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	<title>AtlantideZine.it - Rivista di Libri, Cinema, Spettacoli, Musica, Arti Visive</title>
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	<description>non luogo di parole, visioni, letture, recensioni</description>
	<lastBuildDate>Thu, 17 May 2012 14:02:49 +0000</lastBuildDate>
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		<title>His Clancyness Live @ Drive_In [MP3 - Free Download]</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 11:41:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AtlantideZine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[SUBmarinean POP]]></category>
		<category><![CDATA[A Classic Education]]></category>
		<category><![CDATA[free download]]></category>
		<category><![CDATA[His Clancyness]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
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		<category><![CDATA[mp3]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo un eBook AtlantideZine vi regala anche un live: ecco His Clancyness Live @ Drive In in free download per un mese. Affrettatevi, basta giusto un click. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Vi avevamo regalato una <a href="http://www.atlantidezine.it/la-fiaba-dei-giorni-della-merla-ebook-free-download.html" target="_blank">storia</a>.<br />
Adesso vi regaliamo un live.<br />
Sorpresa!</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/HisClancyness-Live@DriveIn.jpg" rel="lightbox[20409]"><img class="alignright size-full wp-image-20418" style="margin: 4px;" title="HisClancyness-Live@DriveIn" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/HisClancyness-Live@DriveIn.jpg" alt="" width="345" height="345" /></a><a href="http://www.hisclancyness.blogspot.it/" target="_blank">His Clancyness</a> è il progetto solista di Jonathan Clancy, già voce e chitarra negli <a href="http://www.aclassiceducation.com/" target="_blank">A Classic Education</a>. La sua ultima fatica è <em><a href="http://www.hisclancyness.blogspot.it/2012/03/always-mist-revisited.html" target="_blank">Always Mist  Revisited</a></em>, una raccolta di canzoni scritte tra il 2009 e il 2011 e uscita grazie alla collaborazione di <a href="http://secretfurryhole.blogspot.it/" target="_blank">Secret Furry Hole</a>, <a href="http://splendour.no/" target="_blank">Splendour</a> e <a href="http://sixteentambourines.blogspot.it/" target="_blank">Sixteen Tambourines</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche mese fa, precisamente il 28 gennaio 2012, durante il Going South Tour 2012, His Clancyness ha suonato al <a href="http://www.facebook.com/pages/Drive-In/109322379173582" target="_blank">Drive In</a> di Ruvo di Puglia, grazie a una collaborazione tra Drive In e <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=100001397592817" target="_blank">Arci La Locomotiva Corato</a>. Attraverso le abili mani di Roberto DiMo (alias Rauko dB) e della <a href="http://www.house304.com/index.html" target="_blank">House304 Home Studio</a>, abbiamo ricevuto questo piccolo gioiello. Noi quella fredda sera di gennaio c’eravamo e per questo abbiamo pensato di condividere con voi lettori le emozioni provate durante questo bel concerto.</p>
<p style="text-align: justify;">Scaricare il disco è semplice, basta iscriversi alla nostra newsletter cliccando su <a href="http://eepurl.com/imK2A" target="_blank">queste magiche parole blu</a>, oppure seguendo il form a fondo pagina. Se siete già iscritti, non temete, vi è già arrivata una bella mail che speriamo abbia superato il vostro filtro antispam. Il live sarà disponibile in free download per un mese a partire da oggi, perciò affrettatevi!</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo non ci resta che augurarvi un buon ascolto e stay tuned! Con AltantideZine le sorprese sono sempre dietro l’angolo</p>
<hr style="width: 50%;" width="50%" />
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		<title>Scrivere la storia &#8211; King, Ellroy e DeLillo a confronto sul caso Kennedy</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 10:48:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cataldo Bevilacqua</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[attentato]]></category>
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		<category><![CDATA[verità]]></category>

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		<description><![CDATA[A volte raccontare uno stesso episodio può portare a risultati diametralmente opposti, sia per intenzioni che per sfumature di senso. King, Ellroy e DeLillo, per esempio, hanno parlato del caso Kennedy: vediamo insieme verso dove i romanzi si sono diretti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft  wp-image-20386" style="margin: 4px;" title="kennedy5" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/kennedy5.jpg" alt="" width="455" height="305" />Dalla curva spunta una moto, poi l’altra. Il corteo presidenziale entra nell’obiettivo della telecamera e in fondo si intravede una grossa limousine decapottabile pronta a svoltare. Si perdono dei fotogrammi, all’improvviso il corteo è quasi di fronte ai nostri occhi. Adesso sì, c’è la limo in primo piano, c’è JFK che saluta e accanto Jacqueline, nel vestito rosa di <a href="http://www.olegcassini.com/" target="_blank">Oleg Cassini</a>, che fa altrettanto. Ma dura un attimo, il primo colpo ferisce prima il senatore e poi il presidente. Il proiettile non è quello mortale, entra nella spalla, JFK si massaggia e la moglie lo abbraccia, lo avvolge, come a volerlo proteggere. Poi la macchina arriva perfettamente in perpendicolare al nostro punto di vista e uno sbuffo di sangue si alza dalla testa del presidente, che immediatamente si accascia. Jacqueline prima guarda il marito, attonita, poi nota qualcosa, oppure no, forse è solo la paura a spingerla: si alza dal sedile e si arrampica sulla parte posteriore dell’automobile che imperterrita continua a muoversi. Sullo sfondo un prato, e le  gambe di una donna che corrono fuori dall’obiettivo.  Jacqueline è in bilico sul bagagliaio dell’enorme automobile, sembra cercare qualcosa, il cervello del marito dirà qualcuno, saltato in seguito al colpo. Da dietro uno dei bodyguard la raggiunge e le intima di ritornare sul sedile, lei lo fa, e la macchina esce dal campo visivo.<br />
Questo è quello che Zapruder, sarto di professione, aveva girato con la sua otto millimetri quando quella mattina del 22/11/1963 si era recato a Dallas a salutare il presidente. Questo filmato è l’unica testimonianza tangibile di quello che sarebbe passato come l’attentato più sensazionale della storia fino all’11 settembre 2001.</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro questo episodio, così capitale secondo molti, per i destini che la nazione avrebbe intrapreso, sono poi fiorite milioni di ipotesi, complottiste e non, su chi fossero i mandanti, sul perché, su come sia stato preparato, su quanti spari siano stati effettivamente esplosi, e sulla balistica, da quale direzione cioè questi proiettili potessero provenire. Da qui allora, a ventaglio, le varie ipotesi, possibili e improbabili, da chi accusava Lee Harvey Oswald solo a chi invece propendeva per una versione più ricca, con dentro servizi segreti, mafia ed estrema destra, fino ad arrivare alla paranoia pura di coloro che sostenevano che a sparare fosse stato l’autista della limo presidenziale. Insomma, proprio come abbiamo visto avvenire per l’11 settembre, la mente umana è intervenuta a colmare gli spazi vuoti servendosi, a volte, di tutta la fantasia possibile e giungendo spesso a conclusioni plausibili ma, allo stesso tempo, inverificabili.<br />
Quali interessi possono esserci per un narratore? Inserirsi dietro le quinte di un episodio dalla genesi incerta e dal risultato eclatante quale l’omicidio Kennedy permette all’autore di agire come demiurgo, come creatore di mondi. Se la storia, quella ufficiale, non è riuscita a giungere a una conclusione univoca, allora perché non inserirsi tra le sue fila e tentare di portare a galla una trama che ad essa, alla storia ufficiale, possa incastrarsi e/o sostituirsi? Il gioco è così allettante e ambizioso da diventare terreno fertile per scrittori di tutti i generi.<br />
