protagonista che nella sua carnalità, nella sua fame di cibo, di amore, di sesso, di vita, brilla di tutto il confuso e vitale splendore del delicato e al tempo stesso violento passaggio all’età adulta.

Il risultato è di una passionalità, una emozione, un aderenza al reale non comuni, tanto che il Guardian scriverà con entusiasmo “Le lunghe scene di sesso sono così esplicite e candide da risultare magnifiche, e fanno sembrare il sesso di Ultimo tango a Parigi arrogante e datato”.
Nello stringersi negli spazi di un’aula, una camera, una cucina, il film si dilata in una cocente ricerca di interiorità, narrata con una naturalezza, una mancanza assoluta di morbosità che lascia commossi, emozionati e incantati.

SPAGHETTI STORY

su Indie/Italiani da

Anno d’uscita: 2013, Italia
Scritto da: Ciro De Caro, Rossella D’Andrea
Diretto da: Ciro De Caro
Cast: Rossella D’Andrea, Xueying Deng, Valerio Di Benedetto

A volte sembra così semplice. Ti chiedi come mai ci siano tanti film pessimi quando basta così poco per fare un bel film. E te lo chiedi perché gli autori sono stati abbastanza bravi da non farti capire in quanti modi si poteva fallire, e quanto difficile sia stato trovare delle soluzioni narrative che funzionassero.
Te lo chiedi perché guardi il film e sorpreso di quanto ti sia piaciuto, non hai nulla da ridire.

Breve presentazione
“Spaghetti Story”, anche se categorizzato come commedia, è un film drama dal naturale tono ironico.
I protagonisti sono romani in cui è facile rivedere un amico o un amica se si abita a Roma. Ma che riescono ad incarnare bene il sentimento che vivono molti ragazzi e giovani uomini e donne del nostro paese nell’attuale periodo storico.
Seguiamo le vite di quattro persone molto diverse tra loro, ognuna con un fare spesso conflittuale verso l’altro (espresso con particolare abilità dagli attori) ma è un conflitto che non divide, al contrario è prova della loro intima unione.
Il tono è leggero e profondo allo stesso tempo e crea un ritmo piacevole e mai noioso.

Di seguito la recensione divisa in cinque punti:
-Trama;
-Cosa funziona;
-Cosa non funziona;
-Perché vederlo;
-Considerazioni finali.

Ma prima una rapida considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Gli autori avevano poche pretese, e una volta distribuito il film, sarebbero stati contenti di tenerlo in proiezione per una o due settimane, ma la gente lo apprezzava e rimaneva in sala, settimana, dopo settimana, dopo settimana.
Quando chiedono al regista Ciro De Caro che cosa ha voluto comunicare con “Spaghtti Story”, lui risponde che voleva solo raccontare bene la storia e fare un bel film. Non esiste risposta migliore.
La realizzazione è stata possibile con un budget di 15mila euro (una cifra insignificante per il livello raggiunto) e l’aiuto di tanti amici nel settore. Merita una menzione il fatto che buona parte di questa somma sia stata recuperata proprio dal regista vendendo la sua auto.
Il film è un gioiello che dovrebbe essere d’ispirazione per coloro che con pochi mezzi e tanta voglia desiderano realizzare un film.

Trama
Valerio (Valerio Di Benedetto) è un’aspirante attore sui trent’anni, che rifiutando di rinunciare al suo sogno, conduce ancora una vita dai tratti adolescenziali. Accetta, convinto dalla paga, di ritirare della droga per conto del suo miglior amico Cristian detto “Scheggia” (Cristian Di Sante) un simpatico tipo da strada che cerca di crearsi una posizione grazie a qualche “giretto”.
Nel luogo dove Valerio ritira la droga incontra una giovane ragazza cinese, Mei Mei, impiegata come prostituta. Valerio ne ha subito compassione.
Il punto di massima tensione arriva quando Valerio è messo di fronte all’evidenza che non riuscirà a diventare un attore, piegato dal senso pragmatico della sorella Giovanna (un’incantevole Rossella D’Andrea) e spezzato dai problemi con la sua ragazza Serena (Sara Tosti) pressata dall’istinto materno.
Questo momento lo rende capace di un’azione all’apparenza sconsiderata, ma in effetti coraggiosa e matura, che crea l’ennesimo conflitto tra le parti, ma che ancora una volta si risolve nell’indissolubile affetto che lega i personaggi.

Cosa funziona
La rappresentazione della situazione sociale, personale e privata di Valerio è perfetta, reale, e presentata con naturalezza attraverso le normali interazioni tra i personaggi.
Il particolare modo in cui si manifestano le relazioni era davvero di difficile resa, ma risulta perfettamente naturale grazie alla perfetta recitazione, aiutata probabilmente dalla scelta azzeccata del cast o da una sceneggiatura che sembra cucita sugli attori.
Il flusso emotivo in costante crescendo trova una corretta soluzione nel finale.
Il montaggio è caratterizzato da tagli che si è abituati a vedere sui video di YouTube, che aggiustano i tempi della recitazione e delle scene. Ma che sia stata una scelta ponderata o una soluzione tecnica trovata a posteriori, funziona.

