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	<title>AtlantideZine.it - Rivista di Libri, Cinema, Spettacoli, Musica, Arti Visive</title>
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	<description>non luogo di parole, visioni, letture, recensioni</description>
	<lastBuildDate>Fri, 03 Feb 2012 12:10:47 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Anche i paperi piangono. Intervista a Luigi Leonidi</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:23:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Rodi</dc:creator>
				<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[Periscopio]]></category>
		<category><![CDATA[persone]]></category>
		<category><![CDATA[Galleria Davico]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutti conosciamo Paperino. Tutti ci siamo identificati nelle sue disavventure, a cuor leggero, perché sapevamo che sarebbero finite bene. E se per Paperino non esistesse redenzione? Il pittore Luigi Leonidi ci presenta i suoi paperi desolati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a style="text-align: justify;" href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/sepuku-sup-con-calzat-inadatte.png" rel="lightbox[19016]"><img class="wp-image-19040 alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; margin: 4px;" title="sepuku sup con calzat inadatte" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/sepuku-sup-con-calzat-inadatte.png" alt="" width="420" height="437" /></a></p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">«Mi piaceva lavorare con Paperino, perché potevo riempirlo di botte, fargli male, farlo cadere da un precipizio. Mi divertivo un sacco con Paperino. Con Topolino sarebbe stato un po&#8217; pericoloso, perché Topolino deve sempre aver ragione. Col papero avevo un personaggio comico e potevo trattarlo male e prendermi gioco di lui». Le parole con cui Carl Barks, l’Uomo dei paperi della Disney, parlava del suo personaggio più famoso in una delle sue ultime interviste, non mancano certo di sadismo, e chissà se anche dietro alle trasfigurazioni pittoriche del bolognese Luigi Leonidi – in mostra alla Galleria Davico di Torino, fino al 25 febbraio –, in cui  lo stesso papero appare inquieto, triste, desolato, forse più reale perché privo di possibilità di redenzione, non si celi una certa soddisfazione sadica. Tanto vale chiederglielo.</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">«Paperino è una “Icona” del nostro tempo – spiega il pittore ad AtlantideZine –, una metafora dell&#8217;essere umano, nel quale tutti, al di sopra delle razze delle culture e/o estrazioni sociali si possono ritrovare, è altresì conosciuto ed accettato ma rimane pur sempre un cartoon, così da poter essere usato, modificato, alterato senza per questo mettere in alcuna crisi la veridicità dell&#8217;immagine stessa: non sono mai nel mondo reale ma non ne esco neppure, rimango nel limbo e nell&#8217;ambiguità, in bilico tra “arte” e fumetto, ammesso e concesso che il fumetto non sia vera “arte”. Il gioco che metto in scena in questo lavoro è costantemente un rimando tra i concetti di immagine indicale e immagine iconica, per questo il personaggio è sempre un estraniato, un alienato, mai felice; prendo un personaggio già conosciuto da tutti, preparato e confezionato con il suo carico di simboli, lo decontestualizzo e il gioco è fatto, senza cadere in assurdi manierismi “tento” di raggiungere una carica  empatica che difficilmente con una immagine puramente indicale potrei ottenere senza cadere nei tanti tranelli che il rinascimento e la sua visione hanno generato».</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/pulito-non-troppo.png" rel="lightbox[19016]"><img class="alignright  wp-image-19039" style="margin: 4px;" title="Luigi Leonidi pulito non troppo" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/pulito-non-troppo.png" alt="Luigi Leonidi pulito non troppo" width="277" height="400" /></a>I dipinti di Leonidi sanno essere immediati e complessi allo stesso tempo. C’è sia la mano capace dell’artista figurativo, che l’inventiva del concettuale. Le due anime si mescolano sulle tele con una libertà non comune al giorno d’oggi e, forse, questo lo si deve al fatto che Leonidi è arrivato tardi al mondo dell’arte. «“Io non sono nato artista”&#8230; forse non lo sono mai stato! Almeno nell&#8217;accezione canonica del termine, il mio fine non è l&#8217;arte, io la adopero soltanto, la mia è un&#8217;utilizzazione, ammesso e concesso di riuscirvi: voglio dire delle cose ed utilizzo come so fare quello di cui dispongo. Sì ho lavorato, facevo pure un buon lavoro, ma ero semplicemente una sigla, un dieci del mese, ora ho un sacco di dubbi, una quantità abnorme di incertezze, ma quello che vedo nello specchio la mattina lo riconosco come il mio autoritratto.»</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">Certo, osservando i paperi solcati da una luce caravaggesca, un occhio di bue tanto luminoso da risultare iperrealistico,capace di donare una sensazione di tridimensionalità al personaggio, anche noi siamo assaliti dal dubbio che lui artista ci sia nato – bando alle modestie! «Proprio come fu per Caravaggio, il quale partì da problemi filosofici che venivano dibattuti al tempo, la luce, l&#8217;illuminazione, non è una fonte reale, ma una illuminazione interiore, questo è forse più esplicito nelle due tele grandi ora esposte alla Davico, in cui un Dio, incarnato dalla figura di Disney, viene in realtà illuminato da una luce superiore che, il più delle volte, sotto forma di occhio di bue, illumina ciò che vuole; è l&#8217;illuminazione meno naturalistica che ho avuto a disposizione e che porta alle estreme conseguenze la dualità luce-buio e come su di un palco nel quale si sviluppa il dramma esistenziale, va ad esaltare, se così si può dire, il momento centrale della rappresentazione, svelando, almeno nei miei intenti, la menzogna del poter contenere “il tutto” attraverso la descrizione “reale” del mondo.»</p>
<p dir="ltr">E non è forse  un artista questo?</p>
<p style="text-align: right;" dir="ltr">Luigi Leonidi<br />
Fino al 25 febbraio 2012<br />
Galleria Davico<br />
Galleria Subalpina, Torino<br />
info: 0115629152</p>
</div>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/anche-i-paperi-piangono-intervista-a-luigi-leonidi.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Ancora un volo per Cipì</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 11:12:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Ferraro</dc:creator>
				<category><![CDATA[bambini e ragazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[classici moderni]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi Ragazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Lodi]]></category>
		<category><![CDATA[storie di animali]]></category>
		<category><![CDATA[storie per crescere]]></category>

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		<description><![CDATA[Uscito per la prima volta negli Struzzi Einaudi nel 1961, <em>Cipí</em> è da allora un libro intramontabile, un grande classico che ha segnato l’infanzia di centinaia di migliaia di bambini.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/cip.jpg" rel="lightbox[19020]"><img class="alignright size-full wp-image-19024" style="margin: 4px;" title="cipì" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/cip.jpg" alt="" width="237" height="400" /></a>Quella che mi lega a Cipì è una storia lunga una vita, la mia. Incomincia da piccola. Ascoltavo la storia e Cipì mi conquistava ad ogni nuovo battito d&#8217;ali (ed essendo un passero di battiti d&#8217;ali c&#8217;era abbondanza); l&#8217;aria smossa dai suoi frullii vivaci e mai stanchi mi sfiorava e avvolgeva di una morbida sensazione di sicurezza. Posso farlo anch&#8217;io: anch&#8217;io posso essere talmente coraggiosa e forte, pensavo. Quando ho iniziato a frequentare le scuole elementari, ricordo che era un&#8217;infusione di sicurezza scorgere sulle importanti pagine di un libro stampato dei disegni proprio come i miei: altrettanto buffi e con qualche sbaffo, qualche prospettiva forzata e sbilenca. Poi all&#8217;università una mattinata di primavera, a Siena, su via Duprè, ero in compagnia di alcuni cari amici e sullo scalino impolverato di un portone scorsi un passerotto ancora non pronto al volo, agitato, molto agitato. All&#8217;improvviso il ricordo del passerotto eroico protagonista di fiaba divenne tutt&#8217;uno con quell&#8217;uccelletto spaurito. Cipì! Lo raccolsi e gli organizzai un nido nel giardino della mia casa da studentessa. Per giorni l&#8217;ho nutrito (non ingozzato, memore della prima disavventura del primo Cipì!), poi è volato via verso per raggiungere Passerì oppure è finito tra gli artigli, invisibili, del gatto.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;anno scorso <em>Cipì</em>, la favola di <a href="http://www.casadelleartiedelgioco.it/" target="_blank">Mario Lodi</a> e dei suoi ragazzi, ha compiuto 50 anni. E se li porta davvero bene.Io ancora mi riconosco in quell&#8217;uccellino e penso che questo sia il primo valore di questa &#8220;favola vera&#8221;: riuscire a fare in modo che i bambini, così come gli adulti, possano riconoscersi nei semplici accidenti di un passerotto, possano riconoscere nei diversi protagonisti quei sentimenti universali che tutto muovono e reggono. La mamma Mamì, la compagna Passerì, la margherita poetessa radicata al suolo, in cerca di compagnia, mai sola per il suo essere capace di guardare il mondo che la circonda con curiosità, il gatto sornione dagli artigli invisibili ma pronti a scattare. Il vento, le nuvole, l&#8217;immenso cielo (quanto può essere enorme il cielo per un bambino?), il sole. Tutto ha un&#8217;anima, tutto convive in armonia o, come naturale, con qualche scontro, a volte addirittura scendendo in guerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/gg9.jpg" rel="lightbox[19020]"><img class="size-full wp-image-19025 alignleft" style="margin: 4px;" title="cipì e passerì" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/gg9.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a>Questa storia è nata in una piccola scuola di campagna di Vho di Piadena. Mario Lodi allora era maestro e i bimbi appena giunti in prima elementare; difficile far digerire loro il fatto che la scuola fosse un luogo deputato al lavoro e alla responsabilità piuttosto che al gioco. Mario Lodi decise, coraggiosamente, e assecondando da una parte il desiderio dei bambini, dall&#8217;altra una casualità che volle un passerotto assiduo frequentatore del davanzale della finestra della classe, di abbandonare il sentiero segnato dalla tradizione e dalla consuetudine, per scoprire quanto possa essere efficace (per la crescita e per l&#8217;apprendimento) dare sfogo all&#8217;immaginazione che, assieme all&#8217;osservazione della realtà e alla guida di un maestro davvero tale, diviene capacità narrativa, scrittura creativa. I ragazzi osservarono il passerotto e il suo essere tra gli uomini e nel tempo e ne annotarono le vere avventure dando vita alla sua favola, la favola vera di Cipì.</p>
<p style="text-align: justify;">Cipì è un passerotto intraprendente; all&#8217;inizio la sua è più imprudenza che coraggio, ma crescendo Cipì matura: imparerà a volare, a combattere per i propri ideali, per amore; imparerà ad ascoltare le poetiche parole di una margherita e a farsi amico il vento. Un vento forte e impetuoso capace di piccoli dispetti ma anche di importanti, e sincere, promesse. La promessa che mi sento di fare io, in questo momento, a pochi minuti dalla mia rilettura di Cipì in questa bella edizione speciale in occasione dei suoi cinquanta anni è che nessuno, né grande né piccino, rimarrà indifferente dinanzi a questa favola, anzi, quasi certamente in essa troverà tutti i mezzi per scoprire il valore della libertà.</p>
<p style="text-align: right;">Titolo: <em>Cipì<a href="http://www.atlantidezine.it/ancora-un-volo-per-cipi.html/copertina-cipi" rel="attachment wp-att-19023"><img class="alignright  wp-image-19023" style="margin: 4px;" title="copertina cipi" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/copertina-cipi.jpg" alt="" width="140" height="190" /></a></em><br />
Autori: Mario Lodi e i suoi ragazzi<br />
Editore: Einaudi ragazzi<br />
Dati: 2011, 87 pp., 14,00 €</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.webster.it/libri-cipi_lodi_mario_einaudi_ragazzi-9788879269674.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it</a></p>
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		<title>Capire gennaio</title>
		<link>http://www.atlantidezine.it/farmer-sea-porcelain-raft-fine-before-you-came.html</link>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 11:43:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cataldo Bevilacqua</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[SUBmarinean POP]]></category>
		<category><![CDATA[farmer sea]]></category>
		<category><![CDATA[fine before you came]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