L’omicidio Kennedy diventa dunque sfondo di tre romanzi molto diversi tra di loro per finalità, target e poetica ma che ruotano, ognuno a modo suo, tutti intorno al concetto di verità. Sto parlando di <em>22/11/’63</em> di<a href="http://www.stephenking.com/index.html" target="_blank"> Stephen King</a>, <em>American Tabloid</em> di <a href="http://jamesellroy.net/" target="_blank">James Ellroy</a> e <em>Libra</em> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Don_DeLillo" target="_blank">Don DeLillo</a>. Come si può notare anche gli autori sono diversissimi tra di loro, i primi due più inquadrati nella narrativa di genere, anche se entrambi tanto grandi da sconfinare in altre ambiti di giudizio (in particolare Ellroy viene citato come uno dei pochi autori di genere capace di incarnare la letteratura cosiddetta alta), e l’ultimo invece portabandiera della gloriosa generazione dell’America postmoderna, narratore di altissimo livello capace di abbracciare tutta la tradizione letteraria: insomma un autore con la A maiuscola. Detto questo avviso il lettore che, inevitabilmente, ci saranno spoiler.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignright  wp-image-20387" style="margin: 4px;" title="kennedy6" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/kennedy6.jpg" alt="" width="384" height="263" />22/11/’63</em> anagraficamente è l’ultimo uscito dei tre romanzi presi in esame. L’enorme tomo di King in realtà sembra più un’incursione nei magici anni ’50 e ’60 che un’avvincente narrazione dell’omicidio Kennedy. L’autore americano sembra non avere nessun dubbio, a uccidere il presidente è stato Oswald in totale solitudine. La frustrazione per un successo mai ottenuto e le manie di grandezza paranoiche avrebbero spinto il giovane americano con il mito dell’Unione Sovietica ad architettare ed eseguire il diabolico piano. Il male si annida solo nelle menti malate, sembra comunicarci King, e questo è un leit motiv che lega tutto il volume, tutti i “cattivi” a cui andiamo incontro sono dei pazzi paranoici vittime della loro follia: l’atto finale sarà sempre un raptus che spingerà il male ad esplodere. Addirittura King si inventa il concetto di <em>armonia</em> per giustificare tutto questo: le vicende si armonizzano al passato e dunque gli eventi tendono a seguire un determinato plot, ad accordarsi ad uno guida.<br />
Il romanzo si apre su Jake Epping, professore di letteratura ultra macho di 35 anni che insegna in un college del Maine. È un tipo solitario, la moglie, ex-alcolista da poco disintossicata, lo ha mollato a causa, dice lei, della sua insensibilità, del suo aplomb inflessibile di fronte alle disgrazie della vita: in particolare della sua incapacità di piangere. Insomma Jake è solo e viene assoldato da Al, proprietario di una tavola calda, a tornare indietro nel tempo, perché nel retrobottega del suo ristorante c’è un portale capace di spedirti direttamente nel millenovecentocinquantotto. La missione di cui Jake viene investito è quella di salvare a tutti i costi JFK perché, secondo Al, quello è stato l’evento spartiacque della storia: se si riesce a invertirlo ogni cosa andrà nel verso giusto, dal Vietnam all’11 settembre. Jake, per convincersi della cosa, fa un primo viaggio attraverso il passaggio e si ritrova magicamente catapultato nel passato dove tutto sembra avere una grana e una fattura diversa: il mondo appare più genuino, più diretto, senza la frenesia del (suo) futuro o le ansie da prestazione. La possibilità di cambiare il passato affascina Jake anche perché così potrebbe provare addirittura a salvare Harry Dunning, bidello buono ma un po’ tonto, dal lieve ritardo mentale causato dalla martellata che il padre, psicopatico alcolizzato, gli aveva inflitto una sera di Halloween di tanti anni prima, uccidendo anche tutto il resto della famiglia. Le ultime resistenze vengono rotte dallo stesso Al che si suicida attraverso dei farmaci (era ammalato di cancro e ormai era giunto alla fase terminale, ecco perché aveva scelto Jake per la missione), ponendo il nostro eroe di fronte ad un dubbio morale. Ma nell’etica di King non c’è spazio per le incertezze, bisogna essere decisi ed ecco dunque che Jake Epping cambia nome in George Amberson e intraprende il lungo viaggio che lo porterà al tentativo di sventare l’omicidio Kennedy.<br />
Ora, durante il romanzo succedono un sacco di cose, ma la singolarità è quella che a Oswold e alla preparazione dell’attentato, King sembra non farci proprio caso. La sua posizione è netta fin dall’inizio: sì, vi è una piccola forbice di incertezza che però, dopo i primi mesi di appostamento, viene spazzata via: è stato Oswald, punto e basta. È soltanto lui l’assassino ed è soltanto lui che bisogna fermare affinché l’attentato non vada a buon termine. Ecco dunque la questione che ci riguarda, come King declina il concetto di verità rispetto a un fatto storico.<br />
La semiotica si serve di uno strumento molto utile, il quadrato semiotico, capace di mettere dei concetti in relazione dinamica. Attraverso l’opposizione di due concetti s1 e s2 il quadrato presuppone che esistano altri due concetti nons1 e nons2 e li declina (per chi volesse approfondire può leggersi qualcosina <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Quadrato_semiotico" target="_blank">qui </a>oppure consultare i seguenti volumi: <a href="http://www.editrice-esculapio.it/shop/product/639/Marsciani-Zinna-Elementi-di-semiotica-generativa.asp" target="_blank">1</a> e <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/basi-semiotica-letteraria-bertrand-denis/libro/9788883531835" target="_blank">2</a>). Ora quello che serve a noi è il quadrato di veridizione. Cosa è il quadrato di veridizione? È quel quadrato semiotico che nasce dall’opposizione di Essere e Apparire. Vediamolo insieme:</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/kennedy1.jpg" rel="lightbox[20365]"><img class="wp-image-20380 aligncenter" title="kennedy1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/kennedy1-1024x443.jpg" alt="" width="491" height="213" /></a></p>
<p style="text-align: justify;" align="center">La Verità dunque non è altro che l’unione di Essere e Apparire, mentre il Segreto si posiziona sull’asse Essere e Non Apparire, la Menzogna su quello Apparire e Non Essere e la Falsità sull’asse Non Essere e Non Apparire.<br />
Se adesso volessimo posizionare in modo dinamico il romanzo di King dove lo andremmo a mettere? Parlando dell’omicidio Kennedy quello che King fa è un processo di smascheramento: l’opera passa dalla Menzogna (le teorie complottiste, tra le più accreditate) alla Verità, e lì si ancora stabile. Il dubbio è cancellato, il romanzo entra in una sua dimensione storica certa. Le cose sono andate così, Oswald ha ucciso Kennedy per una sua decisione personale.</p>
<p style="text-align: right;" align="center"><span style="font-size: medium; font-family: 'arial black', 'avant garde';"><a href="http://www.atlantidezine.it/scrivere-la-storia-king-ellroy-e-delillo-a-confronto-sul-caso-kennedy.html/2">continua a pag. 2</a></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="center">
