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Il nome arabo della rosa
Trent’anni esatti sono trascorsi dalla prima edizione, nel 1980, de Il nome della rosa di Umberto Eco. Trent’anni nei quali (sulla scorta di quel primo, fortunatissimo esempio), schiere di personaggi storici o letterari sono stati costretti ad indossare gli inusuali panni del detective per indagare su efferati delitti o complotti occulti; tra libri perduti e misteriosi (o presunti tali), biblioteche oscure, figure ambigue. Il loro nome è Legione (e la loro aspettativa di vita in queste vesti, nella maggior parte dei casi, limitata). Da Aristotele a Kant, passando per Dante, Giordano Bruno, persino il Colonna dell’Hypnerotomachia Poliphili (per non parlare di Leonardo e Galileo), quasi nessuno si è salvato dal trovarsi invischiato in una simile trama neogoticheggiante, grandguignolesca, a volte anche un po’ splatter.
Non si può certo dire che gli autori di tali innumeri epigoni abbiano scelto di percorrere la strada più difficile. Ispirarsi a questi aspetti del romanzo di Eco equivale a privilegiare il piano di lettura più immediato, e più “commerciale” (in senso lato) del libro. Per riscoprire la portata di un romanzo come quello di Eco abbiamo dovuto aspettare che Youssef Ziedan (professore di filosofia islamica e Direttore del Centro Manoscritto della Biblioteca di Alessandria), con il suo Azazel (Neri Pozza, 2010, pp. 382, € 18), resettasse una certa produzione facile ed accattivante (e un po’ stupida) alla Dan Brown e la riportasse alle sue ben più profonde origini.
Prima metà del V secolo d. C., tra Alessandria d’Egitto, Aleppo, Antiochia e Gerusalemme. Coordinate tutt’altro che casuali, dato che individuano l’area storica più turbolenta dell’intera storia del Cristianesimo, quando le guerre dottrinali raggiungevano per numero di morti quelle militari e le superavano per violenza e ferocia. Nessuna pietà per chi deviava dall’ortodossia in formazione: e, nonostante il sangue ancora fresco di Ipazia fatta a pezzi dai cristiani, a deviare erano in molti. In questa zona del Mediterraneo le eresie si moltiplicavano e proliferavano come non mai: dottrina significava potere, e questo è proprio il secolo in cui si sarebbe deciso chi avrebbe dovuto avere il potere.
Nel bel mezzo di tutto ciò si trova a vivere il giovane monaco Ipa, aspirante medico e discepolo di quel Nestorio che, scomunicato dal vescovo di Alessandria Cirillo, avrebbe concluso la propria vita in un esilio nient’affatto sereno. Sotto la sua guida, Ipa legge i libri proibiti, ma ricchi di sapienza, dei pagani, parla di logica e razionalità, matura un vizio per l’epoca molto pericoloso: il pensiero critico. I dubbi prodotti dalle guerre dottrinali e i fremiti del cuore per la bella Marta, conosciuta ad Aleppo, porteranno Ipa a parlare (a credere di parlare?) nientemeno che con il demone Azazel.
Impossibile non pensare a Il nome della rosa. Ad esso si ammicca del resto fin dalla prima pagina del romanzo, presentato come (naturalmente) la traduzione di un manoscritto rinvenuto tra le rovine a nord-ovest di Aleppo, e in cui ogni parola sarebbe stata vergata dallo stesso Ipa. Sia il Medioevo di Eco che il primo Cristianesimo di Ziedan ci raccontano la storia di un’epoca a metà tra il vecchio e il nuovo, in cui la linea di faglia è ancora incerta, e proprio perciò provoca sommovimenti devastanti. Tuttavia, ridurre il libro all’equazione Ipa/Adso da Melk, o Nestorio/Gugliemo da Baskerville, non renderebbe giustizia all’autore. La storia che Ziedan ci racconta è molto diversa nei toni e, se ci si passa il termine, negli obiettivi. Se per il romanzo di Eco possiamo parlare di “semiotica condotta con altri mezzi”, la storia di Ziedan è prima di tutto un forte atto d’accusa: contro la Chiesa delle origini, la censura, la fede acritica e il soffocamento del pensiero razionale da quella messi in atto.
Qualcuno dirà che queste sono distorsioni, esagerazioni. Che la fascetta promozionale che definisce il libro “Un’opera che ha causato forti polemiche religiose, letterarie e politiche” non è altro che la solita pubblicità. Eppure, quando due anni fa il libro uscì in Egitto, la Chiesa copta gridò allo scandalo (all’eresia?), accusando Ziedan di voler distruggere le fondamenta dell’autentica dottrina cristiana e chiedendo la messa al bando del suo libro. Quasi a replicare la storia di Cirillo e Nestorio e, ironia di ogni censura (tentata o realizzata), a mostrare la verità di ciò che si vorrebbe mettere a tacere.
Una vicenda di religione e potere, da leggere e da meditare. Una storia, malgrado tutte le opinioni contrarie, non ancora conclusa.
Titolo: Azazel
Autore: Ziedan Youssef
Editore: Neri Pozza
Prezzo: € 18,00
Dati: 2010, 382 p.
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