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Murder Breakdown #1 – Un piccolo complotto di famiglia

sabato, settembre 18th, 2010. Filed under: AtlantideLab Murder Breakdown by Barbara Ferraro

Liberamente ispirato a un articolo di cronaca nera
The New York Times, 14 Giugno 1921

Un uomo invalido viene ucciso (accoltellato 24 volte) dalla moglie, dalla figlia di quest’ultima e dalla suocera con la complicità della badante. Le tre assoldano due malviventi per commettere l’omicidio e cercano di indirizzare la colpa su una zingara che qualche tempo prima erano riuscite a ingannare inducendola a sottrarre dalla loro casa dell’argenteria.

La fortuna la prediceva in una tenda allestita nel cortile di casa. Non le piaceva che donne dal cuore infranto o uomini con debiti di gioco le entrassero in casa.

Teneva tra i suoi palmi mani di ogni tipo. Linee della vita corte, cortissime, linee dell’amore biforcute, profonde, crepe. Le mani le guardava, gli occhi li studiava. Alcuni rimanevano sgranati, fissi nei suoi, altri sfuggenti s’abbassavano, altri ancora, i più pericolosi, sorridevano. Quelli che si trovò di fronte quel giorno sorridevano, e lo facevano talmente bene da indurla a fidarsi. Le tese la mano e non per leggerla, la condusse a casa sua e la lasciò ad attendere in camera da pranzo. Una cristalliera zeppa d’argenteria svettava imponente su una parete color panna. Dei tralci d’edera s’attorcigliavano in losanghe su un paniere che a prima vista poteva pesare due libbre e mezzo. Non aveva idea di cosa volesse proporle, ma poteva rinunciarvi per quel cesto d’argento. Aprì piano le ante, cigolarono lievemente. Ristette un istante poi, velocemente, l’afferrò e indietreggiando piano guadagnò la porta.

Le dita affusolate e scarne si muovevano sul piano leggere. Il La bianco tra il Sol diesis e il La bemolle neri necessitava di un accordo. Ogni volta che lo sfiorava era come se stridesse. Nessuno si era mai accorto di quella nota stonata eppure lo scarto era evidente. “La neve danza” di Debussy le addolcì i pensieri. Le ultime note non le sfumò, Le mani si ritrassero e s’acquattarono in grembo. Distolse lo sguardo dalle macchie del tempo che le segnavano la pelle e lo sollevò verso la cristalliera. Un considerevole vuoto troneggiava tra gli argenti. Sorrise e andò di sopra a riposare.

Le voci erano un sussurro più che un suono. Madre e figlia, come intente a scambiarsi piccoli segreti d’amore. Era mercoledì; i due uomini sarebbero arrivati di lì a poco per farsi un quadro completo della casa, della disposizione delle stanze. La nonna avrebbe suonato il piano per evitare che il rumore dei loro passi risuonasse per la casa. Avrebbero detto loro come entrare e uscire indisturbati. Il lavoro era semplice. La moglie li avrebbe attesi sul portico alle 10 in punto. La figlia avrebbe fatto la ronda al piano di sopra. Appena tutto fosse stato tranquillo la ragazza avrebbe svuotato un bicchier d’acqua giù dalla finestra per dar loro il via. Sarebbe andato tutto liscio. E quei due s’accontentavano davvero di pochi spiccioli.

Era finalmente arrivato il momento di liberarsi di quell’invalido che le teneva in gabbia in quella vita da recluse. L’arsenico che gli mescolavano al cibo non era bastato a ucciderlo, sembrava non fargli effetto. Avevano pensato a una morte dolce e invece lui le aveva forzate a una morte violenta. Se l’era cercata.

Avrebbero segnalato il furto dell’argenteria e sarebbero state sollecite a fornire tutti gli indizi necessari a far luce su quella tragedia. Non avrebbe mai pensato di morire così, l’inedia o la sua malattia, pensava, lo avrebbero ucciso prima.Le prime coltellate lo svegliarono da un innaturale torpore. Le successive lo ferirono più e più volte. Poteva percepire il proprio corpo svuotarsi di tutto il sangue. Urlò, fortissimo, ma gli sembrò che la musica del piano fosse sempre più potente della sua voce. Nessuno arrivò a salvarlo, erano tutti in casa. Morì tra la melodia ovattata di una mazurka.

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