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/scrivere-la-storia-king-ellroy-e-delillo-a-confronto-sul-caso-kennedy.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Yasmina Reza, ART: Ridete e starete sani</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 15:03:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Mirarchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo il successo di Carnage di Roman Polanski ritorna in scena ART, il capolavoro di Yasmina Reza, autrice di punta del teatro europeo. Per ridere con leggerezza sulla gravità del vivere. La regia è di Giampiero Solari, gli interpreti sono A. Haber, A. Boni e G. Alberti. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft  wp-image-20343" style="margin: 4px;" title="Art4" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/Art4-220x330.jpg" alt="" width="198" height="297" />L’amore non ha età: abusato luogo comune. L’amore non ha età, direbbe un pedofilo: battuta di cattivo gusto. O provocazione sul Male per esorcizzarlo? Un dilemma che ritorna ogni volta che si affrontano temi che la morale censura. È un peccato che il Bene produca così poca fascinazione. La grandezza di Nabokov è costretta a lasciare la scena a una dodicenne che prende il sole in giardino; la grandezza di Nabokov è anche nel costringere i lettori a perdersi senza rimedio dietro i capricci di <em>Lolita</em>. Linguaggio o metalinguaggio? Si parla del soggetto per saggiarne il colore o per prenderne le distanze? Le veline che sculettano a <em>Striscia la notizia</em> sono una satira delle vallette che sculettano o un salvagente per gli ascolti? Mescolare l’alto e il basso denota quasi sempre l’assenza di un solido discorso alle spalle. Prendiamo le quotazioni astronomiche dell’arte concettuale, il <em><a href="http://www.notizie.it/wp-content/uploads/viaggiamo/2010/12/hirst.jpg" target="_blank" rel="lightbox[20339]">Teschio di diamanti</a></em> di Damien Hirst: tralasciata qualsiasi velleità estetica, il ricco acquirente si porta a casa un simulacro che gli ricorda quant’è idiota, dal momento che anche lui – così pare – dovrà morire. Congratulazioni. E il vuoto d’artista? Ci si potrebbe almeno consolare con l’idea che in questo caso l’opera non sottenda un messaggio? Sarebbe confortante, se la mancanza di significazione non veicolasse un contenuto ancora maggiore. E «un quadro bianco, a righe bianche», del valore di duecentomila euro, è l’<em>accidente</em> scatenante di <em>Art</em>, la commedia di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Yasmina_Reza" target="_blank">Yasmina Reza</a> del 1994, tradotta in più di venti lingue e gran successo in mezzo mondo. L’autrice franco-iraniana era tornata alla ribalta l’anno scorso dopo l’uscita di <em><a href="http://www.mymovies.it/film/2011/godofcarnage/" target="_blank">Carnage</a> </em>di Roman Polanski, trasposizione della sua pièce <em>Il dio del massacro</em> e a seguire, sull’onda dell’attenzione suscitata dal film, <em>Art</em> è stato riproposto anche in Italia per la regia di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giampiero_Solari" target="_blank">Giampiero Solari</a>, con le interpretazioni glamour di Alessandro Haber, Alessio Boni e Gigio Alberti. Dal 2 al 6 maggio ha fatto tappa al Teatro Massimo di Cagliari, suscitando anche qui un vasto consenso di pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class=" wp-image-20341 alignright" style="margin: 4px;" title="Art2" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/Art2-220x144.jpg" alt="" width="176" height="115" />Io ci sono andato un po’ per caso, era domenica nel tardo pomeriggio e dovevo salutare un’amica che vive a Parigi, ma era tornata in Sardegna per votare (i primi referendum anti-casta ideati dalla casta stessa non sono un evento da poco). L’idea era quella di fare una passeggiata nel centro storico approfittando dei <em>Monumenti Aperti </em>(una di quelle lodevoli iniziative che le istituzioni finanziano per stimolare i cittadini a riscoprire un illustre passato – venendo poi così spesso a mancare, di questi tempi, una rosea prospettiva per il futuro). Se solo non si fosse messo in mezzo un acquazzone primaverile. Può mai piovere a Cagliari – dove non piove <em>mai</em> – proprio il sei maggio?! Sarà l’effetto serra o gli scherzi del caso ma ebbene sì, può accadere. Non va dunque sottovalutata l’incidenza dei rovesci temporaleschi sull’afflusso nei teatri. Certo, anche i divi del cinema/fiction/tv danno una mano e in questo caso, come detto sopra, eravamo piuttosto forniti.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-20342" style="margin: 4px;" title="Art3" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/Art3-220x150.jpg" alt="" width="220" height="150" />Una volta seduti in platea, il sipario aperto e le luci in scena, di primo acchito sembrava quasi di stare in un salotto televisivo. La scena raffigura un interno borghese essenziale, dominato dal bianco e dalle tinte tenui, che resterà di base lo stesso nell’ora e mezza di spettacolo, salvo per lo scorrere di pannelli semitrasparenti che creano, di volta in volta, riquadrature interne alla scena e che permettono gli “a parte” nei quali i personaggi, isolati dalle luci, aprono se stessi agli spettatori. Giampiero Solari, oltre a una trentennale carriera teatrale, vanta anche la regia di alcuni degli show di maggior successo negli ultimi anni sul piccolo schermo. Per la produzione di Bibi Ballandi ha infatti curato la regia degli spettacoli di Gianni Morandi, Lucio Dalla e Fiorello, fino all’ultimo trionfo de <em>#ilpiùgrandespettacolodopoilweekend </em>lo scorso autunno. <img class=" wp-image-20344 alignright" style="margin: 4px;" title="Art5" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/Art5-220x332.jpg" alt="" width="176" height="266" />La TV si può prendere come pietra di paragone della pièce: da un lato l’ambientazione rimanda alle sit-com e si mantiene l’unità di tempo e di luogo senza la canonica progressione in atti, ma lasciando montare il testo su una serie di diciassette sketch innestatiti uno sull’altro, sul crescere dei malintesi, delle ripicche e degli scontri (anche fisici) fra tre amici di vecchia data che si ritrovano per andare a cena, dall’altro, l’idea che si possa ridere con levità e senza ricorrere ad escamotage banali o volgari, da tempo non trova più spazio d’espressione sulle nostre reti. I protagonisti: Serge (A. Boni) è un affermato dermatologo che spende duecentomila euro per acquistare l’ultima opera di un pittore di grido; Marc (G. Alberti) è un caustico ingegnere aeronautico che ama l’arte pre-modernista e lo dileggia per l’acquisto di quella “merda bianca”; Yvan (A. Haber) è il vaso di coccio tra i primi due, un ex commerciante caduto in rovina che tenta di sistemarsi con un matrimonio tardivo, e che cercherà invano di far da paciere finendo invece per essere vessato da entrambi. La vacuità dell’arte contemporanea (il quadro bianco, a righe bianche) serve da espediente per evidenziare quanto poco basti a far vacillare l’amicizia virile, topos celebrato da una secolare tradizione non solo drammaturgica. Yasmina Reza, un’epigona minimalista del teatro di Ionesco, non riesce mai ad intaccare davvero il nucleo del pensiero debole che permea la borghesia, arrivando quasi ad inscenare, per paradosso, un apologo del campionario di tic e nevrosi nelle quali tutti, cittadini spaesati dell’età della tecnica, finiamo fatalmente per ritrovarci. Aggiungiamo la grande facilità comunicativa, l’innato senso del ritmo e la capacità di imbastire un plot coinvolgente quasi a partire dal nulla, ed ecco spiegati gli applausi convinti del pubblico in sala.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft  wp-image-20340" style="margin: 4px;" title="Art1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/Art1-220x177.jpg" alt="" width="198" height="159" />Io e la mia amica ci siamo uniti agli applausi e siamo usciti dal teatro di buon umore, per giunta aveva smesso di piovere, cos’altro desiderare di più? <em>La catarsi con riflesso pedagogico</em>, rispenderebbe certa critica di sinistra (sarà anche crollato l’URSS, ma la dittatura del Messaggio è dura a morire), la cognizione di un dolore seminale per la<em> crescita</em> dello spettatore. Pazienza, anche solo edificare uno spettacolo su basi così effimere è indice di aderenza al contemporaneo: non c’è altro tabù più radicato nella società dei consumi dell’idea del vuoto (il quadro bianco, a righe bianche). Il vuoto pneumatico delle trasmissioni di Boncompagni, il montaggio alternato di Blob, la scrittura orizzontale di Bret Easton Ellis, il Dito medio di marmo di Cattelan, il pop necrofilo di Lana Del Rey: il vuoto che si fa poetica o resta mera rappresentazione? <em>Intrattenimento</em>, questa è la chiave nella maggior parte dei casi: per fare del buon intrattenimento bisogna essere molto bravi. Per diventare persone migliori, ci saranno di sicuro altre occasioni.</p>