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		<category><![CDATA[rock]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 2012 è partito subito all'attacco, premendo forte sull'acceleratore. Ecco quello che musicalmente sta accadendo di bello sulla nostra penisola: Farmer Sea, Porcelain Raft e Fine Before You Came]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 2012 è iniziato da appena tre settimane e già sta picchiando giù duro. Uscite discografiche su uscite discografiche appare già difficile orientarsi e capire cosa c&#8217;è di buono da ascoltare. Ecco, io vi propongo la mia personale selezione, partendo proprio dall’Italia, ché da queste parti l’aria pare frizzantina ultimamente.</p>
<hr style="width: 50%;" width="50%" />
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft  wp-image-18988" style="margin: 4px;" title="fprf1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/fprf1.png" alt="" width="315" height="315" />I primi della lista sono i torinesi <a href="http://www.farmersea.it/" target="_blank">Farmer Sea</a> usciti proprio all&#8217;inizio del mese con il loro secondo album, <em>A Safe Place</em>, sostanzialmente autoprodotto, visto che uno dei membri della band è anche co-fondatore (e quindi proprietario) della <a href="http://deadendstreetrecords.wordpress.com/" target="_blank">Dead End Record</a>, etichetta discografica che ha dato alla luce il suddetto disco. Per la prima settimana l’album è stato in free download sulla pagina <a href="http://farmersea.bandcamp.com/album/a-safe-place" target="_blank">bandcamp</a> della band, una formula che ormai si sta diffondendo sempre più a macchia d’olio e di cui noi (non parlo solo a nome mio ma per tutta la redazione della webzine) siamo assoluti fautori, viste anche <a href="http://www.atlantidezine.it/downloads" target="_blank">le nostre compilation</a>. La musica dei Farmer Sea è, nomen omen, un posto sicuro, un <em>porto</em> sicuro a cui affidarsi quando fuori piove e tira vento e decidi che non hai le carte in tavola, né la voglia per decifrare ciò che gira intorno a te. E allora ti abbandoni, metti play e ti senti a casa, quello che stai ascoltando è il classico indie rock fatto con tutti i crismi del caso, scevro da ambizioni modaiole e hipsterismi vari, che affonda le radici nei sanguinosi anni novanta. E suona così dall’inizio alla fine, dalla traccia d’apertura, <em>The Fear</em>, (march is here and we will march against our fear – quasi un’incitazione programmatica), fino a quella finale, <em>For too long</em>. Vecchia scuola insomma, melodie cristalline dal sapore agrodolce proprio come, per citare il blurb che lancia il disco, quando fuori piove con il sole. Un album che prima coccola e poi, ascolto dopo ascolto,  conquista. Higlights: <em>The Fear</em>, <em>To The Sun</em>, <em>Lights</em>, <em>Nothing Ever Happened</em> e <em>Disappearing Season</em>.</p>
<p><iframe style="position: relative; display: block; width: 400px; height: 100px;" frameborder="0" height="100" src="http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=2924812263/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/" width="400"></iframe></p>
<hr style="width: 50%;" width="50%" />
<p><img class=" wp-image-18989 alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; text-align: justify; margin: 4px;" title="fprf2" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/fprf2-1024x1024.jpg" alt="" width="314" height="314" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il romano trapiantato a Londra prima e a New York adesso Mauro Remiddi, mente e braccia dietro il progetto one man band <a href="http://porcelainraft.com/" target="_blank">Porcelain Raft</a> è il secondo di questa lista. Avendolo visto l&#8217;anno scorso aprire molto positivamente gli <a href="http://www.atlantidezine.it/yuck-band.html" target="_blank">Yuck</a> e avendo ascoltato in giro qualche pezzo convincente mi sono avvicinato con curiosità al suo primo album, <em>Strange Weekend</em>, uscito da poco con la Secretly Canadian. Già questo doveva convincermi della bontà del progetto visto che la casa discografica annovera <a href="http://www.jenslekman.com/" target="_blank">Jens Lekman</a>  e <a href="http://www.atlantidezine.it/wye-oak-civilian-war-on-drugs-slave-ambient-wilco-the-whole-love-indie-2011.html" target="_blank">The War On Drugs</a> fra i suoi talenti. Ebbene, ho rotto gli indugi e mi sono ritrovato in un universo onirico, fatto di musica stratificata, piena di riverberi e melodie sussurrate in punta di piedi, come in una bolla di sapone. Le canzoni, che hanno una struttura che più pop non si può (tanto da farmi pensare addirittura – udite, udite –  a George Micheal e Sinead O’Connor), sono arricchite da una produzione sì casalinga ma estremamente curata in ogni minimo dettaglio. Pezzi da ascoltare di notte, in silenzio, uno dopo l’altro, quando in casa sei solo e di andare a letto proprio non ne vuoi sapere. I brani di Porcelain Raft ti spingono a stare alzato ancora un po’, almeno il tempo di un’altra canzone, in cerca del perfetto commiato dal giorno che muore. Romanticherie. Highlights: <em>Shapless &amp; Gone</em>, <em>Put me to sleep</em>, <em>Unless you speak from your heart</em>, <em>The end of silence</em>, <em>Picture</em> e <em>The Way In</em>. Un bel po’ insomma.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="225" src="http://player.vimeo.com/video/35435881?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0" width="400"></iframe></p>
<p><a href="http://vimeo.com/35435881">Unless You Speak From Your Heart</a> from <a href="http://vimeo.com/porcelainraft">Porcelain Raft</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
<hr style="width: 50%;" width="50%" />
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft  wp-image-18990" style="margin: 4px;" title="fprf3" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/fprf3.png" alt="" width="307" height="293" />Poi una domenica sera accade che quei tipacci di <a href="http://www.robatriste.com/" target="_blank">Triste</a>, senza avvisare, senza dire a o b o c, insieme ai diretti interessati, ossia i <a href="http://finebeforeyoucame.com/" target="_blank">Fine Before You Came</a>, decidano di dare via in free download (come è abitudine dell’etichetta e della band) <em>Ormai</em>, nuova fatica del suddetto gruppo. E meraviglia delle meraviglie, in poche ore i download sono già più di duemila, con mezza rete subito giù a scriverne. Ad oggi, stando alle ultime dichiarazioni dell’etichetta, ossia quelle rilasciate sulla loro <a href="http://www.facebook.com/robatriste" target="_blank">pagina Facebook</a>, siamo arrivati, in una settimana agli ottomila e rotti scaricamenti. Niente male. Ma tutta questa attenzione che ruota attorno a un gruppo come i FBYC si può dire giustificata? Be’ sì, intanto perché il modus operandi, la decisione conscia e precisa di condividere una propria creatura con il free download perenne, è temeraria e innovativa; e poi perché la qualità delle canzoni, decisamente più pop – se mi si concede il termine  – rispetto ai vecchi lavori, è sotto le orecchie di tutti. Il genere può piacere o non piacere ma quello che colpisce, quello che colpisce me in primis, è la bellezza dei testi, dal primo –urlato – verso (in tutti questi anni abbiamo detto così tante cose / ne abbiam fatte così poche), all’ultimo (io non me ne andrei / se non fosse che è arrivato il tempo in cui il tempo non c&#8217;è più / ormai il tempo non c&#8217;è più.), che si intrecciano con grande armonia (sì, <em>armonia</em>) col tessuto musicale fatto di sferzanti chitarre elettriche, basso e batteria. E in queste liriche, concrete, tangibili, non solo mi ritrovo, oggi come ieri, ma ci rivedo anche le esperienze, i progetti infranti, il senso di inadeguatezza, il magone che ti colpisce così, senza un apparente motivo, che sono elementi sensibili della nostra quotidianità. Il mondo descritto dai Fine Before You Came è reale e vero e porta a galla un cosmo fatto di piccole e private delusioni, senza guardare al passato con troppa nostalgia ma allo stesso tempo non serrandosi in un universo chiuso e senza speranza. <em>Ormai</em> è composto di sette tracce incazzate, sette racconti a tinte cupe, sette quadretti di umana solitudine tenendo sempre a mente, però, che <em>dopo tutto, quando fuori non piove, non è affatto male</em>.</p>
<p><iframe style="position: relative; display: block; width: 400px; height: 100px;" frameborder="0" height="100" src="http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=3099768476/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/" width="400"></iframe></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/farmer-sea-porcelain-raft-fine-before-you-came.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il femminile traumatizzato e il &#8220;pericolo&#8221; della sua natura divina</title>
		<link>http://www.atlantidezine.it/il-femminile-traumatizzato-e-il-pericolo-della-sua-natura-divina.html</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 09:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piera Lombardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Persiani editore]]></category>
		<category><![CDATA[psicoanalisi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.atlantidezine.it/?p=18938</guid>
		<description><![CDATA[<em>Il femminile traumatizzato</em> è un'indagine medico-antropologica di come il potere patriarcale abbia costretto la donna in Occidente a rimuovere l'istinto di aggressività e mettere a tacere la sua integrità spirituale che fonda il suo essere sacralità incarnata. Il corpo femminile però attraverso i sintomi ha raccontato nei secoli e continua a raccontare una storia diversa: il bisogno femminile di re-incarnarsi senza più subire mutilazioni e cesure, tanto materiali quanto culturali e simboliche, per realizzare il proprio vero sé. Solo a partire da questa svolta si può avviare in Occidente una storia umana che sia dialogo e non monologo di voce sola, maschile e neutra. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Pandora.jpg" rel="lightbox[18938]"><img class="alignleft size-medium wp-image-18939" style="margin: 4px;" title="Pandora" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Pandora-220x206.jpg" alt="" width="220" height="206" /></a>Viene in mente il titolo di un libro di racconti della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto, <em>Il corpo sa tutto</em>. Oltre a sapere tutto, il corpo femminile trattiene, custodisce, a volte nasconde, o al contrario esibisce platealmente, la ferita d’origine. <em>Il femminile traumatizzato</em> (Persiani editore) racconta una storia antichissima, sempre reiterata, di repressione e annientamento del femminile da parte del potere patriarcale in Occidente; storia che al di là delle apparenze continua a reincarnarsi perché il trauma collettivo, storico-culturale, si manifesta ogni volta da capo in forma di ferita individuale ed esistenziale sulla pelle o sotto la pelle di ognuna. L’autrice, Rossella Sofia Bonfiglioli, antropologa e psicoterapeuta, dà un taglio originale a un’indagine ancora troppo minoritaria: rintraccia in chiave medico-antropologica attraverso il linguaggio dei sintomi la neutralizzazione della potenza femminile. Cosa è avvenuto nella storia? Come è stato permesso al femminile di esserci, esistere? A che prezzo? Cosa si è dovuto rimuovere e sacrificare di sé per non essere ‘arse’ ai roghi perpetui, almeno all&#8217;apparenza? L’operazione fondamentale è stata la repressione dell’istinto di aggressività femminile fino a raggiungere una convenzionale ‘ipoaggressività’, aspetto a tal punto ‘naturalizzato’ che nei secoli si è costruita un’iconografia  della donna all’insegna di debolezza, fragilità, dipendenza, depressione, malinconia come fossero suoi connotati di natura.</p>