Cosa non funziona
La scrittura è sicuramente acerba, sebbene l’intuito degli scrittori consegni una storia tutto sommato fluida e coerente. Tale inesperienza si manifesta in diversi modi. Per esempio nelle piccole e grandi forzature a cui sono stati costretti per mantenere il riuscito flusso emotivo. E ancora nella caratterizzazione ingenua di Valerio mostrato a giocare ai video game, o col trenino, e facendo ripetere da chiunque quanto Valerio sia immaturo, nella convinzione che questo lo renda tale di fronte agli spettatori.

Perché vederlo
Per la complessa e familiare realisticità delle relazioni. Per il personaggio di Scheggia e la sua spassosa interpretazione. Per quello che mi piace credere sia il moderno umorismo italiano. Per godere di un film ben fatto.

Considerazioni finali
Consigliato a chi piace riconoscere in un film la propria realtà, farsi due risate e a cui non dispiace terminare la visione con un sentimento amaro e dolce. Un film dalla resa pulita, nato senza pretese, ma pienamente soddisfacente dal punto di vista dell’intrattenimento e ricco di spunti di riflessione per chi li cerca.

Voto IMDb: 6,4
Voto Recensore: 6,7

VICTORIA

su Indie da

Anno d’uscita: 2015, Germania
Scritto da: Sebastian Shipper, O. Neergaard-Holm, E.F. Schulz
Diretto da: Sebastian Schipper
Cast: Laia Costa, Frederick Lau, Franz Rogowski

Una notte, una città, una ripresa.

Guardi i titoli di testa sparire sopra una ragazza che balla in discoteca. E la camera rimane fissa su di lei, a lungo, troppo a lungo. Poi lei si muove e la camera la segue. Ti aspetti che ci sia un taglio prima o poi, che è impossibile che abbiano girato un film tutto d’un fiato precludendosi la possibilità d’errore.

Segui la ragazza al bar, la segui quando incontra un gruppetto di piantagrane, continui a seguire questo gruppo e il taglio non arriva, e a un certo punto ti dimentichi di aspettarlo, e ti ritrovi ad essere uno dei personaggi che si muove con loro lungo le strade, che sta con loro sul tetto, in taxi, in discoteca. Ti dimentichi che è un film, e sei semplicemente lì, di fronte alla realtà.

Breve presentazione

“VIctoria” è un film drama/crime girato con un unico piano sequenza. Le vicende si svolgono a Mitte, un quartiere di Berlino, durante le ore finali della notte e il primo mattino. Il cast è formato da giovani attori abbastanza bravi da non sembrare attori. L’atmosfera del film è quasi da reality e dopo qualche minuto puoi respirare l’atmosfera familiare di una serata tra ragazzi un po’ scapestrati, come è capitato a tutti di diventare, dopo una serata carica e qualche birra. Ma la storia prende presto una direzione affatto ordinaria.

Di seguito la recensione divisa in cinque punti:

  1. Trama;
  2. Cosa funziona;
  3. Cosa non funziona;
  4. Perché vederlo;
  5. Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale

Molti avranno visto “Birdman” e avranno notato l’assenza di tagli, ma è chiaro che il film sia diviso in sezioni e in scene dove in effetti il taglio è stato possibile, sebbene reso invisibile.

Ma esistono film girati sul serio con un’unica ripresa, videos de sexo e di “Russian Ark” o “Timecode” tra i più recenti e “The Rope” (Nodo alla Gola) di Hitchcock, con sette tagli dovuti alla limitazione tecnologica dell’epoca che non permetteva di girare tutto il film su un unico rullo.

Il problema di girare in un unico piano sequenza è la potenziale noia dei tempi morti tra un’azione e l’altra. Ma qui, grazie all’abilità degli sceneggiatori e all’intelligente scelta delle location, i tempi morti sono ridotti al minimo e le attese che viviamo sono spesso un valore aggiunto in cui la tensione cresce in modo naturale.

In più ci troviamo spesso obbligati a pensare in termini molto pratici all’evoluzione della storia, come faremmo se ci trovassimo realmente nelle situazioni presentate, dandoci così l’impressione di vivere una simulazione più che assistere ad un film.

Trama

ATTENZIONE: Per evitare spoiler saltate questo paragrafo e andate a un agriturismo a faedis.

Victoria è una ragazza di Barcellona trasferitasi da poco a Berlino. In discoteca si imbatte in un gruppo di Berlinesi un po’ rumorosi che dopo qualche resistenza la convincono a passare con loro quel che resta della serata.

Sono tutti ragazzi abbastanza scapestrati e alcuni di loro hanno anche dei precedenti penali, ma nonostante ciò è evidente che siano dei bravi ragazzi.

Il gruppo stringe presto amicizia e all’alba si salutano. Ma uno dei ragazzi di Berlino nel frattempo si è sentito male e non può assolvere al proprio compito in una commissione molto importante che devono sbrigare da lì a breve. Si vedono così costretti a chiedere aiuto a Victoria che accetta.

