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La compagnia del corpo, la geografia del vuoto

giovedì, febbraio 9th, 2012. Filed under: Libri narrativa by Luca Mirarchi

Dice che in Italia il posto fisso è noioso. E chi lo dice? Mario Monti, il premier. Ah, se lo dice lui. Certo in Italia hanno combattuto la noia, negli anni zero. Gli anni che? Dopo il duemila. Non sei mica uno di quelli? Quelli chi? I cosi… i giovani precari. Giovane, sto smettendo. Era ora. Hanno scritto tanto su di noi. Addirittura. Siamo diventati un genere. Congratulazioni. Il fatto è che prima… Questa la so: prima c’erano i valori, gli ideali, Dio e la famiglia, bastava poco per essere felici, no? Gli ideali non sono misurabili. Uhm… Se sei disposto a credere, a collaborare, la tua miseria si scioglie in un Bene più grande: tu soffri, un giorno muori, ma l’organismo che ti contiene continua a vivere. E c’è bisogno di tanto fumo? Siamo in democrazia, bisogna spiegare agli schiavi perché sono schiavi. Tu leggi troppo, dai retta a me. Può darsi. Quello cos’è? Pausa caffè, il libro d’esordio di Giorgio Falco – quando uscì, nel 2004, Aldo Nove lo definì “l’attuale poeta epico del mondo del lavoro precario” – vuoi che ti legga la recensione? Non vedo l’ora.

Pausa caffè procede come un assalto di voci senza corpo e senza storia (i precari rinnovano contratti di vita a termine), la sintassi si polverizza in un collage di slogan, parlate colloquiali, citazioni pop e frasi fatte: “dice dinamismo dice darci dentro dice differenziare evitando qualsiasi tipo di dietrologia analogia al mondo il mondo è questo agita l’indice alterna dice wall display alza il culo scova gli imboscati voglio abbassare il tda non voglio morire non voglio”.

Beh, ti ha convinto? (Scrollata di spalle) Cos’è ‘sto tda? Il tempo di attesa. Chiaro. Non vuoi sapere cosa succede dopo? (Sospiro) Perfetto, allora mettiti comodo. Dopo cinque anni esce L’ubicazione del bene, e traccia un solco netto in un panorama dominato dai cloni editoriali. Il testo analizza gli effetti della dispersione urbana, soffermandosi sugli abitanti di un sobborgo residenziale a sud di Milano. Nel nostro paese è un fenomeno degli ultimi trent’anni, poco affrontato dalla letteratura; negli Stati Uniti è un argomento classico, perlomeno dai tempi di Revolutionary road di Richard Yates, ritratto del quieto inferno domestico di una coppia borghese nel dopoguerra. Americano è il termine tecnico che lo definisce: urban sprawl, la disarticolazione del territorio. Per renderlo sul piano formale, L’ubicazione del bene attua una disarticolazione della forma romanzo. Si divide in nove capitoli-racconti incentrati su altrettanti nuclei familiari, accomunati dall’unità di luogo e dall’atmosfera che questo produce; i destini individuali si sfiorano ma non si intrecciano, escludendo così la coralità di certi film a sfondo urbano, come America oggi di Altman o Canicola di Siedl. L’unico personaggio principale è lo spazio che li contiene, Cortesforza, “un centro abitato a misura d’uomo” di 1574 abitanti, a venti minuti da Milano e a sette ore da New York. Il nome è fittizio, volutamente ironico, a denotare un aggregato di villette a schiera senza tradizione storica, partorito dal mercato immobiliare, che poteva sorgere in Lombardia come a Dubai.

“Cortesforza offre asilo, scuole, farmacia, banca, posta, un gran bel campo sportivo e perfino la biblioteca (…). Cortesforza ha tutto, la pista ciclabile lungo il Naviglio grande, la squadra di calcio, naturalmente il suo oratorio”. La facciata è quella dei depliant delle agenzie immobiliari, gli interni ospitano personaggi consumati dall’insoddisfazione: “nessuno dei potenziali clienti vuole sentirsi dire la verità, tutti necessitano di qualcosa che rappresenti un mondo diverso da quello in cui vivono”. Non hanno alternativa. Sono gli “yuppies di ritorno” della Milano da bere anni ’80, sono quadri professionali medi (alcuni si sfogano facendo scontrare dei pesci siamesi in un acquario: “con i combattimenti dei nostri pesci acquisiamo chiarezza nei rapporti lavorativi”), “un deciso spostamento li fa appartenere alla scia del benessere, ma una piccola variazione può farli precipitare nella povertà”. Il denaro è rimasto l’unico generatore di valori condiviso, il denaro – per riprendere il discorso iniziale – al contrario degli ideali dei padri è misurabile, espone al confronto quantitativo sia col modello della TV sia col vicino oltre la siepe, un confronto che – superfluo dirlo – non può che concludersi con una sconfitta.