<p><img class="alignright  wp-image-18941" style="margin: 4px;" title="Lilith_image2-206x300" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Lilith_image2-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Icona di questo tradimento/travisamento, la Madonna, così come è rappresentata nell’iconografia convenzionale cattolica: passiva, inconsapevole, contenitore funzionale alla procreazione del figlio di dio, quando invece la vera divinità è in lei,perché vergine, ovvero non contaminata ma in contatto spirituale col cosmo. L’altra operazione decisiva compiuta dalla cultura patriarcale misogina è stata, appunto, l’aver privato il cielo e le stelle della componente divina femminile, l’aver spogliato la donna della sua divinità, obbligato le divinità a declinarsi al maschile o, al limite, al neutro. Con queste due operazioni di neutralizzazione del femminile, non è restato alla donna che fare del proprio corpo mutilato uno strumento di comunicazione, protesta, grido, ribellione, insurrezione, atto di accusa. Allora il corpo si è messo a bollire e ribollire, a fare il pazzo, a incutere terrore, trasformando in sintomi ‘psicopatologici’ la costrizione, la rimozione, la marginalizzazione, la censura subite a  poter essere sé, fino al capolavoro di comunicazione e strategia di resistenza creativa che è stata l’isteria al femminile deflagrata nell’Ottocento. Rendiamo grazie alle isteriche, è proprio il caso di dire, rendiamo grazie alle isteriche è l’invito delle autrice perché davvero loro è il regno dei cieli, non solo quello della terra dove l’imperio maschile le ha precipitate. Loro  hanno fatto esplodere le sbarre della galera, incrinato il grande edificio e dato avvio a una nuova storia: l’inizio della psicoanalisi considerata con il femminismo la grande rivoluzione del ‘900. Che poi quest’inizio sia stato segnato dal misogino patriarca Freud che, lo racconta il fallimento del caso di Dora, voleva aggiustare le cose secondo una solita logica maschile, e sia: ma proprio la scoperta dell’inconscio da parte di Freud “costringe la medicina e la psichiatria a interrogarsi sull’anima”, tappa fondamentale per  aprire la strada a una generazione di psicoanaliste-guaritrici fino alle luminose visioni di Luce Irigaray, filosofa e psicoanalista francese. Ora che la violenza esplode in tutto l’edificio sociale, forse è tempo di dare ascolto alla  divinità nella donna e trovare un dialogo tra maschile e femminile a cominciare dalle differenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/il-femminile-traumatizzato-e-il-pericolo-della-sua-natura-divina.html/pandora1" rel="attachment wp-att-18942"><img class="alignleft size-full wp-image-18942" style="margin: 4px;" title="Pandora1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Pandora1.jpg" alt="" width="200" height="337" /></a>In principio ci sono stati i miti fondativi che spiegano il nostro essere state messe a tacere da subito: il mito di Pandora, capolavoro e caposaldo della misoginia greca, “indica una delle grandi radici della stigmatizzazione del potere e della conoscenza del femminile all’interno della storia patriarcale dell’Occidente nella cui tradizione culturale il peccato originale viene strettamente legato alla donna, primaria latrice di tutti i mali”. Pandora riceve da Zeus un vaso con la raccomandazione di non aprirlo. Lei, curiosa, lo fa e libera tutti i mali del mondo. Resta al fondo del contenitore solo la speranza. Il corpo contenitore della donna conserva la speranza, ma contiene anche tutti i segreti più pericolosi, la ‘colpa’ iniziale che accomuna Pandora, Lilith, Eva: storie di disobbedienza a un logos maschile. E i miti stanno a raccontare “la repressione dell’intero complesso istintuale-creativo femminile” da parte dell’inconscio collettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il trauma di questa storia occidentale “o più propriamente la sua memoria incorporata è psicoterapeuticamente e antropologicamente da considerare come causa significativa (cioè dotata di senso, eppure poco nominata, cioè nascosta, misconosciuta) delle nuove sintomatologie che esplodono nel corpo femminile a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento nel cuore dell’Europa razionalistica e scientifica moderna”. L’autrice rintraccia nei sintomi diagnosticati dalla biomedicina e biopsichiatria in chiave riduzionista sul corpo delle donne precise forme di resistenza, “critiche incarnate rispetto a ideologie di potere dominanti”. Ecco un repertorio di diagnosi nella storia medica occidentale: &#8220;stati alterati di coscienza (trance, possessione demoniaca, stregoneria, estasi mistica), disturbi psichici della personalità (manie ossessive, isteria, nevrastenia, nevrosi, schizofrenia), comportamenti compulsivi e dipendenza (cibo: anoressia, bulimia e sostanze: alcolismo, tossicodipendenze), scompensi bio-funzionali  associati al sistema circolatorio e immunitario (iper e ipo tensione, mal di cuore, stress e sindromi da fatica cronica), disagi associati al sistema nervoso (ansia, depressione, fobie, attacchi di panico)”. Cambiano le forme esteriori: dal corpo stregonesco siamo passati &#8220;al corpo isterico prima quindi al corpo nevrotico, bulimico, chirurgizzato, anestetico del Duemila&#8221;.</p>
<p><a style="text-align: justify;" href="http://www.atlantidezine.it/il-femminile-traumatizzato-e-il-pericolo-della-sua-natura-divina.html/lilith1" rel="attachment wp-att-18940"><img class="alignright size-medium wp-image-18940" style="margin: 4px;" title="lilith1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/lilith1-220x262.jpg" alt="" width="220" height="262" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">È evidente, secondo le indicazioni di Luce Irigaray cui l’autrice dedica un sentito omaggio e che ricorda per aver de-costruito gli scritti di Freud ma anche dialogato con essi in forme creative, che occorre ora più che mai passare da una cultura per secoli e tuttora a soggetto unico, all’insegna del pensiero maschile universale neutro, a una cultura che verta sulla differenza ignorata o rimossa: il corpo sessuato della donna non ridotto all’uno al medesimo. L’autrice ha ben imparato a riconoscere la persistenza dell’antico trauma e i suoi segnali corporei anche nella stanza della terapia delle pazienti attuali: “l’antico trauma può provocare una paralisi alle gambe o alle braccia, può dare dolori cronici alla cervicale o alla schiena, può produrre una sindrome da affaticamento cronico o una grave amenorrea, emicranie, sintomi respiratori o gastrointestinali, coliche, incubi, visioni, pianti improvvisi”: tutti segnali non solo di un abuso sessuale magari subito nell’infanzia, quanto di un antico trauma individuale storico-culturale che ha provocato nella donna &#8220;un disordine intimo, una sofferenza un’assenza, una mancanza di senso&#8221;. Ecco perché la relazione di cura, gli strumenti della psicoterapia vanno integrati con gli strumenti culturali dell’analisi medico-antropologica. E il senso della donna, la realizzazione del sé, si realizzerà quando le verrà restituito ciò che le è stato amputato: la sacralità incarnata, il dono dell’integrità spirituale, l’essere collegata con il cosmo. “Attraverso il vasto continente della vita di una donna si disegna l&#8217;ombra di una spada, attraversare l&#8217;ombra della spada si può rendere la vita di una donna molto più interessante, ma anche più pericolosa”, scrisse Virginia Woolf. Bisogna correre il pericolo di tornare divine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignright  wp-image-18975" style="margin: 4px;" title="9788896013267g" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/9788896013267g.jpg" alt="" width="126" height="177" /></p>
<p style="text-align: right;">Titolo: <em>Il femminile traumatizzato.<br />
Un&#8217;analisi medico-antropologica nella cultura patriarcale in occidente</em><br />
Autore: Rossella S. Bonfiglioli<br />
Editore: Persiani<br />
Dati: 2011, 172 pp.,  16.90 €</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.webster.it/libri-femminile_traumatizzato_analisi_medico_antropologica-9788896013267.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it</a></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/il-femminile-traumatizzato-e-il-pericolo-della-sua-natura-divina.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il bambino dei Lager. I disegni di Thomas Geve</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 21:16:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Rodi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[musei]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Giorno della Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[Lager]]></category>
		<category><![CDATA[olocausto]]></category>
		<category><![CDATA[thomas geve]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Museo Diffuso di Torino mette in mostra i disegni realizzati da Thomas Geve, appena quindicenne, all’indomani della liberazione da Buchenwald. Testimonianze minuziose e toccanti che aiutano a conoscere il più grande dramma della storia dell’umanità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/ritratto-di-thomas-geve.jpg" rel="lightbox[18927]"><img class="alignright size-medium wp-image-18929" style="margin: 4px;" title="ritratto-di-thomas-geve" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/ritratto-di-thomas-geve-220x220.jpg" alt="" width="220" height="220" /></a>Thomas Geve</strong> (Stettino, Polonia, 1929) aveva tre anni quando Adolf Hitler salì al potere nella vicina Germania; dieci quando il suo paese Natale venne invaso dai nazisti; appena tredici quando venne internato nel primo campo concentramento, ad Auschwitz, e non ancora sedici quando venne liberato dall’ultimo della sua lunga prigionia, Buchenwald. Thomas Geve, in quei campi di sterminio fu un’anomalia per tutto il tempo che vi rimase, perché riuscì a sopravvivere nonostante vi fosse entrato ben prima di aver compiuto quindici anni, data raggiunta la quale, per i nazisti, si era abili al lavoro. Ad Auschwitz, Goss-Rosen e Buchenwald, i bambini, i ragazzini, facevano un brutta fine ancor prima degli altri detenuti, perché risultavano inutili alla logica del <em>Lager</em>, troppo deboli per la produzione al massacro di cui i prigionieri erano chiamati a essere altrettanti meccanismi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/2489_69.jpg" rel="lightbox[18927]"><img class="alignleft size-medium wp-image-18930" style="margin: 4px;" title="2489_69" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/2489_69-220x163.jpg" alt="" width="220" height="163" /></a>Nel 1945, quando le truppe alleate giunsero a liberare i prigionieri, Geve, forse colto dalla necessità di esternare tutto lo strutturatissimo male di cui era stato testimone, di espellerlo, chiese loro dei fogli e dei colori e realizzò 79 cartoline della prigionia che, fino al 13 maggio 2012, saranno esposte presso il Museo diffuso della resistenza della deportazione della guerra dei diritti e della libertà di Torino, raccolti in una mostra intitolata significativamente <em>Qui non ci sono bambini. Infanzia e deportazione</em>. I disegni di Geve, a prima vista, sono quelli tipici di un bambino – colori vivaci, forme geometriche ed essenziali, sfondi a tinta unita solcati da personaggi minuscoli –, eppure, la loro minuziosità, l’attenzione al dettaglio del loro autore, va ben oltre l’apparenza infantile. Si tratta di testimonianze curatissime ed estremamente preziose della vita nei campi di concentramento e della strutturazione degli stessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/2489_47-grande.jpg" rel="lightbox[18927]"><img class="alignright size-medium wp-image-18931" style="margin: 4px;" title="2489_47-grande" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/2489_47-grande-220x154.jpg" alt="" width="220" height="154" /></a>Vi sono mappe di Auschwitz e Gross-Rosen; sezioni che mostrano i forni dal loro interno, con lettere che richiamano a una piccola legenda in cui sono indicati tutti i loro tremendi antri; elenchi disegnati di ciò che i detenuti mangiavano quotidianamente, tutto misurato fino all’ultimo misero grammo. Un paio delle cartoline, poi, sono dedicate a due gruppi di vittime della ferocia nazista che sono passate in secondo piano rispetto ai milioni di ebrei sterminati, ma che comunque hanno visto i loro rispettivi numeri assottigliarsi fino all’infinitesimale: i testimoni di Geova e gli zingari. Essendo di Torino, dove poco tempo fa un campo Rom è stato dato alle fiamme, di fronte alla cartolina che ritraeva un gruppo di zingari, separati da tutti, schifati anche dagli altri detenuti, ho avuto un sussulto. Sono stato colto dal terrore che certe tragedie possano succedere ancora, perché di odio per il diverso ce n’è ancora, sempre, tanto, troppo da non mancare mai.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/2489_55.jpg" rel="lightbox[18927]"><img class="alignleft size-medium wp-image-18932" style="margin: 4px;" title="2489_55" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/2489_55-220x153.jpg" alt="" width="220" height="153" /></a>Thomas Geve, con questi piccoli, intensissimi disegni, ha reso un servizio enorme all’umanità. Gli ha offerto una testimonianza visiva immediata; delle immagini da osservare, conoscere e su cui riflettere. Sono convinto che è inutile cercare di comprendere certi avvenimenti, certe sofferenze, ma è essenziale conoscerle perché non si ripetano. Forse non basta un solo Giorno della Memoria per far fronte alla quantità di male che si è scatenato in quei campi, perché esso ancora serpeggia e a tratti si manifesta, senza che noi riusciamo a riconoscerlo, a dargli la giusta importanza, a chiamarlo con il suo nome vergnoso.</p>
<p align="right">Fino al 13 maggio 2012</p>
<p align="right">Thomas Geve</p>
<p align="right"><em>Qui non ci sono bambini. Infanzia e deportazione</em></p>
<p align="right"><a href="http://www.museodiffusotorino.it/" target="_blank">www.museodiffusotorino.it</a></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/il-bambino-dei-lager-i-disegni-di-thomas-geve.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Un aquilone dalla coda in filo spinato</title>
		<link>http://www.atlantidezine.it/un-aquilone-dalla-coda-in-filo-spinato.html</link>
		<comments>http://www.atlantidezine.it/un-aquilone-dalla-coda-in-filo-spinato.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 08:47:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AtlantideZine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Periscopio]]></category>