La commissione si rivela essere una rapina e Victoria, un po’ perché impaurita da alcuni delinquenti, un po’ perché vuole aiutare il gruppo, diventa per quella sera l’autista della banda.

La rapina si svolge rapidamente e la fuga ha successo. Ma dopo pochi minuti il furgone usato per la rapina verrà trovato dalla polizia e il gruppo, braccato ad ogni angolo, sarà costretto alla fuga.

Cosa funziona

Il ritmo di tutta la seconda parte del film è incalzante e anche quando lascia riprendere fiato è sempre carico di tensione emotiva.

L’interpretazione degli attori, in particolar modo quella della protagonista (Laia Costa), è semplicemente perfetta. La carica emotiva è sempre reale e palpabile.

La regia inquadra in ogni momento ciò che deve essere inquadrato, con i giusti tempi e i giusti modi. Un’impresa che stupisce visto il tipo di tecnica utilizzata.

Cosa non funziona

Ho parlato dei pro della tecnica registica, ma ci sono anche dei contro. Infatti privandosi del montaggio ci si priva di uno strumento di comunicazione. Il montaggio crea diversi livelli di significato, che un’unica ripresa non può trasmettere, e che permette allo spettatore di sparire e diventare uno con il protagonista (scusate se suona un po’ criptico). Invece in “Victoria” ci ritroviamo sì, nel mezzo dell’azione, ma rimaniamo accanto ai protagonisti, senza riuscire quasi mai ad identificarci con loro.

In fine la prima parte, sebbene sia funzionale al crescendo del film, potrebbe risultare lenta.

Perché vederlo

Perché non è il tipico film da vedere per passare una serata tranquilla. Perché la serata vi sembrerà di averla passata per le strade di Berlino. Per godere del piano sequenza come strumento narrativo e non come semplice sfoggio di tecnica. Perché le quasi due ore e mezza voleranno in un attimo lasciandovi però l’impressione di aver vissuto un tempo lunghissimo.

Considerazioni finali

“Victoria” è un’esperienza emotiva concreta che, attraverso una scelta registica coraggiosa e riuscita, ci trascina a forza nella realtà del film.

Consigliato per chi apprezza i film dall’atmosfera reale, ma non quotidiana.

Voto IMDb: 7,7
Voto Recensore: 7,8

ANOTHER EARTH

su Festivals/Indie da

Anno d’uscita: 2011, USA
Scritto da: Mike Cahill, Brit Marling
Diretto da: Mike Cahill
Cast: Brit Marling, William Mapother, Matthew-Lee Erlbach

Diciamo che esista un mondo identico al nostro da qualche parte, dove la vita è stata esattamente identica a quella del nostro mondo. La stessa evoluzione, le stesse guerre, le stesse persone. Un mondo parallelo. Diciamo che un giorno i due mondi siano messi a conoscenza della loro reciproca esistenza. Immaginiamo che sia addirittura possibile vedere il nostro pianeta gemello guardando in cielo, come se stessimo guardando alla luna. Ti chiederesti come sarebbe andare lì. Potrai incontrare l’altro te stesso? Potrai parlare con questa persona? Sarà questa migliore di te? Potrai imparare da quest’altro te?
Queste sono le suggestive domande che il film pone in modo collaterale alla storia centrale.

Breve presentazione
“Another Earth” film drammatico/fantascienza con un’atmosfera iperrealistica, dove ogni elemento fantascientifico viene vissuto da spettatore. Apprendiamo cosa succede da stralci di informazione in tv, dalla radio, osservando le piccole reazioni della società, in modo naturale senza che siano necessarie spiegazioni. Mentre la storia centrale è quella della protagonista che cerca di risolvere il suo personale disagio legato solo in maniera marginale (almeno in apparenza) all’evento fantascientifico.

Di seguito la recensione divisa in cinque punti:
-Trama;
-Cosa funziona;
-Cosa non funziona;
-Perché vederlo;
-Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Quando vedi un film del genere ti rendi conto delle possibilità del cinema. Di quanto la qualità del film sia davvero fatta dalla storia e dalla cura nella tecnica e di quanto poca importanza abbia un grande budget.
Brit Marlin e Mike Cahill vivevano a Los Angeles, la città dove chiunque vuole fare un film deve andare. Ma loro si sono voluti allontanare dalla città. Hanno raccolto le idee e i fondi e hanno girato il film facendolo poi partecipare al Sundance, forse il concorso più importante del cinema indipendente.
Lì hanno riscosso un meritato successo che li ha fatti distribuire nei cinema e grazie al quale abbiamo avuto la fortuna di vederlo.