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		<title>Il caso Persico: un mistero italiano risolto da Camilleri</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 12:24:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piera Lombardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[biografia]]></category>
		<category><![CDATA[noir e non solo]]></category>
		<category><![CDATA[skira edizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<em>Dentro il labirinto</em> è l'ultima originale opera dell'infaticabile e prolifico Andrea Camilleri. Stavolta il padre di Montalbano ha scavato nel caso Persico. Edoardo Persico fu uno dei massimi critici dell'architettura razionalista, intellettuale e organizzatore culturale, amico di antifascisti come di fascisti, fu trovato morto nel bagno di casa a soli 35 anni il 1 gennaio del 1936. Un mistero italiano, una storia tutta all'insegna dell'ambiguità, un'identità sfuggente. Fu ucciso da sicari del regime fascista? Si trattò di una tragica fatalità? O l'uomo, cagionevole di salute, si lasciò morire perché perseguitato? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/persico.jpg" rel="lightbox[20297]"><img class="alignleft size-medium wp-image-20302" style="margin: 4px;" title="persico" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/persico-220x266.jpg" alt="" width="220" height="266" /></a>“Ecco, il mio sarà il tentativo di percorrere il labirinto di un enigma, che mi costringerà a formulare ipotesi e supposizioni e a pormi di continuo domande senza risposta, e uscirne infine con l’aiuto dell’unico, possibile filo d’Arianna, vale a dire l’invenzione narrativa”. Quale migliore premessa per inoltrarsi nelle regioni oscure dell’identità individuale come della storia nazionale con il pretesto di raccontare la vicenda di un uomo? Da <em>Dentro il labirinto</em> di Andrea Camilleri (Skira edizioni) affiora l’irrealtà della vita che si tramuta in caso inquietante. E al labirinto del reale corrisponde un labirinto testuale: né una biografia convenzionale né il giallo  che ci si aspetta dal padre di Montalbano. Che Camilleri sia autore prolifico e infaticabile è evidenza ovvia. Non c’è lettore che non abbia trovato rifugio anche occasionale in un suo libro, potendo scapricciarsi nella scelta in una produzione che conta ottanta titoli. Che sia anche curioso di tutto, poliedrico, lui per primo intrigato da storie anomale, marginali, poco note se non ignote, all’incrocio tra generi diversi, storia dell’arte inclusa, e ancor prima intreccio di circostanze esistenziali molteplici; fatti dove la cronaca interseca la grande storia, si capisce a scorgere gli ultimi titoli pubblicati nell’elegante collana Narrativa Skira: prima <em>Il cielo rubato – Dossier Renoir</em>; poi <em>La moneta di Akrgagas</em>, infine questo ultimo, <em>Dentro il labirinto</em> che racconta di Edoardo Persico, nome che a molti forse non dice nulla.</p>
<p><img class="alignright  wp-image-20300" style="margin: 4px;" title="bartolomeo_veneto" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/bartolomeo_veneto-220x237.jpg" alt="" width="220" height="237" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nato nel 1900, napoletano di formazione crociana e cattolica, Persico fu una figura di grande rilievo dell’architettura razionalista; scrittore, critico d’arte, organizzatore di eventi culturali e artistici, artefice di negozi all’avanguardia in una Milano modernissima; intellettuale eclettico ma anche operaio Fiat e poverissimo separato dopo un matrimonio burrascoso che per vivere dava lezioni di catechismo, condirettore della rivista d’architettura ‘Casabella’, amico di Gobetti, Carlo Levi, Felice Casorati, Giò Ponti e di altri bei nomi della pittura e dell’arte italiana. Quest’uomo nella sua breve vita ha lasciato tante tracce che rimandano però sempre a un’identità sfuggente così da contribuire a creare la leggenda di se stesso. L’11 gennaio del 1936 fu trovato morto completamente nudo nel bagno della sua abitazione con la testa incastrata tra il muro e la base del gabinetto; non aveva ancora compiuto 36 anni. Fin da subito, gli stessi amici di Persico si divisero tra chi riteneva si fosse trattato di un tragico malore e chi pensò a un omicidio. Le pose in cui lo ritrassero da morto tre amici pittori stanno lì a insinuare il dubbio. Poi c’è il referto medico in cui sono omesse le ragioni di un fegato trovato spappolato, del collo fratturato, e si parla di miocardite come causa della morte. Più indicativa ancora per Camilleri è la frase scritta sul verbale d’archiviazione della procura: “causa di morte indeterminata”. Emerge il profilo di un uomo ambiguo che poté essere a un tempo antifascista, amico di noti oppositori del regime come di uomini di chiara fede fascista, forse informatore dell’Ovra.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/misterio.jpg" rel="lightbox[20297]"><img class="alignleft  wp-image-20299" style="margin: 4px;" title="misterio" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/misterio-220x270.jpg" alt="" width="220" height="270" /></a>La vicenda resta oscura: può darsi fosse costretto alla maschera dell’ambiguità per proteggersi dalle insidie del regime fascista che non si limitava ai sospetti, ma usava l&#8217;arma della delazione, e poi i controlli, le perquisizioni, gli arresti fino alla persecuzione a morte  di personaggi scomodi come toccò all’amico Gobetti. Fu ucciso allora Persico e da chi? Sicari del fascismo o antifascisti? Fu un malore o semplicemente l’uomo si lasciò morire essendo già cagionevole di salute, dopo aver subito forse maltrattamenti nel corso di interrogatori da parte della polizia politica? Di questi interrogatori però non vi è traccia tanto che “malignamente” il critico Bruno Zevi insinuò che in carcere non vi fosse mai stato e l’unica San Vittore che avesse frequentato era la via dove aveva sede la redazione della rivista Casa bella. Camilleri fa tornare alla ribalta o scoprire per la prima volta il caso Persico per 166 pagine che scorrono  fluenti. “Parafrasando Melville – scrive Camilleri – una sua eventuale biografia potrebbe intitolarsi Persico o dell’ambiguità”. L’esplorazione del labirinto Persico è ad alto tasso di sperimentazione essendo cronaca e invenzione insieme. Si intuisce un enorme lavoro di ricerca e documentazione. Nella prima parte prevale una modalità analitica di circospetta e precisa ricostruzione storica dei fatti, a partire dai dati raccolti.</p>
<p><img class="alignright  wp-image-20301" style="margin: 4px;" title="de-chirico-1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/de-chirico-1-220x234.jpg" alt="" width="220" height="234" /></p>
<p style="text-align: justify;">Arrivato al culmine dell&#8217;intrigo, Camilleri ‘cronachista’ si arrende, depone le armi: “ho percorso tutto il labirinto e mi ci trovo ancora intrappolato dentro. Non mi è stato possibile dare una risposta certa nemmeno a una delle tante domande, perché ogni risposta ipotizzata apriva altri piccoli labirinti che conducevano ognuno ad altre domande”. La realtà spesso non conduce a una verità né a una rivelazione; allora non resta che percorrere l’unica via possibile per uno scrittore: l’invenzione. Così  fa il Camilleri tessitore di trame noir che ci trasporta in una storia di spie e polizia politica pur lasciando aperto il mistero. Se Persico fu informatore della polizia segreta o solo vittima, se pagò per le sue idee sull’architettura, “un’architettura naturaliter antifascista, avversa ai colonnati e agli archi che parevano di cartapesta anche se non lo erano”; se fu un intellettuale scomodo, un genio o un bugiardo &#8220;racconta balle a oltranza&#8221;, resta il mistero della sua identità. Certo è che <em>Profezia dell’architettura</em> (quattro suoi saggi introvabili, ora ripubblicati da Skira) resta un fondamentale lavoro militante. Certo è che Camilleri con la sua prodigiosa mente, investigativa e fantastica insieme, dà alla vicenda uno sbocco romanzesco, forse assai più vero del vero apparente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Titolo: <em>Dentro il labirinto<a href="http://www.atlantidezine.it/il-caso-persico-un-mistero-italiano-risolto-da-camilleri.html/attachment/9788857212289" rel="attachment wp-att-20326"><img class="alignright  wp-image-20326" style="margin: 4px;" title="9788857212289" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/9788857212289.jpg" alt="" width="116" height="154" /></a></em><br />