		<category><![CDATA[Giorno della Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Giorno della Memoria interpretato dalle tinte tenui di un dipinto di Elisabetta Pasanisi; esplicita gentilezza e speranza nel tocco lieve, eppure con esso sottolinea fermamente lo smarrimento e il dolore di ciascuno dinanzi all'orrore nazista.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.atlantidezine.it/tag/giorno-della-memoria" target="_blank">Il Giorno della Memoria</a> interpretato dalle tinte tenui di un dipinto di Elisabetta Pasanisi; esplicita gentilezza e speranza nel tocco lieve, eppure con esso sottolinea fermamente lo smarrimento e il dolore di ciascuno dinanzi all&#8217;orrore nazista.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/giorno-della-memoria.jpg" rel="lightbox[18908]"><img class="wp-image-18909 aligncenter" style="margin-top: 4px; margin-bottom: 4px;" title="Elisabetta Pasanisi - giorno della memoria" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/giorno-della-memoria.jpg" alt="Elisabetta Pasanisi - giorno della memoria" width="818" height="618" /></a></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/un-aquilone-dalla-coda-in-filo-spinato.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Divorare i libri provoca indigestione, meglio gustarli lentamente</title>
		<link>http://www.atlantidezine.it/divorare-i-libri-provoca-indigestione-meglio-gustarli-lentamente.html</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 09:38:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Ferraro</dc:creator>
				<category><![CDATA[bambini e ragazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[albi illustrati]]></category>
		<category><![CDATA[dai 3 anni]]></category>
		<category><![CDATA[storie per crescere]]></category>
		<category><![CDATA[storie per ridere]]></category>
		<category><![CDATA[Zoolibri]]></category>

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		<description><![CDATA[<em>L'incredibile bimbo mangia libri</em> subito assaggiò una sola parola, tanto per provare. Poi gustò un’intera frase e poi l’intera pagina. E i libri gli piacquero: per la fine del mese fu capace di ingoiare un libro intero tutto d’un colpo! Mangiava libri e diventava intelligente… e intelligente… Finchè, un giorno…]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Picture203.jpg" rel="lightbox[18879]"><img class="alignleft  wp-image-18886" style="margin: 4px;" title="Oliver Jeffers - incredibile bimbo mangia libri" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Picture203.jpg" alt="Oliver Jeffers - incredibile bimbo mangia libri" width="350" height="226" /></a>Pivelli coloro che dichiarano a cuor leggero di essere divoratori di libri! Grazie a <a href="http://www.oliverjeffers.com/" target="_blank">Oliver Jeffers</a> e Zoolibri qui ci troviamo tra le mani raccontata e illustrata nei minimi dettagli la storia de <em>L&#8217;incredibile bimbo mangia libri</em>. E non si tratta di un superficiale e, come scopriremo più tardi, vuoto modo di affermare un proprio piacere, tra queste pagine alberga infatti Enrico. Enrico, come tutti noi, ama i libri, ma non come lo facciamo noi giacché lui i libri ama&#8230; mangiarli! Prima a piccoli bocconi, parola dopo parola, qualche congiunzione e qualche accento sulle prime rimane tra i denti, ma prendendoci gusto e con la pratica, dalle parole Enrico passa a sbocconcellare distrattamente le pagine per poi ingoiare, quasi senza masticare, libri interi, anche più d&#8217;uno alla volta, specie se si tratta di libri rossi, i suoi preferiti, ché stimolano il metabolismo e rinforzano le difese immunitarie. Sebbene Enrico ami mangiare libri di tutti i generi, vuole sapere tutto, perchè, sì: diretta conseguenza del divorare i libri è diventare più intelligenti, e sempre più intelligenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/ibeb_3.jpg" rel="lightbox[18879]"><img class="alignright  wp-image-18881" style="margin: 4px;" title="Oliver Jeffers - incredibile bimbo mangia libri" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/ibeb_3.jpg" alt="Oliver Jeffers - incredibile bimbo mangia libri" width="350" height="236" /></a>A Enrico piace mangiare i libri e anche essere intelligente, fino a quando comincia a star male e il suo colorito verdognolo mette in allarme chi lo tiene a cuore. Peraltro ingollare di fretta, senza gustare, senza masticare a lungo limita l&#8217;assimilazione, le informazioni, le storie e la dolcezza di certe immagini rischiano di restare sullo stomaco e di non essere digerite. Insomma, long story short, Enrico per puro caso, così come aveva incominciato a mangiare i libri, si ritrova a sfogliarne uno e a leggerlo. E ad amarlo. E a diventare, questa volta davvero, intelligente.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa de L&#8217;incredibile bimbo mangia libri è una storia divertente, adatta anche ai bimbi più piccoli illustrata, sempre da Oliver Jeffers, in maniera originale e allestita deliziosamente: un fustellato in fondo alla storia e al libro indica, tra le risate dei bambini lettori/ascoltatori che troveranno proprio in questa parte del testo il momento più divertente, che certe abitudini sono dure a morire. È un libro sui libri fatto coi libri e infatti Enrico e i suoi pasti a base di carta stampata s&#8217;adagiano e spiccano su sfondi anch&#8217;essi stampati: stralci di pagine di libri, cartoline, dizionari, carte geografiche. Le tinte predominanti sono quelle brune, specie del rosso. Non avevamo dubbi e gradiamo molto giacché anche a noi piace il rosso!</p>
<p style="text-align: justify;">La prima edizione, del 2009, dalla cui lettura è nata questa recensione, è stata rinnovata in una variante con pop-up nel 2011.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Titolo: <em>L&#8217;incredibile bimbo mangia libri<a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/cop.png" rel="lightbox[18879]"><img class="alignright  wp-image-18901" style="margin: 4px;" title="cop" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/cop.png" alt="" width="200" height="127" /></a></em><br />
Autori: Oliver Jeffers<br />
Editore: Zoolibri<br />
Dati: 2011, 40 pp., 20,00 €</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.webster.it/libri-incredibile_bimbo_mangia_libri_libro-9788888254685.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it</a></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/divorare-i-libri-provoca-indigestione-meglio-gustarli-lentamente.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il fatto è che si è pronti quando si è pronti!</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 10:20:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Ferraro</dc:creator>
				<category><![CDATA[bambini e ragazzi]]></category>
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		<category><![CDATA[albi illustrati]]></category>
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		<description><![CDATA[Di Gek Tessaro <em>Il fatto è</em>, quadrotto cartonato che rivisita la tradizione delle favole popolari ottenendo un risultato fresco e piacevole, soprattutto su misura per i bambini più piccoli]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/P1250501.jpg" rel="lightbox[18872]"><img class="alignleft  wp-image-18874" style="margin: 4px;" title="Gek Tessaro, il fatto è" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/P1250501.jpg" alt="Gek Tessaro, il fatto è" width="495" height="238" /></a>Il fatto è</em> che raramente ci si imbatte in libri per la prima infanzia (3 anni) che diano per scontate l&#8217;intelligenza e la sensibilità dei piccoli, piuttosto accade di frequente il contrario e allora il genitore consapevole, o in generale, l&#8217;adulto consapevole, si ritrova a fare le vocette e le smorfiette a causa dei vari e urticanti &#8220;&#8230;ini&#8221;, delle illustrazioni dai colori sgargianti quando non sciatte e dalle linee didascaliche e banali.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il fatto è</em> che questo quadrotto dalle pagine rigide e robuste è essenziale e ricco, e rientra proprio in quella fortunata categoria di libri che rispettano i piccoli e offrono loro stimoli che dall&#8217;illustrazione colorata e semplice si stendono a macchia d&#8217;olio e coinvolgono il testo diretto (niente smorfiette!) e in maiuscolo per giungere alle citazioni colte che non sfuggono al narratore adulto e che si arricchiscono di quanto invece i bimbi scorgono e partecipano.Il ritmo è quello tipico delle fiabe popolari, il collage è la tecnica con la quale lo colora <a href="http://www.gektessaro.it/" target="_blank">Gek Tessaro</a>, tra i più raffinati autori e illustratori europei.</p>
<p style="text-align: justify;">Una paperetta se ne sta tranquilla sulla sponda di uno stagno ma l&#8217;anatra ritiene che sia il momento che si tuffi; quando nonostante l&#8217;anatra abbia ben spiegato tutti i vantaggi del nuoto, la paperetta rimane ben ferma sulle sue zampette palmate, prova a spingerla, senza risultato; chiama quindi il gatto, e poi il cane e quindi il tacchino. Senza risultato, la paperetta non si muove nemmeno di un millimetro, fino a quando non sarà il momento giusto. Che è quello per la paperetta e non per l&#8217;anatra, non per il gatto, non per il cane, non per il tacchino e nemmeno per il lupo! Ops! Ho detto &#8220;lupo&#8221;?! Eh, sì&#8230;, ci sono anche dei colpi di scena, e il fatto è che il risultato è dolce e divertente, specie se il vostro piccolo lettore/ascoltatore sfogliando intonerà: &#8220;e venne il gatto che spinse l&#8217;anatra, che spinse la paperetta&#8230;&#8221;.</p>
<p style="text-align: right;">Titolo: <em>Il fatto è<a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/00000255.jpg" rel="lightbox[18872]"><img class="alignright  wp-image-18873" style="margin: 4px;" title="Gek Tessaro, il fatto è" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/00000255.jpg" alt="Gek Tessaro, il fatto è" width="180" height="190" /></a></em><br />
Autore: Jek Tessaro<br />
Editore: Lapis<br />
Dati: 2010, 24 pp., 8,50 €</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.webster.it/libri-fatto_tessaro_gek_lapis-9788878741614.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it</a></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/il-fatto-e-che-si-e-pronti-quando-si-e-pronti.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Shame, per un&#8217;estetica della vergogna</title>
		<link>http://www.atlantidezine.it/shame-steve-mcqueen.html</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 08:32:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Mirarchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacoli]]></category>
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		<category><![CDATA[drammatico]]></category>
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		<category><![CDATA[steve mc queen]]></category>

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		<description><![CDATA[Si chiama Steve McQueen, non fa l’attore ma il video artista. Shame, il suo secondo film, scandaglia i demoni di un sex addict.                                                      Riuscirà il bel Michael Fassbender a fuggir da se stesso? Per scoprirlo, bisognerà arrivare al termine della notte.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" wp-image-18843 alignleft" style="margin: 4px;" title="Shame 1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Shame-1.jpg" alt="" width="368" height="156" />I cuccioli dell’uomo ci mettono parecchio tempo a svezzarsi. Rispetto ad altri animali, infatti, gli uomini moderni tendono a coprire, nell’arco di vita, il tempo necessario a formare uno, tutt’al più due nuovi nuclei familiari. Il prospetto sociale consigliato prevede di nascere, crescere, istruirsi, trovare un lavoro (ove fosse possibile), sposarsi, procreare, costituire a propria volta un modello, andare in pensione (avendo versato i regolari contributi) e prepararsi al congedo. Le strade secondarie, i destini degli individui di carne e sangue, sono poco frequentati dalla propaganda ufficiale. Tornano in mente le parole di Freud, poco più di un secolo fa: &#8220;In linea generale, la nostra civiltà è edificata sulla repressione degli impulsi. (…) A parte le necessità della vita, sono probabilmente i sentimenti di origine erotica verso la famiglia che hanno mosso i singoli individui a tale rinuncia. È stata una rinuncia progressiva nel corso dell’evoluzione della civiltà, e ogni passo in avanti è stato sancito dalla religione; la parte di soddisfazione pulsionale cui si è rinunciato è stata sacrificata alla divinità; il bene comune così conseguito è stato chiamato Sacro&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright  wp-image-18846" style="margin: 4px;" title="Shame 7" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Shame-7-716x1024.jpg" alt="" width="248" height="354" />La creazione di miti ad opera dalla religione, l’indagine di controversi nodi sociali, sono fra i temi ricorrenti nella poetica di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Steve_McQueen_(artist)" target="_blank">Steve McQueen</a>. No, non avete appena letto una bestemmia, o perlomeno, questa non era l’intenzione. Lo Steve McQueen di cui stiamo parlando non ha gli occhi azzurri e non corre in moto nella West Coast, bensì nasce a Londra nel 1969, è afroamericano, di professione fa l’artista visuale. (Potete guardare, ad esempio, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=bxDqGIYNj7I" target="_blank">l’installazione</a> <em>Queen and the country</em>, presentata nel 2010 alla National Portrait Gallery). Il debutto nella regia cinematografica avviene con <em><a href="http://www.imdb.com/title/tt0986233/" target="_blank">Hunger</a></em>, che vince la Camera d’Or a Cannes nel 2008. Hunger racconta i sessantasei giorni che precedono la morte in carcere di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bobby_Sands" target="_blank">Bobby Sands</a>, attivista dell’IRA, dopo uno sciopero della fame per riottenere lo status di prigioniero politico: un martirio fisico che si snoda di sequenza in sequenza come le tappe di una Via Crucis. Il secondo film, <em><a href="http://www.imdb.com/title/tt1723811/" target="_blank">Shame</a> </em>(Vergogna), comprime gli stessi temi entro i confini dell’individuo, dato che il corpo, da oggetto del patimento, diventa esso stesso prigione. Brandon, il protagonista, soffre infatti di sex addiction, ovvero di un eccesso di pulsione sessuale. Entriamo nel suo mondo fin dalle prime immagini, che lo descrivono mentre va al lavoro: un trentacinquenne elegante, ben vestito, che flirta con una sconosciuta nella metropolitana di New York. Nel gioco di sguardi percepiamo l’attrazione e il dubbio insinuarsi sul volto di lei. Prima della fermata, la ragazza si appoggia con la mano al palo per tenersi. Brandon si alza, mette una mano sotto la sua, si sfiorano, poi lei si perderà tra la folla. Cosa si cela dietro lo sguardo di un sex addict? Rispondiamo con le parole di Umberto Galimberti: &#8220;Il desiderio non conosce incontri, non riduce la propria soggettività per creare quello spazio indispensabile all’apparizione della soggettività altrui. Il desiderio conosce solo la saturazione per <em>possesso</em>. Nel suo sguardo non ci sono le tracce di un’attesa, ma la smaniosa concupiscenza di incontrare nell’altro solo se stesso, per cui se spoglia un corpo è per possederne la carne, è per sottrargli, con le vesti, ogni traccia di soggettività che lo sguardo di desiderio, a differenza dello sguardo d’amore, non sa fronteggiare&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft  wp-image-18845" style="margin: 4px;" title="Shame 4" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Shame-4-1024x680.jpg" alt="" width="491" height="326" /></p>