Trama
Rhoda (Brit Marling) è una bella e brillante ragazza con un fidanzato, amici e un futuro più che luminoso. Purtroppo rientrando a casa in auto, stanca, leggermente ubriaca e distratta da un puntino blu nel cielo, ha un incidente stradale in cui viene coinvolta una famiglia, e per il quale sconta quattro anni di carcere. Tutto questo prima che il film inizi realmente.
Uscita di prigione ritorna a casa dalla sua famiglia, ma è ormai un’estranea in casa propria.
Il suo brillante futuro è rovinato e lei non ha alcuna intenzione di provare a cambiarlo.
Comincia a lavorare come addetta alle pulizia in una scuola. Poi durante l’anniversario dell’incidente si imbatte in un uomo, il padre, unico sopravvissuto, della famiglia coinvolta nell’incidente di quattro anni prima.
Rhoda ha l’intenzione di parlargli per chiedergli scusa, ma le cose non vanno come previsto, e lei si ritrova a nascondergli la sua identità.
Così la storia si sviluppa attraverso il loro rapporto sino a che Rhoda si vede costretta a rivelare la verità sul suo conto. Segue la risoluzione della storia in un ottimo finale e alcuni agriturismi udine.

Cosa funziona
Il film è davvero quasi perfetto nel suo genere. Credibile in ogni minuto. Il fluire è perfettamente dosato e funzionale a creare il corretto stato emotivo.
Il livello di scrittura è senza dubbio il punto forte. Eventi toccanti e originali, immagini rapide dove si sintetizza spesso una grande quantità di significato che lo spettatore comprende senza sforzo, ogni elemento narrativo è messo al posto giusto. Tutto questo concorre alla creazione di una storia che si avverte come reale e persino personale.
Infatti siamo in perfetta empatia con la protagonista, leggiamo i suoi pensieri e ne comprendiamo lo stato d’animo in ogni piccola azione.
Oltre a questo la musica è perfetta così come l’utilizzo delle diverse voci fuoricampo e dei piccoli dettagli apparentemente marginali che invece sono il segreto di una narrazione tanto fluida.
Il finale è d’impatto e quasi perfetto e quando il finale funziona l’intero film funziona.

Cosa non funziona
Qualche piccolezza, qualche sbavatura trascurabile. Il film sebbene sia denso ha forse qualche minuto morto (anche se funzionale al flusso emotivo). Alcuni personaggi come il bidello, che dovrebbe essere una sorta di mentore, è quasi inutile ai fini narrativi sebbene riesca a catalizzare attorno a sé un’atmosfera di mestizia e rimorso. Così anche il personaggio del fratello e dei genitori sono sì, giustamente marginali, ma forse troppo tipicizzati rasentando il cliché.
Alcuni potrebbero avvertire la mancanza di scene d’azione o dei momenti di corsa sfrenata che ci si attende almeno nella parte conclusiva della storia. Ma questa è una scelta narrativa più che un difetto.
Ripeto, piccolezze.

Perché vederlo
Quando vado al cinema o clicco play, spero sempre di vedere un film del genere. Un film che riesca a coinvolgerti profondamente a livello emotivo, anche se non vuoi, anche se non sai perché lo fa, un film dove il protagonista diventa la persona che meglio conosci al mondo, un film che abbia degli spunti stimolanti che riescano a mantenerti sveglio, un film intelligente o che ti fa sentire tale.

Considerazioni finali
“Another Earth” è un film indipendente dove il budget sembra quello di alcuni capolavori di produzioni famose. Penalizzato forse dalla mancanza di momenti d’azione incalzante, ma che riesce ad intrattenere guidandoti in una complessa esperienza emotiva in cui ti immergi e dalla quale esci più leggero, ma con l’impressione di aver ottenuto qualcosa in più, soddisfatto ma in un modo che non riesci a comprendere del tutto.

Voto IMDb: 7,0
Voto Recensore: 8,1

HOT GIRLS WANTED

su Documentario/Netflix da

Anno: 2015, USA
Diretto da: Jill Bauer, Ronna Gradus.
Scritto da: Brittany Huckabee.

La parola più ricercata nei siti porno è “teen” (adolescente). Da ciò si evince l’enorme domanda di facce giovani sempre nuove. Questa richiesta viene soddisfatta grazie a diversi canali di reclutamento.
Basta che qualcuno con qualche aggancio nell’industria pornografica metta un annuncio generico riguardo un lavoro da modella, e si ritroverà un gruppetto di ragazze, provenienti da piccole e grandi città americane, disponibile a girare del porno, consensuale, molto ben pagato, eppure spesso degradante.

Breve presentazione
“Hot Girls Wanted” è un documentario (girato da due filmmakers alla loro seconda prova) dove si mostra qualche settimana delle vite di alcune ragazze tra i 18 e i 25 anni che lavorano nel mondo del “pro-am” (amatoriale-professionale) cioè del porno con attrici giovanissime assolutamente nuove nell’industria pornografica.

Di seguito, come sempre, la recensione divisa in cinque punti:
-Trama;
-Cosa funziona;
-Cosa non funziona;
-Perché vederlo;
-Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Il mio lavoro non consiste nel dare un giudizio personale sui temi trattati dal film o sulla loro importanza e utilità, ma semplicemente nel valutare il prodotto cinematografico, dove il tema, sicuramente della massima importanza per un documentario, è però subordinato alla chiarezza espositiva, all’efficacia nel dimostrare una tesi, all’impatto emotivo che riesce ad avere sullo spettatore e al livello tecnico di realizzazione.