Autore: Andrea Camilleri<br />
Editore: Skira (collana NarrativaSkira)<br />
Dati: 2012, 160 pp.,  15,00 €</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.webster.it/libri-dentro_labirinto_camilleri_andrea_skira-9788857212289.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it</a></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/il-caso-persico-un-mistero-italiano-risolto-da-camilleri.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Musiche per una fuga &#8211; I dischi di Chromatics, Lower Dens e Beach House</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 15:46:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cataldo Bevilacqua</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[SUBmarinean POP]]></category>
		<category><![CDATA[beach house]]></category>
		<category><![CDATA[chromatics]]></category>
		<category><![CDATA[escapismo]]></category>
		<category><![CDATA[fuga]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
		<category><![CDATA[lower dens]]></category>
		<category><![CDATA[pop]]></category>

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		<description><![CDATA[Fermate il mondo voglio scendere. Quante volte lo avremo detto? Eppure a volta basta una buona canzone per farlo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-20279" style="margin: 4px;" title="bcl4" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/bcl4-220x165.jpg" alt="" width="220" height="165" />Il concetto di evasione è legato in modo stretto alla musica. La capacità che hanno note e parole insieme di creare un mondo altro, diverso da quello della nostra vita di tutti i giorni, il potere che questi due elementi combinati hanno di trasportarti in posti fuori dal tempo è indubbiamente accertato. Anche le altre arti hanno questa capacità, la capacità di astrazione. Non importa dove sei e quando, ciò che leggi, ascolti, vedi, ti proietta in un mondo altro che può più o meno mescolarsi con quello che hai intorno. Ma ci sono musiche più o meno evocative, più o meno evasive così come ci sono libri, film, opere d’arte e chi più ne ha più ne metta con queste caratteristiche. Ecco io oggi vorrei parlarvi di musiche che aiutano a fuggire, a liquidarsi dal contingente per proiettarsi verso un indefinito e magari pacifico altrove. Venite, entriamo nel mondo di Chromatics, Lower Dens e Beach House. E se non siete d’accordo con me, pazienza, siete comunque i benvenuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-20276 alignright" style="margin: 4px;" title="bcl1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/bcl1-220x220.jpg" alt="" width="220" height="220" />Mi contraddico subito: <em>Kill for love </em>(<a href="http://vivaitalians.blogspot.it/" target="_blank">Italians do it better</a>, 2012), il disco della consacrazione dei <a href="http://www.facebook.com/CHROMATICSBAND" target="_blank">Chromatics</a> e dell’<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Italo_disco" target="_blank">Italo disco</a> (in seguito anche al successo di film come <em><a href="http://www.atlantidezine.it/drive-movie-2011-nicolas-winding-refn-ryan-gosling.html" target="_blank">Drive</a></em> e dell’ascesa di Ryan Gosling a eroe del nostro tempo) non ti permette di fuggire più di tanto. In diciassette brani, in cui a canzoni vere e proprie si alternano pezzi strumentali, la band di Portland ci disegna un paesaggio ben definito e concentrato, un notturno metropolitano cupo e sporco, fatto di luci fioche e angoli lerci. Ci immaginiamo al volante di una macchina mentre solchiamo i paesaggi urbani degradati, fatti di edifici sbreccati e giovani radunati in gruppi sparuti agli angoli delle strade. La sensazione di solitudine è forte, non sembra ci sia spazio per la compagnia, e tutto questo insieme di prove sinestetiche abbraccia interamente la composizione (più un concept che una raccolta di canzoni) fin dal primo pezzo, la magnifica cover in chiave claustrofobica di <em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=QeH8s_RAuTI&amp;ob=av2n" target="_blank">Hey Hey, My My</a> (Into The Black)</em> di Neil Young (qui ribattezzata  programmaticamente soltanto <em>Into The Black</em>) passando per il singolone <em>Kill For Love</em>, l’oscura <em>Lady</em> e la dilatata <em>These Streets Will Never Look The Same</em>, il cui tema sembra la sigla di Supercar corrosa dalla ruggine. I pezzi strumentali come <em>Broken Mirrors</em> o <em>The Eleventh Hour</em> sono inseriti a mo’di pausa all’interno del racconto e accrescono, come dire, la scenografia: ecco la struggente <em>Dust to Dust</em> per esempio, o l’onirica <em>There’s A Light On The Horizon</em>. Non c’è tempo e spazio per poter raccontare ogni singolo pezzo anche se si dovrebbe perché questo disco, lungo come una notte insonne, vale ogni singolo secondo d’ascolto, e va fruito nella sua interezza continuativa, senza pause, per entrare a piedi uniti nel noir metropolitano scritto per noi dai Chromatics. Buon viaggio.</p>
<p><object width="100%" height="81" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F41262720" /><embed width="100%" height="81" type="application/x-shockwave-flash" src="https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F41262720" allowscriptaccess="always" /> </object> <span><a href="http://soundcloud.com/johnnyjewel/chromatics-kill-for-love-album">CHROMATICS / KILL FOR LOVE (Complete Album)</a> by <a href="http://soundcloud.com/johnnyjewel">JOHNNY JEWEL</a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-20277" style="margin: 4px;" title="bcl2" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/bcl2-220x201.jpg" alt="" width="220" height="201" />Facciamo un passo un po’ più in là e iniziamo ad allontanarci dalla staccionata che divide il mondo reale, da quello onirico. A darci una mano questa volta intervengono i <a href="http://lowerdens.com/" target="_blank">Lower Dens</a> con il loro secondo avvolgente disco, <em>Nootropics</em> (<a href="http://www.ribbonmusic.com/label/" target="_blank">Ribbon Music</a>, 2012). Li avevamo lasciati che ancora schitarravano (<em>Twin Hand Movement</em>, <a href="http://www.gnomonsong.com/" target="_blank">Gnomosong</a> 2010) e ora invece li troviamo tutti assorti negli intrecci di sintetizzatori e tastiere, a comporre, diciamo così, il loro disco “berlinese”. A fare da collante la magnifica voce di Jana Hunter il cui timbro caldo e avvolgente proietta le composizioni su un livello, come già anticipato, altro rispetto a quello concreto fatto di umori e carne. Si parte con <em>Alphabet Song</em>, soffice ballad crepuscolare, per poi cambiare subito ritmo con la doppietta di <em>Brains</em> e <em>Stem</em>, i brani più movimentati del disco: il primo incalzante nel suo crescendo; il secondo invece una sorta di reprise strumentale del primo in toni più morbidi. Le atmosfere oniriche riprendono immediatamente dopo, con <em>Propagation</em>, che apre l’album alla sua vera essenza: i suoni si fanno più dilatati, i cantati si allungano, le atmosfere più chiuse. Ed ecco dunque <em>Lamb</em>, <em>Candy</em> e le eteree <em>Lion In Winter Pt 1</em> e <em>Lion In Winter Pt 2</em>, più concentrata, quest’ultima su suoni dream pop, fino ad arrivare alla lunghissima <em>In The End Is The Begininnig</em> nella quale perdersi è un gioco da ragazzi.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="166" scrolling="no" src="http://w.soundcloud.com/player/?