<p style="text-align: justify;">Non a caso la sequenza della metro è inframmezzata da brevi flashback: Brandon che si sveglia, ascolta la segreteria, va in bagno; poi sera, nel suo appartamento high tech, mentre riceve una escort; di nuovo al mattino con la sveglia, la segreteria e il bagno (viene ripreso nudo frontalmente, perché il corpo è il territorio della storia e anche un po’ “perché così se ne parli”); ancora di notte, stessa location, intento a guardare siti porno durante la cena. Il rituale mattutino si ripete come si ripetono le escort e il sesso online, oppure, più avanti, la masturbazione nel bagno aziendale o i brevi rapporti con fugaci partner. Sono tutte occasioni per soddisfare i suoi impulsi e sono tutte sullo stesso piano; proprio per questo, paradossalmente, è necessaria la variazione continua dello scenario: non essendoci alcun interscambio emotivo, la diversificazione è l’unico antidoto alla noia, l’unico escamotage che permetta un’illusione di novità. Non è un risultato da prendere con sufficienza: spesso queste patologie sfociano nell’abuso sessuale, nella violenza ingenerata dalla frustrazione. La sceneggiatura di Shame, evitando tali derive, riesce anche ad affrancarsi da certa letteratura americana degli anni ottanta, così ben rivelate da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Bret_Easton_Ellis" target="_blank">Bret Easton Ellis</a> in <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/American_Psycho_(romanzo)" target="_blank">American Psycho</a></em>: Brandon non è un nuovo Patrick Bateman e New York, al tempo della crisi, indossa una veste meno glamour. McQueen sceglie i toni del grigio acciaio e del blu cobalto per fotografare la città di notte, nel campo d’azione del suo antieroe.</p>
<p style="text-align: justify;">Per una parte del genere, bisogna avere il<em> physique du rôle</em>, e più di quanto non avvenisse in Hunger, possiamo dire che Shame si regge sulle spalle di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Michael_Fassbender" target="_blank">Michael Fassbender</a> (ex <em>Inglourious Basterd</em> di Tarantino), un attore che non fatichi a immaginare dotato di notevole ascendente sulle donne (o sugli uomini). A questo punto, le esigenze drammaturgiche prevedono l’ingresso di una figura nuova, che rompa l’equilibrio forzoso della routine di Brandon. Il regista, nel dare a tale figura i tratti delicati di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carey_Mulligan" target="_blank">Carey Mulligan</a> (appena meno convincente che in <em><a href="http://www.imdb.com/title/tt0780504/" target="_blank">Drive</a></em>), indulge ancora un volta alla dimensione religiosa. Sissy, la sorella minore di Brandon, cantante jazz, è come un angelo sbadato che bussa alla sua porta. È una ragazza interrotta che più cerca l’amore più lo spinge via, fino ad arrivare all’autolesionismo. Soltanto con lei Brandon è davvero <em>nudo</em> e sente la vergogna montargli dentro. Proverà a cambiare, invano, frequentando una collega d’ufficio; ritroverà i vecchi fantasmi in una notte di eccessi, senza approdare mai ad una vera redenzione. Il finale è aperto e circolare.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Shame-2.jpg" rel="lightbox[18840]"><img class="wp-image-18844 aligncenter" title="Shame 2" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Shame-2-1024x435.jpg" alt="" width="614" height="261" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto morboso tra fratello e sorella apre un unico spiraglio sul passato, quando Sissy dice a Brandon: &#8220;Non siamo brutte persone, veniamo solo da un brutto posto&#8221;. Nel film non ci sono altre concessioni a facili psicologismi, i dialoghi sono ridotti all’osso, l’espressione è affidata soprattutto alle immagini che rivelano, nell’equilibrio compositivo, la passata formazione del regista. McQueen indugia sui personaggi con lunghi piani sequenza, riducendo al minimo gli stacchi di montaggio, in modo da accentuare la naturalezza delle situazioni. E nel contrasto fra uno stile freddo e il tema a sfondo sessuale, può ritornare in mente <em><a href="http://www.imdb.com/title/tt0115964/" target="_blank">Crash</a> </em>(1996) di David Cronenberg. Il contrasto si ripropone nell’utilizzo della musica, spesso dissonante rispetto al piano visivo. Ne sono un esempio la forsennata corsa di Brandon fino a Time Square – resa con un’unica carrellata laterale – che ha come sottofondo le <em>Variazioni Goldberg</em> di Bach suonate da Glenn Gould; o la scena di sesso a tre “silenziosa”, se non per il commento del violoncello di Harry Escott, che si rifà scopertamente, nel motivo centrale, ad un brano della <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/La_sottile_linea_rossa_(film_1998)" target="_blank">Sottile linea rossa</a> </em>(1998) di Terrence Malick; per non dire della strascicata interpretazione di <em>New York New York </em> – la voce originale è di Carey Mulligan: quasi un contro-manifesto della <em>città che non dorme mai</em>. Ma di tutto questo, a Brandon e Sissy importa poco. Sono solo parole, ne abbiamo usate fin troppe. Non rimane altro che andare al cinema, per trasformarle in vere emozioni.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/67w3ktY1DJQ" width="420"></iframe></p>
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		<title>Eco a se stesso: la metamorfosi di un poeta &#8220;malato&#8221;</title>
		<link>http://www.atlantidezine.it/eco-a-se-stesso-la-metamorfosi-di-un-poeta-malato.html</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 09:19:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piera Lombardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Magi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>

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		<description><![CDATA[Un saggio scritto dallo psichiatra e psicoanalista Marco Alessandrini pubblicato qualche anno fa, ripercorre la storia eccezionale di Friedrich Hoelderlin. Certo è poeta non perché malato, ma la schizofrenia con le sue condotte nel suo caso diventa distanza che permette al poeta di diventare eco di se, suono puro scorporato dalle circostanze materiali, canto del mistero dell'essere e della vita. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/holderlin_jeune.gif" rel="lightbox[18810]"><img class="alignleft size-medium wp-image-18813" style="margin: 4px;" title="holderlin_jeune" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/holderlin_jeune-220x261.gif" alt="" width="220" height="261" /></a>“Non tutto possono i Celesti. Prima i mortali raggiungono l’abisso. Si volge così l’eco insieme a loro”.  Solo a partire da una condizione estrema si abbandona il linguaggio ordinario con le sue smanie di potere o esibizioni di salute apparente, a favore dell’eco. Il poeta Friedrich Holderlin, fronteggia l’abisso della condizione psicotica divenendo ciò che aveva profetizzato nei suoi stessi versi: eco di se stesso, suono sciolto dalle contingenze, voce pura, nitido canto. Dal 1802, all’età di 32 anni comincia a soffrire di disturbi mentali; poi nel 1807, per i restanti 36 anni che ha da vivere, si dà la forma della separatezza, propria della schizofrenia, anche in senso spaziale: si isola, si chiude in una piccola stanza di una torre annessa a una casa di Tubinga di proprietà del falegname Ernst Zimmer che lo accoglie e lo accudisce. Per inciso: costui è un atipico, esemplare, falegname capace  di ‘costruire’ relazioni: qualcuno ci ha visto un’esperienza che ha precorso l’attuale inserimento terapeutico di pazienti con disturbi psichici in famiglie diverse dalla propria. Holderlin trascorre la vita in quella stanza della torre a guardare il fiume Neckar e la valle, a comporre versi anche per i visitatori firmandosi Scardanelli, suo doppio. <em>Eco a me stesso</em> (Magi edizioni) è un libro poetico, un’onda sonora che segue le modulazioni di questa voce poetica unica per seguirne il percorso, la metamorfosi schizofrenica in eco. Ne è autore Marco Alessandrini, psichiatra e psicoanalista, che sa i distacchi e le lontananze glaciali dei pazienti schizofrenici perché li ha in cura ogni giorno. Ma il libro in questione non è un resoconto psichiatrico con vago pretesto poetico o un’applicazione psicoanalitica a materiale facilmente infiammabile; non è neanche uno studio d’ambito letterario: ma “semplicemente un libro dedicato a esplorare una particolare forma di poesia, quella forma che è l’emozionalità umana nel suo incarnarsi in modalità vivibili. Modalità nel caso delle psicosi, splendenti pur rimanendo tragiche, e in qualche modo splendenti proprio perché cupe e tragiche”.</p>
<p><a style="text-align: justify;" href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Holderlin.jpg" rel="lightbox[18810]"><img class="alignright  wp-image-18812" style="border-style: initial; border-color: initial; margin: 4px;" title="Holderlin" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Holderlin-220x177.jpg" alt="" width="220" height="177" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il libro è o vuole essere esso stesso eco, sequenza d’echi capace di cogliere quel che Holderlin ha mostrato di noi: l’essere corpo vivo d’affetti e sensazioni che non sappiamo dire, a cui ci sottraiamo per paura d’impazzire. Sia chiaro Holderlin non è poeta perché schizofrenico, la malattia di per sé non è condizione di creazione (antica diatriba) né di valore aggiunto. È poeta perché quella è la sua fibra d’origine, il suo modo di stare al mondo; solo che, straordinariamente mette la malattia, pazzia o schizofrenia, come si voglia indicarla, al servizio della poesia; usa la pietrificazione, l’isolamento dal mondo e la separatezza per esistere come verso, canto limpido. È poesia che svela, dolore che riluce. Non c’è da aggiungersi ai  suoi tanti patografi e stabilire se la malattia sia stata provocata più dalle vicende familiari (padre e patrigno morti precocemente, madre affettivamente distante e contraria alle sue vocazioni poetiche), dalle circostanze sociali (gli amici Schiller e Schelling non gli diedero mai quella stima che si aspettava), dal dolore della morte della donna amata, dalle sofferenze patite, dall’ideale dell’io sconfitto, dall’essere stato invaso dal dio degli affetti, o semplicemente (parole di Bettina Brentano, sorella dello scrittore Clemens Brentano), da una “eccessiva intimità con gli dei che si trasforma in sventura”. La malattia posta al servizio della poesia significa che le offre in dono un’ampia gamma di opposti (presenza e assenza, essere sé ma essere al tempo stesso non sé, altro, doppio, fantasma, sogno di un sogno; lontano e vicino, distante e presente) fino a sganciarsi da ogni logica discorsiva comune e fare del linguaggio il suono che coglie la vita de materializzata e giungere a una condizione di pace sia pure tragica e fragile. In questo stato estremo si rivela l’inafferabilità che è di ognuno, l’indicibile che ognuno porta dentro, nascosto, dimenticato; l’essere un’ombra in terra. Il poeta malato diventa maschera sì ma di luce. Se la scrittura è già di per sé “un’eco del pensiero, dell’emozione e della voce”,nel caso del poeta svevo lui per primo si fa eco in vita, quasi a dare corpo al mito della Ninfa che, dopo la delusione d’amore per Narciso diventa voce scarnificata, pietrificata nel corpo e nei sentimenti, suono.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/holderlin-L-1.jpg" rel="lightbox[18810]"><img class="alignleft  wp-image-18814" style="margin: 4px;" title="holderlin-L-1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/holderlin-L-1-220x167.jpg" alt="" width="220" height="167" /></a>Eventi spaventosi hanno spaccato in due la sua vita,  annullato la possibilità di sostenerli da ‘normale’: ma chi di noi sa dire veramente cosa siano le emozioni, quale il loro vero portato, e come annientino l’identità apparente? Nell’esilio del corpo invaso dagli affetti, come disincarnato, nel farsi assente, uguale a zero, morto, vive diventando cassa di risonanza dei suoni dell’indicibile, cantore del mistero di sé e della vita: “Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”. Così ne <em>La morte di Empedocle </em>annuncia: “La mia parola nomina l’ignoto”, perché chi è assente in vita riesce a vedere l’invisibile, accoglie i pensieri onirici, è veggente, si fa ‘segno non significante, indolore’. “Io mi spavento troppo di ciò che è comune e abituale nella vita reale”, aveva già scritto nei diari prima dell’affacciarsi della malattia. La poesia è corpo abitato, potente signora che sola sa esprimere un dolore lucente, la luminosità di una vita più vasta. Per molte persone psicotiche il perdersi non risuona se non nel sintomo e non ha fascinazione alcuna. Il ‘miracolo’ di Holderlin è di aver tramutato la lacerazione patologica in una singolare attuazione che svela il sé più remoto (di cui tutti siamo in balia) fino alla scarnificazione del verso come  un <em>haiku</em> in cui la visione essenziale si inchina alla Natura. Così è ‘<em>La veduta’</em> sua ultima poesia: “Quando la vita usata dell’uomo va lontana dove  - lontano – splende il tempo delle viti vi è anche il campo sgombro dell’estate e il bosco appare nel suo volto oscuro. Se la Natura integra l’immagine dei tempi, se lei rimane e quelli sono labili, è per sua perfezione. Il cielo alto riluce  per l’uomo come i fiori che incoronano l’albero”.</p>