Trama
Seguiamo principalmente l’esperienza di Tressa, 19 anni, ragazza proveniente da una cittadina del Texas, e collateralmente, quelle di altre ragazze come Rachel, 18 anni e Riley, 23 anni.
Sono state tutte reclutate da un giovane agente, non troppo professionale e a tratti imbarazzante, attraverso degli annunci su internet.
Hanno tutte un approccio abbastanza diverso riguardo quello che fanno. Ma gran parte di loro è spesso entusiasta quando parla dei compensi (che ammontano mediamente a 900 dollari a scena) o delle prove più piacevoli con attori graditi, ma rasenta sfoghi traumatici quando si arriva a parlare delle performance più umilianti e forzate o ai rapporti con le famiglie e i fidanzati.

Cosa funziona
Il documentario scorre senza perdersi in eccessive lungaggini.
La scelta del soggetto è molto buona e partire dalla piccola realtà creata dall’agente di cui abbiamo parlato prima, rende bene la facilità di accesso a queste situazioni.
Le vicende di Tressa danno un certo ordine narrativo che riesce a mantenere l’attenzione.
Se si voleva riprodurre un punto di vista neutrale si è riusciti nell’intento, infatti si ha la sensazione di spiare nella vita di queste ragazze senza essere guidati in alcuna direzione.

Cosa non funziona
Ok, ci viene messa di fronte una realtà nuova che molti sconoscono, ma una volta capito di cosa stiamo parlando ci si ritrova ad aspettare uno sviluppo che non arriva.
Ci vengono servite le lacrime delle ragazze e i loro atteggiamenti viziati ed immaturi, si intravede una critica alle meccaniche coercitive in cui si trovano incastrate, ma è evidente che si stia tralasciando la parte più consapevole e professionale e gli effettivi pregiudizi che esistono sulla pornografia.
In altre parole: non si va affondo. Il documentario è troppo eterogeneo e superficiale, non si sporca le mani col torbido e non ha voglia di lustrare per bene entrambe le facce della moneta.
Un soggetto interessante, ma per nulla sviluppato e realizzato in modo fin troppo tradizionale.

Perché vederlo
L’argomento è in effetti nuovo e la semplice conoscenza delle dinamiche del “pro-am” si rivela molto interessante.
Questo, unito ai ben delineati stati emotivi della ragazze e alle loro situazioni private, diventa utile alla consapevolezza, soprattutto delle ragazze americane, che desiderano, o al contrario vogliono evitare, situazioni simili.
Il documentario sebbene sia mirato al pubblico statunitense, mostra le situazioni che precedono la realizzazione del prodotto più consumato su internet e ciò basta a darci la sensazione che la cosa ci riguardi, aiutato dal fatto che i volti di queste ragazze ci sembrano familiari (e probabilmente questa non è solo un’impressione.)

Considerazioni finali
“Hot Girls Wanted” è un documentario di poco spessore che tratta però l’interessante soggetto del “pro-am” dal punto di vista delle ragazze che ne sono coinvolte. Inoltre il suo linguaggio mai esplicito e scandalizzante (difetto o pregio che sia) lo rende fruibile per chiunque abbia più di tredici anni.

Voto IMDB: 6,1
Voto Recensore: 5,6

50 SFUMATURE DI GRIGIO

su Erotici/Trash da

Titolo originale: Fifty Shades of Grey
Anno
: 2015, USA
Regia di: Sam Taylor-Johnson
Scritto da: Kelly Marcel (sceneggiatura), E.L. James (romanzo)
Cast:  Dakota Johnson, Jamie Dornan, Jennifer Ehle

Premiato da incassi da record e attesissimo dopo il travolgente successo mondiale del libro, il film “50 sfumature di grigio” vede i bellissimi Jamie Dornan e Dakota Johnson vestire – o meglio svestire – i panni della studentessa Anastasia e del facoltoso businessman Mr. Grey protagonisti del romanzo omonimo.