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F40040720&amp;show_artwork=true" width="100%"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-20278 alignright" style="margin: 4px;" title="bcl3" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/bcl3-220x220.jpg" alt="" width="220" height="220" />Escapismo è la parola perfetta invece per descrivere l’universo dei <a href="http://www.beachhousebaltimore.com/" target="_blank">Beach House</a>. Chi scrive aspettava questo album da quando aveva finito di consumare la sua copia di <em>Teen Dream</em> (<a href="http://www.subpop.com/" target="_blank">Subpop</a>, 2010), capolavoro della band di Baltimora di qualche anno fa. La presenza scenica di Victoria Legrand, la sua voce, le sue melodie, e gli abili intrecci chitarristici di Alex Scally avevano trasportato me e altre migliaia (non esagero, vero?) di ascoltatori in una dimensione parallela, struggente e languida come solo la gioventù sa essere. E questo <em>Bloom</em> (SubPop, 2012) non tradisce le aspettative nonostante la band non riesca ad andare più in là come ci si sarebbe aspettato, preferendo consolidare un suono piuttosto che battere nuove strade. L’attacco è da sincope: <em>Myth</em>, il primo singolo estratto, ci riporta esattamente dove eravamo due anni fa. La canzone è sontuosa, evocativa, la voce di Victoria è come sempre mistica, quasi da sacerdotessa e il mix di songwriting europeo e d’oltreoceano che il pezzo presenta è come al solito perfetto. <em>Wild</em> ci riporta su dimensioni più umane mentre <em>Lazuli</em> con il suo intro <em>à la</em> <a href="http://pointnever.com/" target="_blank">Oneothrix Point Never</a> rialza nuovamente il tiro. Ma è la seconda parte del disco che lo rende, a mio avviso, grande. Dall’ariosa <em>The Hours</em> all’oscura <em>Troublemaker</em>; dalla cangiante <em>New Year</em> alla soffice <em>Whishes</em>. Per poi arrivare alla chiusa, perfetta grazie a <em>On the Sea</em>, la mia canzone preferita, struggente e malinconicamente speranzosa, dall’andamento ondulatorio, capace di cullarti come solo i flutti del mare sanno fare, un inno alla fuga, al lasciarsi tutto alle spalle per poi finire al largo, dove finalmente saremo perdonati; e a <em>Irene</em> che invece i marosi li addomestica e restituisce il trambusto di sentimenti appena passati ad una pacifica stasi, un’agognata tranquillità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce l’hai fatta dunque, sei riuscito a scendere, ora ti trovi altrove e puoi dire di stare quasi bene, di essere a posto. E sono bastate giusto un paio di buone canzoni. A volte basta poco.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/FuvWc3ToDHg" width="420"></iframe></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/musiche-per-una-fuga-i-dischi-di-chromatics-lower-dens-e-beach-house.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Vittorio Giacopini e B. Traven: l&#8217;inganno del mistero</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 10:59:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Pantarotto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[persone]]></category>
		<category><![CDATA[Fandango]]></category>

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		<description><![CDATA["La cosa importante di uno scrittore sono i suoi libri, non la sua vita". Parole di B. Traven, scrittore-fantasma maestro di una generazione di reclusi – da Salinger a Pynchon –, di cui non sappiamo nulla di certo, nemmeno il significato di quella B. Ne <em>L'arte dell'inganno</em> (Fandango 2011), Vittorio Giacopini prova a penetrare il "mistero Traven". Il risultato? Una macchietta noir ipersatura fatta di parole e la sensazione dell'ennesimo testamento tradito.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.atlantidezine.it/vittorio-giacopini-e-b-traven-larte-dellinganno.html/traven" rel="attachment wp-att-20262"><img class="alignleft  wp-image-20262" style="margin: 4px" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/traven.jpg" alt="" width="405" height="282" /></a><span style="font-size: x-small">&#8220;La cosa importante di uno scrittore sono i suoi libri, non la sua vita&#8221;. Parole di B. Traven, scrittore-fantasma maestro di una generazione di reclusi – da Salinger a Pynchon –, di cui non sappiamo nulla di certo, nemmeno il significato di quella B. Ne <em>L&#8217;arte dell&#8217;inganno</em> (Fandango 2011), Vittorio Giacopini prova a penetrare il &#8220;mistero Traven&#8221;. Il risultato? Una macchietta noir ipersatura fatta di parole e la sensazione dell&#8217;ennesimo testamento tradito.</span></p>
<p style="text-align: justify">B. Traven – qualunque sia il significato di quella B. – è un nome che oggi nessuno più ha a portata di mano sugli scaffali della propria biblioteca: eppure, tra gli anni Trenta e i Sessanta del secolo scorso, a quel nome (e a molti altri) rispondeva uno dei più grandi casi letterari del Novecento. Autore di romanzi tradotti e diffusi nelle principali lingue del mondo (da uno di essi John Huston trasse un film con Humphrey Bogart), di Traven non si conosce nulla di certo se non, per ironia, la data della morte, avvenuta il 26 marzo del 1969 a Città del Messico. Là, tra indios, foreste, ribelli e puttane Traven aveva deciso di seppellirsi almeno quarant&#8217;anni prima, sbattendo la porta in faccia al mondo e chiudendola per sempre a chiave alle proprie spalle. Che a farsi conoscere fossero i suoi libri, non la sua faccia.</p>
<p style="text-align: justify">Fu il pioniere del rifiuto di sé. Personalità immateriali come Salinger, Pynchon, Pessoa, con la loro individualità rinnegata e il riquadro vuoto con cui decisero di sostituire la propria concreta esistenza, proprio in lui hanno trovato un maestro di ineguagliabili e quasi soprannaturali capacità di autoannullamento, trasformismo ed evanescenza. Editore, a Monaco di Baviera, della rivista anarchica <em>Der Ziegelbrenner</em>, attore di cabaret satirico-politico, forse marinaio, certamente esule, esploratore, interprete e, su tutto, scrittore. Negli anni alcuni videro in lui persino Jack London redivivo, o Esperanza Lopez Mateos, traduttrice, agente letteraria e sorella del presidente messicano Adolfo. Una maestria nel confondere le acque, costruire sempre nuove finzioni intorno a sé (a tutti quei molteplici sé), che quasi sconfina nell&#8217;arte: un&#8217;arte, a sua volta, parallela e inesorabilmente contigua a quella di creatore di finzioni letterarie. Ad ogni nuova manovra intesa a scassinare il segreto della sua esistenza, Traven risponde come un&#8217;Idra, facendosi crescere una nuova identità. L&#8217;<a href="http://socialarchive.iath.virginia.edu/xtf/view?docId=traven-b-cr.xml##" target="_blank">elenco dei nomi</a> di cui si serve per depistare i giornalisti sembra il curriculum di un agente segreto: Ret Marut e Hal Croves prima di tutti, ma anche Otto Feige, Anton Raderscheidt, Jacob Torice, Traven Torsvan, Bruno Traven&#8230; Senza contare le infinite variazioni su ognuno (Red, Rex o Fred Marut, per dirne uno).</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.atlantidezine.it/vittorio-giacopini-e-b-traven-larte-dellinganno.html/venus_rising_from_the_sea_-_a_deception-large" rel="attachment wp-att-20263"><img class="alignright  wp-image-20263" style="margin: 4px" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/venus_rising_from_the_sea_-_a_deception-large-875x1024.jpg" alt="venus rising from the sea - a deception" width="347" height="405" /></a>Protetto dal mantello delle sue infinite falsificazioni, per tutta la vita Traven riesce a sottrarsi all&#8217;invadenza di pubblico e giornalisti che non si accontentano di leggerlo, ma ambiscono a trascinarlo al centro di quell&#8217;arena (oggi la definiremmo mediatica) a cui lui ha deciso di dire no. Del resto, perché il pubblico dovrebbe interessarsi più a vivisezionare il privato di uno scrittore che non a comprenderne la produzione letteraria? In Messico Traven – come già, con altri mezzi, Marut a Monaco – aveva deciso di raccontare con asprezza, senza concessioni retoriche l&#8217;esistenza degli oppressi, dei proletari, di chi si ribellava per migliorare le proprie condizioni di vita contro lo schiacciante predominio del sistema. Su di loro voleva che il mondo aprisse gli occhi; per tutta risposta, il mondo voleva invece sapere di lui. &#8220;Non c&#8217;è nessun mistero in Traven&#8221; – <a href="http://www.thefreelibrary.com/Who+was+B.