<p><img class="alignright  wp-image-18815" title="Eco" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/Eco-80x80.jpg" alt="" width="80" height="80" /></p>
<p style="text-align: right;">Titolo: <em>Eco a me stesso. La metamorfosi schizofrenica di Hölderlin in eco</em><br />
Autore: Marco Alessandrini<br />
Editore: Ma. Gi.<br />
Dati: 2002, 160 pp., 10,00 €</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.webster.it/libri-eco_me_stesso_metamorfosi_schizofrenica-9788888232249.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it</a></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/eco-a-se-stesso-la-metamorfosi-di-un-poeta-malato.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>The Last Revelation &#8211; la musica di Bill Fay</title>
		<link>http://www.atlantidezine.it/bill-fay-the-time-of-the-last-persecution.html</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 10:16:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cataldo Bevilacqua</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[SUBmarinean POP]]></category>
		<category><![CDATA[Vintage]]></category>
		<category><![CDATA[anni '70]]></category>
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		<category><![CDATA[cantautore]]></category>
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		<category><![CDATA[songwriting]]></category>

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		<description><![CDATA[Di come ho conosciuto Bill Fay, di come mi sia innamorato della sua musica, di come vorrei che anche voi lo faceste. Breve storia di un cantautore dimenticato e della mia passione per lui.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft  wp-image-18785" style="margin: 4px;" title="billfay1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/billfay1.jpg" alt="" width="282" height="278" />Inverno 2011. Mi arriva una mail nella casella di posta elettronica. È la newsletter degli <a href="http://www.okkervilriver.com/" target="_blank">Okkervil River</a> che mi annuncia una sorpresa, un <a href="http://www.okkervilriver.com/media.php?fileType=MP3" target="_blank">ep</a> di cover da scaricare gratuitamente. Non esito un attimo e in due click il mini album sta girando sul player. Le canzoni sono <a href="http://www.atlantidezine.it/2011-reloaded-golden-opportunities-2-e-togheter.html" target="_blank">molto belle</a> quindi con piglio certosino inizio a cercare in rete gli originali, e poi dopo gli originali gli album da cui sono tratti, e magari anche la discografia. Una volta ci mettevi un sacco di tempo e spendevi un mucchio di energie, oggi invece, a dirla lunga, basta una mezz’ora e l’opera è completata. Passo all’ascolto dei dischi dunque. Il primo della lista, chissà perché, è <em>The time of the last persecution </em>di <a href="http://www.billfay.co.uk/" target="_blank">Bill Fay</a>, 1971, Inghilterra, da cui è tratta la superba <em>Plan D</em>. Schiaccio play e la mia ricerca si ferma lì. Da quel momento il disco di Bill Fay si impossessa di me e festa finita: almeno una volta al giorno devo ascoltare quest’album, quasi fosse un bisogno fisico. E siccome non può terminare così, con una questione privata, ho deciso di condividerla, questa ossessione. Anche perché la storia che si cela dietro il misterioso cantautore è a suo modo affascinante.</p>
<p style="text-align: justify;">Bill Fay dunque, chi è costui? Sacrosanta domanda. Si tratta infatti di un misconosciuto cantautore inglese attivo (per quello che poteva) negli anni ’70 a Londra. Il primo singolo <em>Some Good Advice/Screams In The Hear</em> uscì per i tipi della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Deram_Records" target="_blank">Deram</a> nel 1967. Il primo album invece vide la luce solo tre anni più tardi, nel 1970 (S/T). I riscontri commerciali di questo pomposo e orchestrale disco d’esordio (quasi <em>prog</em> oserei dire) furono, come ci si può aspettare, pessimi, nonostante la fattura dei brani fosse più che buona, forse un po’ troppo caricati per i miei gusti. Bill, viste le difficoltà incontrate, voleva cambiare aria, lasciare la Deram (una costola della più famosa <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Decca_Records" target="_blank">Decca</a>) e cercare magari fortuna altrove. Ma il contratto firmato qualche tempo addietro lo blindava lì e così ecco che il secondo disco, <em>The time of the last persecution</em>, viene fuori ancora una volta sotto l’egida della suddetta etichetta. Bill si affida questa volta ad arrangiamenti più semplici, le suite orchestrali sono ridotte all’osso e l’approccio assume una dimensione intimista. Il risultato artistico è davvero convincente, la bellezza del disco è manifesta e sbandierata, le canzoni sono una più bella dell’altra e tutto questo concentrato in solo 40 minuti (i pezzi sono 14, si badi bene). Niente da fare, fiasco completo anche a questo giro. Viene addirittura aspramente criticato per il look barbuto e capelluto (la rivista <a href="http://www.thewire.co.uk/" target="_blank">The Wire</a> lo definisce un “<em>mad bearded</em><em> </em><em>Rasputin</em><em> </em><em>with a resemblance to Charles</em><em> </em><em>Manson</em><em>”</em>) con cui appare in copertina. Il povero Bill allora decide di ritirare baracca e burattini e  scomparire.</p>
<p><object id="gsSong2647152998" width="250" height="40" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="window" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="flashvars" value="hostname=cowbell.grooveshark.com&amp;songIDs=26471529&amp;style=metal&amp;p=0" /><param name="src" value="http://grooveshark.com/songWidget.swf" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><embed id="gsSong2647152998" width="250" height="40" type="application/x-shockwave-flash" src="http://grooveshark.com/songWidget.swf" wmode="window" allowScriptAccess="always" flashvars="hostname=cowbell.grooveshark.com&amp;songIDs=26471529&amp;style=metal&amp;p=0" allowscriptaccess="always" /><img src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-includes/js/tinymce/themes/advanced/img/trans.gif" class="mceItemMedia mceItemFlash" width="250" height="40" data-mce-json="{'video':{},'params':{'wmode':'window','allowScriptAccess':'always','flashvars':'hostname=cowbell.grooveshark.com&amp;songIDs=26471529&amp;style=metal&amp;p=0','src':'http://grooveshark.com/songWidget.swf'},'object_html':'&lt;span&gt;Realise Is In The Eye by &lt;a href=\&quot;http://grooveshark.com/artist/Bill+Fay/236838\&quot; title=\&quot;Bill Fay\&quot;&gt;Bill Fay&lt;/a&gt; on Grooveshark&lt;/span&gt;'}" alt="" /></object></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright  wp-image-18786" style="margin: 4px;" title="billfay2" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/billfay2.jpg" alt="" width="400" height="300" />Ma le cose belle, quelle belle davvero sono dure a morire. E nonostante la difficoltà nel reperire copie dei suoi dischi e nel racimolare informazioni su di lui, Bill una piccola fama, quasi racchiusa in un aura magica, riesce a ritagliarsela. Diventa uno di quegli artisti che piacciono agli artisti. Il grande pubblico gli è negato ma riesce a salire sugli allori di chi la musica la fa in prima persona. Un onore forse poco remunerativo ma forse la migliore delle ricompense se si pensa strettamente all’arte. <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jim_O'Rourke_(musician)" target="_blank">Jim O’Rourke</a>, gli Okkervil River, i <a href="http://brainwashed.com/c93/" target="_blank">Current 93</a> e i <a href="http://wilcoworld.net/" target="_blank">Wilco</a> (con i quali addirittura nel 2007 e nel 2010 sale sul palco per cantare <em>Be not so fearful</em> – tratto dal primo omonimo), sono solo alcuni degli artisti che nel corso degli anni hanno deciso di coverizzare il cantautore inglese. La sua fama dunque cresce tanto da spingere alcune etichette – piccole &#8211;  a ripubblicare i primi due dischi, nonché a dare spazio ancora alla sua creatività. Esce così nel 2004 <em>From the bottom of an old grandfather clock</em>, raccolta di demo e rarità (ovvero rarità delle rarità) seguito nel 2005 da quello che sarebbe dovuto essere il terzo disco del nostro e non è mai stato, <em>Tomorrow, tomorrow, tomorrow</em>. Infine nel 2010 viene dato alle stampe addirittura un doppio, <em>Still some light</em> che vede nel primo disco una raccolta di rarità (ancora) e nel secondo invece un album <em>homemade</em> registrato nel 2009.</p>
<p><object id="gsSong2640911945" width="250" height="40" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="window" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="flashvars" value="hostname=cowbell.grooveshark.com&amp;songIDs=26409119&amp;style=metal&amp;p=0" /><param name="src" value="http://grooveshark.com/songWidget.swf" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><embed id="gsSong2640911945" width="250" height="40" type="application/x-shockwave-flash" src="http://grooveshark.com/songWidget.swf" wmode="window" allowScriptAccess="always" flashvars="hostname=cowbell.grooveshark.com&amp;songIDs=26409119&amp;style=metal&amp;p=0" allowscriptaccess="always" /><img src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-includes/js/tinymce/themes/advanced/img/trans.gif" class="mceItemMedia mceItemFlash" width="250" height="40" data-mce-json="{'video':{},'params':{'wmode':'window','allowScriptAccess':'always','flashvars':'hostname=cowbell.grooveshark.com&amp;songIDs=26409119&amp;style=metal&amp;p=0','src':'http://grooveshark.com/songWidget.swf'},'object_html':'&lt;span&gt;Pictures Of Adolf Again by &lt;a href=\&quot;http://grooveshark.com/artist/Bill+Fay/236838\&quot; title=\&quot;Bill Fay\&quot;&gt;Bill Fay&lt;/a&gt; on Grooveshark&lt;/span&gt;'}" alt="" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Ed eccoci a <em>The time of the last persecution</em>, il nostro oggetto principale. Come detto esce nel 1971 inserendosi a cavallo tra il prog, che in quel periodo andava per la maggiore, e il folk-pop intimista di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Nick_Drake" target="_blank">Nick Drake</a>. Possiamo dire che Bill Fay è un buon compromesso: non disdegna l’orchestrazione ma al contempo ama le atmosfere morbide. Il suo strumento principe però è un altro, non la chitarra, bensì il piano. E si sente. Il primo pezzo del disco <em>Omega Day</em> parte proprio con una serie di accordi di pianoforte per poi lasciare spazio alla voce e al crescendo di fiati proto-soul. La chitarra fa da contorno ma lo fa bene. Seconda traccia è <em>Don’t let my marigolds die</em>, una classica ballad di pregevole fattura. Ma è con <em>I Hear You Calling</em> che il disco cambia passo elevandosi a capolavoro. Una dietro l’altra si susseguono canzoni senza tempo dalla perfetta struttura pop, equilibrate in ogni loro parte, liriche e allo stesso tempo concrete, che trovano i propri highlight (se di highlight si può parlare) oltre che nelle già citate <em>Omega Day</em> e <em>I Hear You Calling</em>, anche in <em>‘Til The Christ Come Back</em>, <em>Release In The Eyes</em>, <em>Laughing Man</em>, <em>Tell It Lik It Is</em>, <em>Plan D</em> e <em>Pictures Of Adolf Again</em>. Ma è impossibile slegare questi pezzi dal resto del disco che rimane di altissima fattura, da sentire di seguito, volta dopo volte, canzone dopo canzone. Ed eccola dunque un’altra peculiarità, l’incredibile unità che lo possiede, da cima a fondo, quell’unità granitica che appartiene solo alle grandi composizioni. I miei toni sono entusiastici, lo so, e potrei sembrarvi davvero poco obiettivo. Ma è proprio per questo che ho aspettato diverso tempo per scriverne, quasi due mesi dal primo fulminante ascolto , per capire se fosse un effetto momentaneo o semplice suggestione vintage. Be’ devo dire che praticamente nulla è cambiato, e l’album veleggia tranquillo in cima agli ascolti, così come anche molte delle altre cose di Bill Fay. Una scoperta che mi porterò dietro ancora per molto.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/billfay3.jpg" rel="lightbox[18783]"><img class="wp-image-18787 aligncenter" title="billfay3" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/billfay3.jpg" alt="" width="481" height="226" /></a></p>