Le giovani coppie de L’Ubicazione del bene possono accettare la stasi o tentare il cambiamento. Per cambiare, le convenzioni offrono tre vie: l’uomo scommette sul lavoro, la donna prova a restare incinta, la coppia investe sulla casa. Nel primo racconto, Onde a bassa frequenza – che irradia tensione di pagina in pagina – Michele si licenzia da una multinazionale, prova a mettersi in proprio, vacilla sotto il peso del mercato. Essere sul punto vede Lei desiderare un figlio perché il nuovo impiego la delude e la migliore amica ha appena partorito. Il lavoro pervade l’intimità. Prendiamo i coniugi di Alba: “i loro rapporti sessuali sono legati a una futura gratificazione affettiva, una scommessa sul mondo simile ai futures, e così il letto matrimoniale – che finiranno di pagare ventiquattro mesi dopo – assiste alla loro incongrua agitazione”. Piccole formiche bianche intanto erodono la struttura portante della casa di Gabriele e Silvia, che avevano appena finito di ristrutturare. L’alternativa al tracollo è la pazzia, quella che fa lasciare a Giovanna il cane dentro il forno acceso, nel racconto che dà il titolo e il tono al libro. Ne L’Ubicazione del bene i nomi propri sono ripetuti con insistenza per spersonalizzare: dopo la lettura non visualizzerete nessun volto in particolare, ma avrete bene in mente Cortesforza.

E tu invece, riesci a vederla? Forse mi basta la realtà che vedo in giro. Forse il problema è che non ti basta. Come preferisci. Aspetta, stiamo per finire.

I racconti di Giorgio Falco non seguono quasi mai una progressione drammatica, descrivono situazioni piuttosto che dipanare storie. L’autore ha riconosciuto tra i suoi modelli formali alcuni fotografi americani, i cosiddetti New topographics, come William Eggleston o Robert Adams, che inquadravano paesaggi alterati dai segni dell’uomo senza caricarli di alcuna valenza epica, senza enfatizzarne l’impatto emotivo: ritenevano infatti che la bellezza andasse trovata nel lasciare che il soggetto, anche il più banale, fosse lasciato libero di presentarsi per quello che era. In questo consiste la pietas di Giorgio Falco, nel rigore che impiega per dare vita ai suoi personaggi, nel considerare degni di nota il loro grigiore, la meschinità e i cedimenti, poiché nulla di ciò che è umano merita di non essere rappresentato. Una tesi messa subito alla prova da La Compagnia del corpo, racconto lungo pubblicato dalla palermitana :due punti – diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini – nella collana Zoo / Scritture animali, sul finire dello scorso anno. La compagnia del corpo parla di Alice, una ventenne obesa, e del suo ragazzo, Diego, che in un afoso pomeriggio di giugno, riprendendo tutto col telefonino, uccidono a colpi di spranga Lucy, una cagnetta di piccola taglia, che la madre di Alice aveva trovato al canile.

I due ragazzi facevano sesso nel capannone della ditta del padre di Diego, ma Lucy li aveva interrotti con i suoi guaiti, così prima avevano provato a farla accoppiare con Dog, il dobermann di guardia al capannone, e poi, non riuscendoci, avevano filmato l’esecuzione. Si potrebbe parlare di casualità del male, di sacrificio amatoriale in un contesto industriale, della perdita del senso del limite e di molto altro, quando poi, a ben vedere, il crimine è venuto a galla solo grazie alla pervasività della tecnologia, alla facilità di registrare qualsiasi frangente per  condividerlo con gli amici, e per estensione, con l’intero mondo. E se lo scenario è ancora quello di Cortesforza, tuttavia non mancano le variazioni rispetto al L’Ubicazione del bene.

La compagnia del corpo, per paradosso, affronta sì una materia più nera, ma la dispone in un ambiente narrativo più confortevole: il periodo si fa più arioso – le frasi si innestano tra loro soprattutto per coordinazione – hanno meno spazio le  elencazioni tecniche e i dialoghi scarnificati – meccanici batti e ribatti – che avevano ricordato i racconti di Raymond Carver. La compagnia del corpo trasfigura un fatto di cronaca realmente accaduto – nel 2009 vicino a Pordenone – donandogli un’ulteriore risonanza simbolica. Bisogna tornare ad Alice, al senso di vuoto che cerca di annullare ingurgitando altro cibo; Alice bagnata dal sole in giardino, come in quel racconto di A. M. Homes, Calore, tratto da La Sicurezza degli oggetti (1990).

Qui però il corpo della ragazza diventa il corpo dell’Occidente, così teso a fagocitare risorse fino a che non sarà costretto a ingoiare se stesso. “Alice è cresciuta con le merendine. Suo padre fa il venditore per una grande azienda dolciaria italiana”:  l’altro fulcro del racconto, insieme all’uccisione di Lucy, è quello della convention dove verrà presentata la Nuova Merendina – la morte, la resurrezione . “Nonostante bambini e adulti si ingozzassero di merendine da decenni, le aziende dolciarie erano sempre alla ricerca della Nuova Merendina, la merendina che sintetizzasse e contenesse tutte le precedenti merendine, e quale migliore merendina se non la Terra, per queste aziende il pianeta stesso avrebbe dovuto diventare una soffice merendina di pan di Spagna ripiena e guarnita di cioccolato”. La Merendina è il correlativo oggettivo del Dio immanente, l’ostia di cui ci nutriamo al banchetto della nuova divinità, scesa in terra sotto forma di snack, dopo che l’uomo l’aveva sfrattata dall’alto dei cieli. Da migliaia di anni gli animali ci guardano, forse chiedendosi, senza avere risposta, come mai l’uomo continui a violare le leggi della Natura.

Titolo: La compagnia del corpo
Autori: Giorgio Falco
Editore: :duepunti
Dati: 2011, 93 pp., 6,00 €

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