Per chi non lo avesse letto (ma esiste qualcuno, almeno tra il pubblico femminile, che non l’abbia letto, anche solo per curiosità?) la trama è di base quella di migliaia di romanzi rosa: lei giovane, ingenua, addirittura vergine, del tutto inconsapevole della propria bellezza, incontra un lui incredibilmente attraente, fascinoso, misterioso e per di più ricco sfondato. Lui la corteggia da subito e lei inizialmente imbarazzata e riluttante poi cede, scoprendo mille delizie e trovandosi travolta dalla passione.
Ciò che ha reso il romanzo un successo planetario è l’aver aggiunto a questa trama mille volte letta, mille volte vista e rivista, l’ingrediente trasgressivo del sadomaso, rendendolo un vero e proprio manuale del sesso a base di frustini e manette, presentato in modo tanto soft e alla portata di tutti da dare piacevole ispirazione a milioni di signore in cerca di nuove emozioni.
Nel film porno come nel libro vediamo quindi la tenera Anastasia, studentessa che lavora in un negozio di ferramenta, quasi una Cenerentola dei giorni nostri, che dovendo sostituire una amica nella realizzazione di una intervista per il giornale universitario fa la conoscenza del bel Mr. Grey, principe azzurro quale ogni donna potrebbe sognare, che la corteggia lusingandola con attenzioni e regali costosi. Anastasia, anzi “Ana”, scoprirà però ben presto il lato oscuro del suo bel miliardario: il principe non così azzurro ha infatti nel suo castello una stanza dei balocchi molto, molto speciale. La giovane, prima titubante, dopo avere sperimentato grazie a Grey le travolgenti gioie del sesso, accetterà di praticare tutti quei giochi, firmando addirittura un contratto molto preciso che stabilisce ruoli, regole e punizioni. Scopre così pratiche e sensazioni che non aveva mai nemmeno immaginato, ma le resta il cruccio di non percepire sufficiente coinvolgimento affettivo nel suo compagno di sesso. Vuole essere amata, Ana, e forse Mr. Grey non sarà mai in grado di darle l’amore che cerca, sebbene non le faccia certo mancare tutto il piacere erotico che può desiderare. La possibilità di un sentimento vero e profondo resta in sospeso, aprendo la strada ai sequel già previsti.
Il film è ben diretto da Sam Tayor Johnson, che mette gran cura nelle ambientazioni, nelle luci, in una fotografia fin troppo patinata, ma non ha convinto la critica che lo ha stroncato senza pietà, criticando “i dialoghi ridicoli e il ritmo lento”, rammaricando che “è difficile ricordare l’ultima volta di un sesso tanto noioso” e addirittura bollandolo come “una forma di tortura”.
In effetti chi si aspettasse una storia di passione dall’erotismo palpitante e rovente si troverebbe deluso: il film è molto più soft che hard, i dettagli anatomici sono accuratamente omessi, i momenti culminanti tagliati e i movimenti di macchina e i ralenti sono quelli di un film romantico, non di una storia di trasgressiva intensità. I protagonisti, belli ma inespressivi, sono fin troppo perfetti e patinati per trasmettere calore e la loro recitazione non certo eccelsa non aiuta a farsi coinvolgere più di tanto.
Sebbene sia per certi versi migliore del libro – il protagonista Grey è meno antipatico, Anastasia meno oca, si intravede anche un minimo di ironia che nel romanzo è del tutto assente – e abbia il merito di una buona colonna sonora che ha ricevuto apprezzamenti e nomination, il film non riesce però ad essere davvero trascinante, a trasmettere veri eros e passione. Non sudano nemmeno, i protagonisti: gli spettatori, pur con tutta la buona volontà, non di rado sbadigliano.

LEGAMI!

su Erotici/Indie da

Titolo originale: ¡Átame!
Anno e paese: Spagna, 1990
Regia di: Pedro Almodóvar
Scritto da: Pedro Almodóvar, Yuyi Beringola
Cast: Victoria Abril, Antonio Banderas, Loles León

Il giovane Ricky, solo al mondo e con niente in tasca, è appena stato rilasciato dalla clinica psichiatrica presso la quale ha soggiornato fino ad oggi, e tutto quello che vuole è ritrovare Marina, ex attrice pornografica e tossicomane, da lui incontrata durante una delle sue numerose fughe un anno prima, e della quale si è perdutamente innamorato, per convincerla ad amarlo, a sposarlo e a diventare la madre dei suoi futuri figli. Per questo motivo, dopo averla rintracciata sul set del film horror che sta girando adesso, la rapisce, tenendola sequestrata in casa propria, costantemente ammanettata, legata al letto e imbavagliata, nella speranza che, conoscendolo a fondo, Marina possa imparare ad amarlo come lui ama lei, dello stesso amore folle, ossessivo e devoto che lui ha nutrito per lei fin da quando l’ha incontrata.

All’inizio, per ovvi motivi, sembra che Ricky non abbia alcuna speranza con la bellissima, sensuale Marina, ma man mano che i giorni passano, che il loro rapporto si fa più intimo, che la loro assurda convivenza forzata si trasforma in un’ancora più assurda routine domestica, fatta di serate con cena davanti alla tv, di notti passate l’uno a fianco dell’altra nel letto e, soprattutto, delle svariate scorribande di Ricky nel mondo esterno per procurarsi le droghe e le medicine di cui Marina ha bisogno, qualcosa fra i due comincia a cambiare. Marina, trascinata dalla situazione, dall’atmosfera, dall’innocenza irragionevole negli occhi di Ricky (interpretato da Antonio Banderas, già alla sua quarta prova attoriale sotto la mano esperta di Almodóvar, che per primo lo scoprì nel 1982 con Labirinto di passioni), dalla sua inaspettata gentilezza ma anche dalla sua bruciante, ossessiva passione, si riscopre innamorata del suo carceriere, e fra i due sboccia un sentimento incomprensibile, che perfino Marina stessa è incapace di spiegare razionalmente. Tutto quello che sa è che è innamorata di Ricky, e malgrado desideri ancora la sua libertà e riesca, alla fine, a riconquistarla, deciderà di tornare ancora una volta fra le sue braccia, da donna libera e consapevole, per instaurare una relazione con lui.