<p><object id="gsSong2647155652" width="250" height="40" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="wmode" value="window" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="flashvars" value="hostname=cowbell.grooveshark.com&amp;songIDs=26471556&amp;style=metal&amp;p=0" /><param name="src" value="http://grooveshark.com/songWidget.swf" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><embed id="gsSong2647155652" width="250" height="40" type="application/x-shockwave-flash" src="http://grooveshark.com/songWidget.swf" wmode="window" allowScriptAccess="always" flashvars="hostname=cowbell.grooveshark.com&amp;songIDs=26471556&amp;style=metal&amp;p=0" allowscriptaccess="always" /><img src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-includes/js/tinymce/themes/advanced/img/trans.gif" class="mceItemMedia mceItemFlash" width="250" height="40" data-mce-json="{'video':{},'params':{'wmode':'window','allowScriptAccess':'always','flashvars':'hostname=cowbell.grooveshark.com&amp;songIDs=26471556&amp;style=metal&amp;p=0','src':'http://grooveshark.com/songWidget.swf'},'object_html':'&lt;span&gt;Laughing Man by &lt;a href=\&quot;http://grooveshark.com/artist/Bill+Fay/236838\&quot; title=\&quot;Bill Fay\&quot;&gt;Bill Fay&lt;/a&gt; on Grooveshark&lt;/span&gt;'}" alt="" /></object></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/bill-fay-the-time-of-the-last-persecution.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Metà genio e MetaMaus</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 09:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Rodi</dc:creator>
				<category><![CDATA[fumetti]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Art Spiegelman]]></category>
		<category><![CDATA[Giorno della Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[graphic novel]]></category>
		<category><![CDATA[olocausto]]></category>
		<category><![CDATA[Pantheon]]></category>
		<category><![CDATA[saggi letterari]]></category>

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		<description><![CDATA[In attesa che venga pubblicato in Italia, e in occasione della lezione per immagini che il suo autore, Art Spiegelman, terrà al Circolo dei Lettori di Torino, vi presentiamo la sua nuova immensa fatica: MetaMaus. Come sviscerare un capolavoro attraverso un altro capolavoro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/WEB-metamaus-pa_1328319cl-8.jpg" rel="lightbox[18757]"><img class="alignleft  wp-image-18759" style="margin: 4px;" title="WEB-metamaus-pa_1328319cl-8" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/WEB-metamaus-pa_1328319cl-8.jpg" alt="" width="360" height="203" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Non è ancora stato pubblicato in Italia, ma già se ne parla un po’ ovunque, dai blog specializzati ai magazine generalisti. Merito della capillarità della rete, senza dubbio, ma, anche e soprattutto, del vero e proprio culto che si è formato attorno ad Art Spiegelman – poliedrico artista e scrittore, più che semplice fumettista – e alla sua opera prima, la leggendaria graphic novel <em>Maus</em> – la prima a vincere un Premio Pulitzer, nel 1992 –, di cui questo nuovo volume offre un’approfonditissima analisi, incredibilmente ricca di immagini e bozzetti che testimoniano del lavoro certosino, febbrile, ossessivo, che ha tenuto impegnato Spiegelman per quasi vent’anni, dal 1972 al 1991.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/metamaus.jpg" rel="lightbox[18757]"><img class="alignright  wp-image-18760" style="margin: 4px;" title="metamaus" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/metamaus.jpg" alt="" width="346" height="227" /></a>MetaMaus: A Look Inside a Modern Classic</em> – questo il titolo del nuovo lavoro –, che si sviluppa attraverso tre lunghi dialoghi tra l’autore e Hillary Chute, professoressa d’inglese all’Università di Chicago, non da nulla per scontato e risponde praticamente a tutti i quesiti che siano mai venuti in mente a chi abbia letto quella seminale graphic novel. Sciogliendo i tre grandi nodi gordiani – Perché l’Olocausto? Perché trattarlo a fumetti? Perché rappresentare gli ebrei come topi? – sorge una serie infinita di ulteriori questioni tecniche, rappresentative, storiografiche e, soprattutto, personali, perché <em>Maus</em> prende sì in oggetto la Shoah, ma attraverso la vicenda di Valdek Spiegelman, padre di Art, che ha raccontato al figlio tutto ciò che si ricordava – perché mai avrebbe potuto dimenticarselo – della sua vita in Polonia, prima e durante l’occupazione nazista e, successivamente, delle tragiche esperienze fatte ad Auschwitz.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/maus.jpg" rel="lightbox[18757]"><img class="alignleft  wp-image-18761" title="maus" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/maus.jpg" alt="" width="360" height="283" /></a>Questa nuova fatica offre ai lettori una contestualizzazione a tal punto completa che altrimenti avrebbe necessitato di svariate carriere di illustri critici per essere realizzata. Il libro riproduce tutto: dalle lettere di rifiuto ricevute dagli editori, alle interviste con la moglie e i due figli di Spiegelman; i dettagli della protesta dei polacchi, che in Maus appaiono ritratti come maiali; e, forse più interessanti di tutto il resto, i bozzetti che testimoniano di quanto l’autore abbia faticato a trovare il giusto stile per il suo libro e di come abbia sempre cercato di stabilire la veridicità di ciò che lo compone.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>MetaMaus</em> è un volume essenziale per chi abbia divorato <em>Maus</em> ed è a tal punto esaustivo che vien da domandarsi cosa l’autore possa aggiungere in occasione della lezione a immagini che si terrà <a title="Circolo dei Lettori" href="http://www.circololettori.it/" target="_blank">giovedì 19 gennaio al Circolo dei Lettori di Torino</a> – anche se il testo completato nel ’91 non è la sua unica pubblicazione, come si può ben vedere <a title="La realtà è come un gioco buffo e misterioso" href="http://www.atlantidezine.it/jack-e-la-scatola-art-spiegelman-la-realta-e-come-un-gioco-buffo-e-misterioso-prende-alla-sprovvista-diverte-spaventa-sorprende.html" target="_blank">qui</a>, ma quando uno crea un capolavoro, questo, ingiustamente, finisce per cancellare il resto della sua produzione –. Avendo a che fare con un genio, ho come la sensazione che non avrà difficoltà a stupire chi già lo conosce bene e attrarre a sé nuove schiere di devoti lettori.</p>
<p style="text-align: right;">Titolo: <em>MetaMaus: A Look Inside a Modern Classic<a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/metamaus-art-spiegelman1.jpg" rel="lightbox[18757]"><img class="alignright  wp-image-18763" style="margin: 4px;" title="metamaus-art-spiegelman" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/metamaus-art-spiegelman1.jpg" alt="" width="113" height="160" /></a></em><br />
Autore: Art Spiegelman<br />
Editore: Pantheon<br />
Dati: 2011, 300pp., 22,95 €</p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/meta-genio-e-metamaus.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>La fiaba dei giorni della merla [eBook - Free Download]</title>
		<link>http://www.atlantidezine.it/la-fiaba-dei-giorni-della-merla-ebook-free-download.html</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 13:14:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AtlantideZine</dc:creator>
				<category><![CDATA[AtlantideLab]]></category>
		<category><![CDATA[bambini e ragazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[AtlantideBook]]></category>
		<category><![CDATA[download]]></category>
		<category><![CDATA[ebook]]></category>
		<category><![CDATA[gratuito]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia dei giorni della merla, i più freddi dell'anno, gli ultimi tre giorni di gennaio. In regalo per voi lettori di AtlantideZine. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/copertina-merla.png" rel="lightbox[18559]"><img class="wp-image-18734 alignright" style="margin: 4px;" title="copertina merla" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/copertina-merla.png" alt="" width="190" height="267" /></a>C&#8217;è una storia che vogliamo regalarvi.</p>
<p style="text-align: justify;">Storia peraltro dolce, buffa e tipica: quella dei giorni della merla, i più freddi dell&#8217;anno, gli ultimi tre di gennaio. Abbiamo provato a cercare un libro per bambini che la raccontasse, ma nessun becco giallo ha fatto capolino tra le pagine web o in libreria. Abbiamo voluto rimediare ed eccola qui per voi. Potete riceverla gratuitamente e, se volete, stamparla, fornendoci il vostro indirizzo email semplicemente seguendo <a href="http://eepurl.com/imK2A" target="_blank">questo link</a> o inserendolo nel form a fondo pagina.</p>
<p>Titolo: <em>I giorni della Merla</em><br />
Autore:<a href="http://www.atlantidezine.it/author/barbara-ferraro" target="_blank"> Barbara Ferraro</a>, illustrata da Maria Privitera<br />
AtlantideBooks<br />
Dati: 2012, 10 pp. a colori</p>
<hr style="width: 50%;" width="50%" />
<p>&nbsp;</p>
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      $("#mc-embedded-subscribe-form").unbind('submit');//remove the validator so we can get into beforeSubmit on the ajaxform, which then calls the validator
      options = { url: 'http://atlantidezine.us4.list-manage.com/subscribe/post-json?u=6d8ca9bc53849eb9a33150098&#038;id=5568eff3cd&#038;c=?', type: 'GET', dataType: 'json', contentType: "application/json; charset=utf-8",
                    beforeSubmit: function(){
                        $('#mce_tmp_error_msg').remove();
                        $('.datefield','#mc_embed_signup').each(
                            function(){
                                var txt = 'filled';
                                var fields = new Array();
                                var i = 0;
                                $(':text', this).each(
                                    function(){
                                        fields[i] = this;
                                        i++;
                                    });
                                $(':hidden', this).each(
                                    function(){
                                        var bday = false;
                                        if (fields.length == 2){
                                            bday = true;
                                            fields[2] = {'value':1970};//trick birthdays into having years
                                        }
                                    	if ( fields[0].value=='MM' &#038;&#038; fields[1].value=='DD' &#038;&#038; (fields[2].value=='YYYY' || (bday &#038;&#038; fields[2].value==1970) ) ){
                                    		this.value = '';
									    } else if ( fields[0].value=='' &#038;&#038; fields[1].value=='' &#038;&#038; (fields[2].value=='' || (bday &#038;&#038; fields[2].value==1970) ) ){
                                    		this.value = '';
									    } else {
	                                        this.value = fields[0].value+'/'+fields[1].value+'/'+fields[2].value;
	                                    }
                                    });
                            });
                        return mce_validator.form();
                    }, 
                    success: mce_success_cb
                };
      $('#mc-embedded-subscribe-form').ajaxForm(options);
      /*
 * Translated default messages for the jQuery validation plugin.
 * Locale: IT
 */
jQuery.extend(jQuery.validator.messages, {
       required: "Campo obbligatorio.",
       remote: "Controlla questo campo.",
       email: "Inserisci un indirizzo email valido.",
       url: "Inserisci un indirizzo web valido.",
       date: "Inserisci una data valida.",
       dateISO: "Inserisci una data valida (ISO).",
       number: "Inserisci un numero valido.",
       digits: "Inserisci solo numeri.",
       creditcard: "Inserisci un numero di carta di credito valido.",
       equalTo: "Il valore non corrisponde.",
       accept: "Inserisci un valore con un&apos;estensione valida.",
       maxlength: jQuery.validator.format("Non inserire pi&ugrave; di {0} caratteri."),
       minlength: jQuery.validator.format("Inserisci almeno {0} caratteri."),
       rangelength: jQuery.validator.format("Inserisci un valore compreso tra {0} e {1} caratteri."),
       range: jQuery.validator.format("Inserisci un valore compreso tra {0} e {1}."),
       max: jQuery.validator.format("Inserisci un valore minore o uguale a {0}."),
       min: jQuery.validator.format("Inserisci un valore maggiore o uguale a {0}.")
