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Boring Noise – No Age live @Covo Club
Ci sono dei fenomeni che non mi riesco a spiegare. Il costante ritardo dei treni per esempio o lo straordinario talento di Inzaghi di fare gol nonostante la sua obiettiva incapacità di tenere la palla fra i piedi. O ancora, ed è proprio quello di cui voglio parlarvi, di come una band come i No Age, giunta al terzo disco, di cui gli ultimi due targati SubPop, osannati entrambi dalla critica, amati a quanto pare dal pubblico, poi dal vivo siano un totale, esagerato, deludentissimo bluff.
Ma andiamo con ordine. Questo lungo weekend dovuto al lugubremente ribattezzato Ponte dei Morti (chissà perché poi non Ponte dei Santi, o semplicemente Ponte) decido di passarlo in quel di Bologna per un paio di coincidenze più o meno volute: la festa di un mio amico e il concerto appunto dei No Age.
Avevo apprezzato entrambi i dischi, sia Nouns che In Between ma soprattutto quest’ultimo mi aveva colpito in maniera decisamente positiva. Uscito qualche mese fa per SubPop rispetto al precedente la nuova fatica si presenta meno naif e più diretta, con canzoni più rotonde e pop nonostante la sempre presente identità 90’s che il gruppo si porta dietro. Episodi come Life Prowler, Depleption, Common Heat e Glitter è come se indicassero un passaggio da un’estetica più punk e sporca verso una più pulita, fatta di melodie immediate ma con il solito ritmo spedito e diretto. Il disco si chiude con la canzone summa (probabilmente la più bella) di questa rinnovata concezione (che non è una rivoluzione, sia ben chiaro, ma piuttosto uno step successivo), Chem Trails, nella quale melodia vocale e tiro riescono a creare un mix perfetto. Insomma un disco più che buono e lo si percepiva dal primo ascolto.
Solo che poi verso le 23 e 30 di Sabato 30 Novembre al Covo Club di Bologna quando la band di San Francisco sale sul palco, alla prima nota della prima canzone si capisce perfettamente quale sarà il leit motiv del concerto: caciara pura. Un casino assurdo, disorganizzato, cacofonico, senza frequenze medie in cui non si distingueva nulla se non un rumore di fondo continuo e fastidioso (forse dovuto all’eccessivo fuzz della chitarra) come di segnale radiofonico disturbato e lo sbattere sordo delle bacchette sulla batteria. Voce: non pervenuta. Effetti: non pervenuti.
Ma l’elemento più drammatico (ma sì esageriamo col pathos!) è che nonostante questa massa informe che provava ad annichilire le mie capacità uditive si aveva comunque l’impressione che le canzoni, riconosciute più o meno a senso, non avessero alcuna dinamica. Ossia: i No Age suonano piatti risultando alla lunga noiosi.
Ora quello che non mi spiego, e torniamo così al dilemma iniziale, è come mai il pubblico delle prime file pogasse (ormai basta veramente così poco, gain up e pedalare?) e soprattutto perché una casa discografica indipendente, leggendaria e blasonata come la SubPop permetta che dei bluff così apertamente smascherabili se ne vadano in giro a portare il loro logo impresso s
ull’LP. Gli anni ‛90 che ricordo io, di cui forse i No Age vogliono reinterpretare lo stile, la filosofia e il mood, erano zeppi di gente che in primis sapeva suonare dal vivo, senza se e senza ma. Ora troppo spesso però per inseguire un’idea carina o un riff ben riuscito si creano queste strane creature che in studio sembrano dei fenomeni e dal vivo invece non riescono neanche a fare il minimo sindacale. Tutto ciò potrebbe sembrare uno sproloquio alla si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio oppure forse sono io che sto invecchiando e che non capisco le nuove generazioni, eppure mi sono sforzato, sono rimasto lì stoicamente per tutta la durata del concerto senza neanche allontanarmi per un drink o, che so, andare in bagno, ma nulla, non ci ho trovato nulla. E lo stesso spaesamento l’ho incontrato nei miei vicini di ascolto.
E vabbè, così un altro dilemma rimarrà irrisolto, ma è la vita bellezza, che ci vuoi fare?
No Age – Inflorescence by subpop
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il fatto che sbagli pure il titolo del terzo album la dice lunga sulla tua attendibilità in materia. I no age fanno musica rumorosa, dal vivo rendono forse anche meglio che su disco. lui – un metronomo alla batteria – poi, è stonato, ma fa nulla. non è nei no age che si cerca il cantante perfetto, ma il muro di suono e una versione più distorta del punk. bel concerto. di quelli dove se non trovi giusto pogare, allora stattene a casa a guardare il soffitto.
Cara Londie,
ti ringrazio per aver commentato, fa sempre piacere. Vedo però che l’argomento ti provoca un certo trasporto visto che usi “metronomo” e “punk” insieme. Ma non ti preoccupare, non te ne faccio una colpa, anzi ti chiedo scusa del grave refuso riguardante il titolo del disco, è evidente che non lo conoscessi affatto. Un saluto dai miei soffitti