+Traven%3F-a0215711835" target="_blank">dichiarò lo scrittore</a> al giornalista Luis Suarez – &#8220;Dozzine di giornalisti tedeschi hanno costruito le loro carriere intorno all&#8217;uomo del mistero, al mistero di Traven. Sono loro gli unici ad aver creato il mistero, lasciando che esso nutrisse le loro carriere giornalistiche. Io non contribuirò mai né ad accrescerlo né a diminuirlo, questo mistero. La cosa importante riguardo a uno scrittore sono i suoi libri, non la sua vita&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">A penetrare questo repulsivo schermo di nebbia e simulazione ci prova Vittorio Giacopini con <em>L&#8217;arte dell&#8217;inganno</em>: ricostruzione – per quanto possibile – della biografia di Traven sulla base degli scarsi dati disponibili, ma soprattutto indagine sullo spazio mentale di uno scrittore in fuga dal mondo e da se stesso, lungo la strada di battaglie, ideologie e disillusioni che dalla Monaco rivoluzionaria di Ret Marut conduce alla Città del Messico dei ribelli e di Hal Croves. Per uno che già aveva affrontato di petto la storia di un altro &#8220;latitante dell&#8217;esistenza&#8221;, lo scacchista Bobby Fischer, la sfida si presentava senz&#8217;altro affascinante, difficile, certo, ma ricca e suggestiva. Il risultato però delude. Ripercorrendo la ridda di identità di cui già si era fornito Traven, Giacopini – miscelando e rimodulando materiali e indizi – finisce per plasmarne un&#8217;ennesima, che vorrebbe comprenderle tutte in un&#8217;unica visione sintetica, ma che riesce invece soltanto a porsi come una sorta di macchietta dell&#8217;esule dannato con la faccia di Humphrey Bogart e i trucchi illusionistici di Houdini.</p>
<p style="text-align: justify">Il tutto condito da una scrittura da racconto noir-hard boiled, intessuta e sorretta da un carosello a volte frastornante, più spesso cantilenante di aggettivi (tantissimi, interminabili aggettivi), frasi nominali, brevi e sincopate, dal ritmo spezzato e teso, ammiccante, affettatamente enigmatico. Ma se avessimo voluto Marlowe, avremmo letto Chandler. Giacopini fa a braccio di ferro con il suo protagonista per fargli indossare, in mancanza di un volto concreto, una sorta di maschera di scena fatta – si ha l&#8217;impressione – non di ipotesi (che è inevitabile), ma di parole. E quando lo stile di una narrazione rischia di predominare sulla storia del protagonista, allora l&#8217;obiettivo è mancato. Anche quando il racconto non si propone di essere un saggio, ma una miscela di &#8220;immaginazione e ricostruzione storica, arbitraria&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify"><em>L&#8217;arte dell&#8217;inganno</em> finisce insomma per ingannare soprattutto B. Traven: e gli assesta il colpo di grazia, a tradimento, proprio in ciò a cui lo scrittore più teneva, la diffusione delle sue opere. Nel cantuccio riparato dell&#8217;Appendice, Giacopini liquida la conoscenza dei romanzi di Traven come non essenziale per leggere il proprio; tanto più che si tratta di &#8220;libri introvabili, comunque piuttosto difficili da reperire&#8221;. In realtà basta fare un giro su eBay, o su qualunque motore di ricerca specializzato in antiquariato librario, per trovarli quasi tutti, anche nelle prime edizioni Longanesi, a cifre che vanno dai due ai dieci euro. Perciò, fate un favore a Traven: lasciate perdere la sua vita e leggete i suoi romanzi. Almeno <em>La nave morta</em> e <em>Il tesoro della Sierra Madre</em>. Non è quello che avrebbe voluto lui?</p>
<p style="text-align: right"><a href="http://www.atlantidezine.it/vittorio-giacopini-e-b-traven-larte-dellinganno.html/attachment/9788860441911" rel="attachment wp-att-20264"><img class="alignright size-full wp-image-20264" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/9788860441911.jpg" alt="" width="160" height="240" /></a>Titolo:<em> L&#8217;arte dell&#8217;inganno</em><br />
Autore: Vittorio Giacopini<br />
Editore: Fandango<br />
Dati: 2011, pp. 281, € 16,00</p>
<p style="text-align: right"><a href="http://www.webster.it/libri-arte_inganno_giacopini_vittorio_fandango-9788860441911.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it</a></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/vittorio-giacopini-e-b-traven-larte-dellinganno.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Diaz: non sempre le Forze tendono all’Ordine</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 09:51:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Mirarchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[diaz]]></category>
		<category><![CDATA[genova 2001]]></category>
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		<description><![CDATA[Diaz – Don’t clean up this blood, di Daniele Vicari, prende di petto «La più grave violazione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale», secondo Amnesty International. In Italia, a Genova, la notte del 21 luglio 2001. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-20237 alignleft" title="Diaz_cover" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/Diaz_cover-220x314.jpg" alt="" width="220" height="314" />Vi chiedo di spiegarmi soltanto una cosa, è davvero così bello il mondo che abitate? No, perché magari fate parte dell’1%, di quella ristretta cerchia che detiene il 38% della ricchezza del mondo. Oppure forse vi siete bevuti la favola che il libero mercato si autoregola e che il welfare sociale è da riservare solo alle banche cadute in disgrazia. E sono quindi necessari nuovi sacrifici per permettere alle suddette banche di fottervi un’altra volta. Punti di vista. In ogni caso quello della polizia è chiaro. La polizia è il braccio armato del potere politico vigente, qualunque esso sia. Il nome composto rende meglio l’idea: Forze – predisposte dunque, ove fosse il caso,  all’azione violenta – dell’Ordine – atte a garantire la difesa della disciplina sociale che consente alla classe dominante di perpetuare i propri privilegi. Nella pratica, la tutela dell’ordine e la repressione dei reati previsti dal codice penale garantisce che i reati <em>d’alto bordo</em> (nella gestione dei soldi pubblici, nella finanza come nei rapporti transnazionali), possano essere commessi senza eccessivi scompensi per la società civile. Siete proprio sicuri che sia così bello il mondo che abitate?</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-20241 alignright" style="margin: 4px;" title="diaz5-claudio-santamaria-insieme-ai-colleghi-poliziotti-in-una-scena-del-fi-236100" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/diaz5-claudio-santamaria-insieme-ai-colleghi-poliziotti-in-una-scena-del-fi-236100-220x111.jpg" alt="" width="220" height="111" />«Far amare agli schiavi la loro schiavitù: ecco qual è il compito ora assegnato negli Stati totalitari ai ministri della propaganda, ai caporedattori dei giornali e ai maestri di scuola»: le fosche previsioni di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Aldous_Huxley" target="_blank">Aldous Huxley</a>, nella prefazione a <em>Brave New World</em> (1932), non avevano immaginato la variante linguistica contemporanea: non c’è alcun bisogno di scomodare gli stati totalitari, possiamo chiamarla benissimo Democrazia. In Italia, fino alla riforma elettorale del giurista padano Calderoli, nel 2005, gli elettori avevano se non altro la libertà di scegliere chi li avrebbe governati. Con le attuali liste bloccate, al limite, possono ancora scegliere chi è stato nominato, su indicazione dei capipartito, per rappresentarli in Parlamento. Eravamo in democrazia – così almeno ci hanno rassicurato le istituzioni – anche la notte del 21 luglio 2001 a Genova (il G8 si era ormai concluso) all’interno della scuola Diaz, quando gli agenti del nucleo antisommossa fecero irruzione e si scagliarono contro gli attivisti del Genoa Social Forum, che avevano solo la colpa di essersi raccolti lì per passare la notte. Uscirono dalla scuola in manette o in barella, destinati all’ulteriore supplizio della caserma di Bolzaneto, dove la violenza fisica e psicologica fu esercitata a freddo, senza nemmeno l’impeto dello scontro come movente. Tali pratiche non furono in seguito riassunte sotto il nome di tortura nelle sedi processuali: il codice penale italiano, ad oggi, non prevede questo reato. Si trattò solo di un brutto sogno? La mattina dopo, le macchie di sangue sul pavimento, sui termosifoni e sulle pareti dicevano che era tutto vero. Qualcuno scrisse sopra un cartellone <em>Don’t clean up this blood </em>(Non lavate questo sangue).