});</p>
<p>    });
}
function mce_success_cb(resp){
    $('#mce-success-response').hide();
    $('#mce-error-response').hide();
    if (resp.result=="success"){
        $('#mce-'+resp.result+'-response').show();
        $('#mce-'+resp.result+'-response').html(resp.msg);
        $('#mc-embedded-subscribe-form').each(function(){
            this.reset();
    	});
    } else {
        var index = -1;
        var msg;
        try {
            var parts = resp.msg.split(' - ',2);
            if (parts[1]==undefined){
                msg = resp.msg;
            } else {
                i = parseInt(parts[0]);
                if (i.toString() == parts[0]){
                    index = parts[0];
                    msg = parts[1];
                } else {
                    index = -1;
                    msg = resp.msg;
                }
            }
        } catch(e){
            index = -1;
            msg = resp.msg;
        }
        try{
            if (index== -1){
                $('#mce-'+resp.result+'-response').show();
                $('#mce-'+resp.result+'-response').html(msg);            
            } else {
                err_id = 'mce_tmp_error_msg';
                html = '</p>
<div id="'+err_id+'" style="'+err_style+'"> '+msg+'</div>
<p>';</p>
<p>                var input_id = '#mc_embed_signup';
                var f = $(input_id);
                if (ftypes[index]=='address'){
                    input_id = '#mce-'+fnames[index]+'-addr1';
                    f = $(input_id).parent().parent().get(0);
                } else if (ftypes[index]=='date'){
                    input_id = '#mce-'+fnames[index]+'-month';
                    f = $(input_id).parent().parent().get(0);
                } else {
                    input_id = '#mce-'+fnames[index];
                    f = $().parent(input_id).get(0);
                }
                if (f){
                    $(f).append(html);
                    $(input_id).focus();
                } else {
                    $('#mce-'+resp.result+'-response').show();
                    $('#mce-'+resp.result+'-response').html(msg);
                }
            }
        } catch(e){
            $('#mce-'+resp.result+'-response').show();
            $('#mce-'+resp.result+'-response').html(msg);
        }
    }
}
// ]]&gt;</script><br />
<!--End mc_embed_signup--></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/la-fiaba-dei-giorni-della-merla-ebook-free-download.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Le favole di La Fontaine messe in scena</title>
		<link>http://www.atlantidezine.it/le-favole-di-la-fontaine-messe-in-scena.html</link>
		<comments>http://www.atlantidezine.it/le-favole-di-la-fontaine-messe-in-scena.html#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 11:38:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Ferraro</dc:creator>
				<category><![CDATA[bambini e ragazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[dai 6 anni]]></category>
		<category><![CDATA[fiabe classiche]]></category>
		<category><![CDATA[Ippocampo]]></category>
		<category><![CDATA[storie di animali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.atlantidezine.it/?p=18721</guid>
		<description><![CDATA[Thierry Dedieu ha selezionato dodici favole di La Fontaine  e le ha magistralmente messe in prospettiva in piccoli quadri fatti a teatrino nella carta ritagliata. Due libri pop up molto delicati e originali!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Qu<span style="font-size: small;">and</span>o un prodotto editoriale manca di quarta di copertina è il primo segno della sua pregevolezza. Cosa si potrebbe dire delle fiabe di La Fontaine in una traduzione che ne rispetta tempo e originalità? Cosa si potrebbe segnalare di rimarchevole di una parte così fondamentale della letteratura?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/39088_capture.jpg" rel="lightbox[18721]"><img class="alignright  wp-image-18725" style="margin: 4px;" title="La lepre e la tartaruga - Thierry Dedieu" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/39088_capture.jpg" alt="La lepre e la tartaruga - Thierry Dedieu" width="405" height="352" /></a>Apprezzo dunque moltissimo la scelta di lasciare al lettore la prima, più naturale, spontanea e vera mossa: aprire il libro e sfogliarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è al momento dell’apertura che subentra la meraviglia. Giacché ciò che ci si ritrova a sfogliare non è un semplice albo illustrato, così come non è un semplice pop-up. Dinanzi alla complessità della tecnica di realizzazione e impianto è stupefacente la semplicità con la quale si riesce, ancora una volta con naturalezza, a definirlo: un teatro. <em>Le favole di La Fontaine</em> sono, infatti, letteralmente, messe in scena da Thierry Dedieu.</p>
<p style="text-align: justify;">Del teatro conservano il movimento e mostrano profondità e dettagli. Persino la fiaba de La canna e la quercia di difficilissima resa possiede una propria, intensa, personalità grafica. A prima vista sembrano incisioni, sembra di trovarsi di fronte a due riletture, quella di La Fontaine e quella delle incisioni di Dorè. In realtà i tratti delicati e netti di colore non nascono dal nero, non si celano al di sotto del buio, semmai lo ricoprono e vivificano con un effetto elegante e semplice al contempo.</p>
<p style="text-align: justify;">I due volumi finora editi da Ippocampo (Ippocampo Junior) propongono una selezione di fiabe che alterna le celebri <em>(Il </em><em>Corvo e la Volpe</em>; <em>La Cicala e la Formica</em>; <em>Il Topo di città e il Topo di campagna</em>) alle meno note (<em>L’Airone</em>; <em>La Canna e la Quercia</em>). Un altro tassello prezioso nella storia delle riscritture e riletture nata con Esopo e giunta ai nostri giorni passando proprio da La Fontaine che, nel limite del suo tempo (XVII secolo), al carattere aneddotico delle fiabe d’Esopo aggiunge un tocco d’ironia. E ne cambia le vesti giacché dalla prosa passa alla rima. Le radici profonde di queste fiabe intramontabili sono da Thierry Dedieu messe in prospettiva in piccoli quadri fatti a teatrino nella carta ritagliata. Due volumi deliziosi e, per la cura editoriale con cui sono realizzati, dal prezzo contenuto.</p>
<table border="1">
<tbody>
<tr>
<td><span style="font-size: small;"><a href="http://www.atlantidezine.it/le-favole-di-la-fontaine-messe-in-scena.html/favolecorvo1" rel="attachment wp-att-18722"><img class="alignright  wp-image-18722" style="margin: 4px;" title="favolecorvo1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/favolecorvo1.png" alt="" width="165" height="218" /></a>Titolo:<em> Le favole di La Fontaine messe in scena da Thierry Dedieu. Il corvo e la volpe e altre favole</em></span><br />
<span style="font-size: small;">Autori: Thierry Dedieu</span><br />
<span style="font-size: small;">Editore: Ippocampo Junior</span><br />
<span style="font-size: small;">Dati: 2010, 20 pp., 18,00 € </span><span style="font-size: small;"><a href="http://www.webster.it/libri-favole_fontaine_messe_scena_thierry-9788895363943.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it</a></span></td>
<td><span style="font-size: small;"><a href="http://www.atlantidezine.it/le-favole-di-la-fontaine-messe-in-scena.html/favolelepre1" rel="attachment wp-att-18723"><img class="alignright  wp-image-18723" style="margin: 4px;" title="favolelepre1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/favolelepre1.png" alt="" width="165" height="218" /></a>Titolo:<em> Le favole di La Fontaine messe in scena da Thierry Dedieu. Il corvo e la volpe e altre favole</em></span><br />
<span style="font-size: small;">Autori: Thierry Dedieu</span><br />
<span style="font-size: small;">Editore: Ippocampo Junior</span><br />
<span style="font-size: small;">Dati: 2010, 20 pp., 18,00 € </span><span style="font-size: small;"><a href="http://www.webster.it/libri-favole_fontaine_messe_scena_thierry-9788895363943.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it</a></span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/le-favole-di-la-fontaine-messe-in-scena.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Uomini o mostri: un saggio al di là delle categorie convenzionali</title>
		<link>http://www.atlantidezine.it/uomini-o-mostri-un-saggio-al-di-la-delle-categorie-convenzionali.html</link>
		<comments>http://www.atlantidezine.it/uomini-o-mostri-un-saggio-al-di-la-delle-categorie-convenzionali.html#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 15:37:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberta Isceri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[Il Saggiatore]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.atlantidezine.it/?p=18710</guid>
		<description><![CDATA[Cosa proviamo nei confronti di nani, giganti, gemelli siamesi? Il prezioso saggio di Leslie Fiedler ci ricorda che i cosiddetti scherzi di natura sono soprattutto "immagini dell’io segreto"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/sjff_01_img0186.jpg" rel="lightbox[18710]"><img class="alignright  wp-image-18715" style="margin: 4px;" title="sjff_01_img0186" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/sjff_01_img0186.jpg" alt="" width="364" height="276" /></a>“L’autentico <em>freak </em>è uno di noi, un figlio di genitori umani, trasformato in qualcosa di mitico da forze misteriose che non comprendiamo bene”. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Leslie_Fiedler" target="_blank">Leslie Fiedler</a>,  critico letterario e professore nelle  migliori università statunitensi, nel suo ultimo saggio <em>Freaks</em> ci ricorda che i cosiddetti ‘scherzi di natura’ sono soprattutto immagini del nostro io segreto, nascosto, dimenticato, rimosso.</p>
<p style="text-align: justify;">Nani, giganti, siamesi, donne barbute, ermafroditi: questi sono i <em>freaks</em>. Vale a dire persone dalle caratteristiche fuori dall’ordinario, che ci fanno subito perdere il senso dell’orientamento nel mondo e, di solito, provocano nel guardarli un misto di attrazione e repulsione, anche se la coscienza registra solo la seconda, ammantandola di pietà e paternalismo. Fiedler ha compiuto uno studio a metà tra la mitologia e l’antropologia per spiegare come l’impatto che il ‘diverso’ ha sul ‘normale’ coinvolga  la profondità dell’essere fino a smuovere paure primordiali e pulsioni rimosse come quella erotica. In tutta sincerità, a chi non suona strano leggere, ad esempio, che le donne barbute possano avere  avuto stuoli di corteggiatori? E così anche esemplari maschili e femminili caratterizzati  dalla mole immensa o dalla bruttezza proverbiale? Perché nonostante questa società esalti il bello come valore di riferimento, dentro di noi, anche se sopite, vivono passioni primordiali  che disconosciamo a noi stessi, che ci ricongiungono con la parte ferina che fingiamo di non avere più. L’essere umano è curioso e l’eros è spesso un mezzo per accedere a ciò che sfugge alla nostra comprensione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/leslie-fiedler.jpg" rel="lightbox[18710]"><img class="alignleft size-full wp-image-18716" style="margin: 4px;" title="leslie fiedler" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/leslie-fiedler.jpg" alt="" width="293" height="298" /></a>Purtroppo i <em>freaks </em>hanno fatto ‘fortuna’ diventando nella maggior parte dei casi, loro malgrado, fenomeni da baraccone. Basti pensare al circo <em>Barnum &amp; Bailey</em>, attivo nel XIX secolo. L’impresario Barnum utilizzava, per descrivere questi personaggi, la parola <em>curiosità</em>. <em>Freak </em>è invece il termine che Fiedler prende in prestito dal celebre film di Tod Browning, che nel 1933 provocò un incredibile scalpore negli  spettatori e critici cinematografici. Solo negli anni ‘60 Freaks assurse a fama mondiale come capolavoro, non solo per le qualità artistiche ma anche per aver messo in scena le vite di persone  ritenute inguardabili . Il <em>freak </em>è affascinante perché travalica i confini tracciati dalla cultura: sessuali (l’ermafrodita), tra animale e umano (l’uomo elefante), tra l’io e l’altro (i gemelli siamesi), ricordandoci un’unità fondamentale che nei secoli abbiamo imparato a non considerare più. Questi ‘scherzi di natura’, come venivano chiamati in epoca vittoriana, sembrano nascere per impersonare i miti che tutti conosciamo, tanto che i nomi attribuiti ad alcuni di loro, come ermafrodita li rivitalizzano. E come i miti, i diversi tra noi sottintendono  significati psicologici e sociali profondi, a ricordarci che tante divisioni sono artificiali e non naturali come siamo abituati a pensare. Perché collegare i <em>freaks </em>alla psicologia del profondo? Perché è solo lì che troveremo le risposte alle nostre incertezze ancestrali, quelle che fingiamo di non avere grazie a vite costruite spesso a tavolino che ci permettono di rimuovere   aspetti  scabrosi come la morte, la sessualità,  la sporcizia, l’orrore. “E la maggior parte di noi ritiene per la maggior parte del tempo che questa sia la sorte migliore … tranne quando, in un baraccone, senza sapere bene se dormiamo o siamo svegli, cogliamo per un attimo fuori del tempo la normalità dei <em>freaks</em>, la mostruosità dei normali, la precarietà e l’assurdità di essere, comunque vogliamo definirlo, pienamente umani”.</p>
<p style="text-align: right;"> Titolo: <em>Freaks. Miti e immagini dell&#8217;io segreto</em><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/9788856501216g.jpg" rel="lightbox[18710]"><img class="alignright  wp-image-18714" style="margin: 4px;" title="9788856501216g" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/01/9788856501216g.jpg" alt="" width="126" height="176" /></a><br />
Autore: Leslie Fiedler<br />
Editore: Il Saggiatore Tascabili<br />
Dati: 2009, 382 pp., 12,00 €</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.webster.it/libri-freaks_miti_immagini_io_segreto-9788856501216.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/uomini-o-mostri-un-saggio-al-di-la-delle-categorie-convenzionali.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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	</channel>
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