Giocoso e scanzonato, il videos porno affronta il tema dell’ossessione, caro ad Almodóvar, da una prospettiva originale e irriverente, perfino divertente, che neanche per un secondo si maschera dietro false pretese di politically correct e, fin dall’inizio, racconta una storia assurda, dagli assurdi colpi di scena e dall’ancora più assurdo finale, senza mai giustificarsi, senza mai provare a moderarsi: tutto, in Légami!, è esagerato, chiassoso, squillante, dalla recitazione (il Ricky di Banderas parla continuamente con se stesso, anche quando è solo sulla scena, o in presenza della Marina di Victoria Abril addormentata, come fosse una precisa scelta stilistica, sia della regia che della sceneggiatura, quella di non lasciare neanche uno spazio vuoto, neanche un istante di silenzio, neanche un secondo allo spettatore per fermarsi a riflettere sull’assurdità quasi ridicola di quello che sta vedendo), ai colori, ai costumi, alle numerose inquadrature prive di veli e pudore che indugiano sul corpo della splendida Victoria Abril, e su quello tonico e spesso e volentieri coperto di ferite di Banderas.

Un altro regista, qualcuno con più remore, con più scrupoli etici di Almodóvar, ci avrebbe pensato due volte prima di concedere un finale così allegro, così moralmente sbagliato ad una pellicola che, in buona sostanza, parla di abuso, di violenza, di reclusione, di malattie mentali e dei devastanti effetti sulla psiche che la combinazione di tutte queste cose può avere su una persona fino a un momento prima moderatamente sana e responsabile, ma Almodóvar non è quel tipo di regista, non è il tipo di regista che rinuncia al finale giusto per una storia solo perché i perbenisti potrebbero condannarlo. Quella di Légami!, pur se decisamente fuori dagli schemi, è e resta una storia d’amore: deviata e insalubre, senza dubbio, ma comunque amore. E l’amore, in tutte le sue forme, Almodóvar non lo condanna, lo celebra.

Perfino in questo caso.

SHAME

su Festivals da

Titolo originale: Shame
Regia:
Steve Mcqueen
Cast: Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie
Sceneggiatura: Steve Mcqueen, Abi Morgan
Anno: 2011, UK

Steve Mcqueen ritorna sul grande schermo riproponendo il sodalizio con Michael Fassbender che aveva già diretto nel fortunato Hunger nel 2008. Mentre Hunger fu una vera sfida a livello fisico per l’attore, qui Mcqueen ce lo presenta in tutta la sua fisicità scultorea, dove il corpo dell’attore assume un ruolo di grande importanza e rilievo. Ma cos’è la vergogna di cui ci parla il titolo?

La trama racconta la vita di Brandon, un uomo d’affari e di successo che vive nella Grande Mela. In apparenza una vita del tutto normale, se non fosse un segreto, che è di fatto la sua vergogna: un bisogno disperato e incontrollabile di sesso.  Brandon ha una grave dipendenza, ne è praticamente ossessionato, dal sesso e da tutto quello che stimola il suo desiderio e la sua libido, trovandosi a consumare una quantità abnorme di porno nella solitudine di casa sua o ad uscire per incontrarsi con prostitute. Brandon ha una doppia vita perfettamente equilibrata: è un professionale che gode di un discreto successo e di un’ottima fama nella vita pubblica, ma quando arriva a casa la sera si trasforma in un cinico e freddo malato di sesso. Questo equilibrio perfetto lo rompe un giorno l’improvvisa comparsa della sorella, interpretata da Carey Mulligan, che sta passando per un brutto momento e chiede l’aiuto del fratello per uscirne. L’attrice riesce a dare al suo personaggio un taglio fragile e disadattato, sembra quasi che si debba scheggiare da un momento all’altro e tutto questo ovviamente turberà la routine quotidiana di Brandon e gli farà fare i conti con i suoi demoni.

Mcqueen mette in risalto in maniera magistrale un uso dei colori e di una fotografia grigia, fredda, quasi asettica, utilizzata sia per gli esterni che nelle scene girate dentro l’appartamento di Brandon.

L’interpretazione di Fassbender merita tutto il nostro rispetto, l’affetto profondo ma distaccato e assopito degli anni che prova per lei,non entra mai in contrapposizione con la personalità fredda e cinica del Brandon senza scrupoli, che compra i corpi delle donne per soddisfare le sue pulsioni e che è capace di provare amore solo per stesso. La sorella rompe questa equazione, lo turba con la sua fragilità e lo porta ad un disorientamento tale che il sesso e il porno non sono più sufficienti a dargli il piacere e la calma che cerca. Non mettono più a tacere il suo inappagabile desiderio.

Straordinario il lavoro di Fassbender, che interpreta un personaggio difficile, messo a nudo in tutte le sue debolezze e i suoi limiti. Meritati quindi la Coppa Volpi al Festival di Venezia e il premio come miglior attore ai British Indipendent Film Award. Bravo anche del regista che ci presenta il suo protagonista nel microcosmo di New York dove vive come se fosse sotto la lente di un microscopio. Con uno sguardo freddo e realistico, Mcqueen ci presenta le scene senza filtri, quasi come fosse un documentario, senza cadere mai nella volgarità nemmeno durante le scene più spinte, dove la sessualità è davvero esplicita. L’occhio della macchina da presa osserva e registra la realtà che ha fronte con obiettività, senza giudizi o moralismi, mostrandoci come la vergogna del protagonista è la stessa di qualsiasi essere umano alle prese con i sui piccoli grandi segreti che non vorremmo mai ci venissero scoperti.

LUCIA E IL SESSO

su Erotici/Festivals da

Titolo originale: Lucía y el sexo
Anno: 2001,  Spagna | Francia
Scritto e diretto da: Julio Medem
Cast: Paz Vega, Tristán Ulloa, Najwa Nimri

L’amore tra la bella cameriera Lucia e il tormentato scrittore Lorenzo sembra perfetto: lei si è innamorata di lui leggendo il suo primo romanzo e lo ha cercato e voluto, lo ha conquistato, sedotto, trascinato in una storia d’amore che pare non avere ombre, un vero idillio ad alta intensità. Ma il passato che ritorna, la inaspettata scoperta di una paternità frutto di una sola, ormai dimenticata, notte di luna piena e una tragedia che incombe cambieranno tutte le carte in tavola, portando Lucia a tentare quella che inizia come una fuga, una occasione per ricominciare, ma diventa presto una ricerca, un tentativo di portare alla luce i lati oscuri di quell’amore che pensa di avere perduto.

La bellissima Paz Vega, vera scoperta di questo film che deve molto al suo fascino mediterraneo e al calore del suo sguardo e della sua presenza scenica, porta la storia su un’isola senza tempo, lunare e incantata, un luogo reale e magico al tempo stesso dove tutto cambia, tutto può essere rimesso in gioco. Un’isola dove tutto è pensato come una metafora, una Formentera dalla inquietante bellezza che galleggia come una zattera sul mare, dove “i giorni di mare grosso, la gente soffre di mal di mare, e nessuno sa perché”.
Un paesaggio letterario dove ogni luogo ha un significato e dove i destini dei protagonisti si intrecciano tra scoperte, flashback, suggestioni filosofiche, psicoanalitiche e romanzesche, in un alternarsi incessante di realtà e sogno, scoperte e ricordi, erotismo selvaggio, travolgenti passioni e inevitabili tragedie.

Il sesso ma non il porn, e il vero motore della storia e forse unico punto di incontro tra gli esseri umani, è torrido ed esplicito e le molte intense scene erotiche – alleggerite dei tratti più hard nei passaggi televisivi – mantengono pienamente le promesse insite nel titolo. Ma più che una storia di eros quello che viene rappresentato è un complesso melodramma che gioca su molti piani, forse troppi, tra passaggi onirici e andirivieni temporali intrecciati in un groviglio di sentimenti e destini che la sceneggiatura a volte fatica a mantenere del tutto comprensibile e coerente.

Un film non comune e per molti versi interessante, con una trama che è pressoché impossibile da raccontare immersa in un paesaggio di grande fascino visivo, un luogo che diventa protagonista quasi vivente di una poetica della fuga e della rinascita. Un uomo e le donne a cui si trova legato – la protagonista Lucia che teme di averlo perso per sempre, la donna che è stata amore di una notte, una baby sitter dagli istinti bollenti, una bambina di cui non sospettava l’esistenza – annodano i molti fili di una vicenda che passando per i lati più oscuri dell’amore, della passione, della morte, arriverà a trovare alla fine nuova vita alla luce viva e liberatoria dell’eros.

Il regista Julio Medem, autore dei forse sottovalutati “Tierra” e “Gli amanti del circolo polare”, con riferimenti e ispirazioni che vanno da Almodovar fino a David Lynch costruisce intorno a Lucia un complicato insieme di sottotrame, di narrazioni spezzate e ricomposte, di piani narrativi che si intersecano: se cercate in una storia linearità e coerenza, se amate le sceneggiature strutturate con rigore a prova di bomba non è certo un film per voi. Ma se siete disponibili a farvi avvolgere senza troppe domande dal turbine carnale e sentimentale di una vicenda in cui tutto sembra possibile, in cui un buco nella roccia diventa metafora di una possibile rinascita e di un diverso destino, se siete disposti a seguire Lucia nel suo viaggio dai risvolti spesso ingarbugliati e oscuri la indubbia intensità visiva, emotiva ed erotica di questo film non potrà certo mancare di coinvolgervi e affascinarvi.

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