</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft size-medium wp-image-20238" style="margin: 4px;" title="Diaz2" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/Diaz2-220x146.jpg" alt="" width="220" height="146" />Diaz</em>, di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Daniele_Vicari" target="_blank">Daniele Vicari</a>,<em> </em>è un action movie condensato nello spazio di circa dieci ore. O meglio, la percezione temporale è tutta schiacciata sull’assalto alla scuola e sul secondo round a Bolzaneto; la violenza, e la sua rappresentazione, sono il fulcro del film; la violenza, libero sfogo di bassi impulsi su ragazzi inermi, è la molla che spinge a realizzare <em>Diaz</em>; la violenza, per certi versi, prende in ostaggio il film e non gli permette di respirare, dato che manca una struttura narrativa solida e i personaggi, seppure tutti ricalcati su figure reali, non assurgono mai al ruolo di protagonisti, risentendo dell’atomizzazione della storia che si rifrange tra i suoi diversi interpreti e non dà modo al pubblico di affezionarsi davvero a nessuno. Risultato che consente, ad ogni modo, di rendere le sequenze cruente più sopportabili. Perché anche gli spettatori, loro malgrado, sono presi in ostaggio, e avanzano in equilibrio sul margine oltre il quale ci si sente voyeur; gli spettatori sanno quel che dovrà succedere, conoscono i fatti, attendono lo sciogliersi del dramma sospesi tra il timore di guardare e la paura di ritrarsi, di rifugiarsi nell’idea che sia stato tutto soltanto un film. Rumore bianco e un’esplosione, questo è <em>Diaz</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-20239" style="margin: 4px;" title="Diaz3" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/Diaz3-220x123.jpg" alt="" width="220" height="123" />Ora immaginate di avere per le mani un manganello (uno; non al plurale come i capi della polizia). Fendete l’aria con questo bastone e sbizzarritevi con la fantasia: per quali fini pacifici potrebbe essere destinato? Allora? Cos’è quella faccia perplessa? Il fior fiore delle missioni di pace è sempre stato fatto con armi ben più deleterie. Un manganello, del resto, che cosa può provocare, un trauma cranico? Qualche ematoma? Di sicuro dopo si calmano. E quanta pace si respira nei cimiteri! Ma ora non divaghiamo, entriamo piuttosto sotto l’elmetto altrui: <em>– Respira. Sei nei corpi speciali, quei no global figli di papà hanno assediato Genova per tre giorni, e pazienza se quasi tutti volevano solo manifestare, adesso i Capi hanno dato l’ok, possiamo dargli una lezione, possiamo fargli capire l’aria che tira in Italia nel 2001. Respira. Sei nei corpi speciali, tu e gli altri, legati assieme, pronti ad entrare in una scuola piena di ragazzi, per la maggior parte  stranieri – che fai, non lo usi quel manganello!?</em> “Perché i Capi hanno dato l’ok”: è necessario tenerne conto. Non vogliamo certo dire che i poliziotti siano burattini nelle mani dei superiori, dato che il richiamo del sangue, l’aggressività e il gusto del pestaggio sono innati nell’uomo da ben prima che si indossasse una divisa per giustificarli, non sarebbe giusto fare di tutta l&#8217;erba un fascio (soprattutto parlando della polizia). Né possiamo dimenticare i servigi resi dalle forze dell’ordine al Paese, o le oggettive difficoltà in cui si trovano ad operare in seguito ai tagli imposti dal governo (la vita difficile degli agenti antisommossa è stata rappresentata di recente in <em><a href="http://www.mymovies.it/film/2011/acab/" target="_blank">ACAB</a> – All Cops Are Bastards</em>, di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Sollima" target="_blank">Stefano Sollima</a>). Mentre Genova bruciava, protetti nella Zona rossa, i Grandi della terra discettavano sui destini globali tra una tartina al salmone e un bicchiere di Chardonnay, intrattenuti dal padrone di casa, Silvio Berlusconi, da poco rieletto primo ministro, che occultava le falle organizzative del G8 dietro il proverbiale sorriso. Proprio quando, per contro, il suo vice di allora, Gianfranco Fini – che nel 2001 non aveva ancora rinnegato i padri – si aggirava nella sala operativa della Questura di Genova e il ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli, che aveva trascorso quella notte a Bolzaneto, dichiarava convinto di non aver assistito a nessuna violenza. Non sarà mica vero quello che fino all’ultimo ha sostenuto Giorgio Bocca, che il fascismo sia un tratto congenito della maggioranza degli italiani?</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-20240 alignleft" style="margin: 4px;" title="Diaz4" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/Diaz4-220x111.jpg" alt="" width="220" height="111" />Il contesto politico e le ragioni dei no global (la denuncia della crisi mondiale che il neoliberismo avrebbe acutizzato dieci anni dopo), rimangono sullo sfondo del plot senza essere approfondite: come abbiamo scritto sopra, infatti, <em>Diaz </em>è prima di tutto un film d’azione. Ma è un film d’azione politico, la sceneggiatura è costruita sulle carte processuali e i suoi padri ispiratori sono i registi impegnati degli anni ’60–’70, come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Rosi" target="_blank">Francesco Rosi</a> ed <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Elio_Petri" target="_blank">Elio Petri</a>. Non solo. <em>Diaz</em> è un film vivo, nervoso, che ricorda il <em>cinéma vérité</em> nell’ibridazione dei materiali impiegati (sequenze di repertorio sugli scontri, inserti amatoriali dei testimoni e set ricostruiti in studio), nella fotografia sgranata di Gherardo Gossi e nel frequente ricorso alla macchina a mano (con un approccio che rimanda a <em><a href="http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=33931" target="_blank">Bloody Sunday</a></em> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Greengrass" target="_blank">Paul Greengrass</a>). A questo riguardo, bisogna rimarcare  il forte scarto che separa il film di Vicari da <em><a href="http://www.mymovies.it/film/2012/romanzodiunastrage/" target="_blank">Romanzo di una strage</a> </em>di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Tullio_Giordana" target="_blank">Marco Tullio Giordana</a>, uscito quasi in contemporanea, che nell’occuparsi dell’attentato di Piazza Fontana ha la stessa verve di un museo delle cere animato al suono di un carillon. <em>Diaz</em> è un film corale, Genova è spesso ripresa dall’alto e lo sguardo del regista si posa ora sulle forze dell’ordine (individuate come corpo, salvo che nel personaggio interpretato da Claudio Santamaria, unico agente attraversato dal dubbio), ora sui destini singoli di alcuni manifestanti, legati fra loro dal sangue che fu versato quella notte. C’era chi non si trovava alla Diaz per puro caso, e mentre dentro proseguiva il macello stava ballando intorno al fuoco con amici occasionali, come se fosse stata soltanto un’altra notte d’inizio estate. Questa pluralità di esperienze, per altro, è una prerogativa che può adattarsi al film stesso in relazione alla cinematografia italiana contemporanea. Forse non ci sono solo <em><a href="http://www.mymovies.it/film/2010/maschicontrofemmine/" target="_blank">Maschi contro femmine</a></em>,<em> <a href="http://www.mymovies.it/film/2012/benvenutialnord/" target="_blank">Benvenuti al Nord</a></em>,<em> <a href="http://www.mymovies.it/film/2011/immaturi/" target="_blank">Immaturi </a></em>e<em> <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vacanze_di_Natale_(film_1983)" target="_blank">Vacanze di Natale</a> </em>assortite, forse è ancora possibile raccontare il presente senza passare attraverso le maglie della commedia sentimentale populista, innocua e lieve e senza tempo: proprio quel genere che risulterebbe gradito sotto un regime totalitario. <em>Diaz </em>merita di essere visto anche solo per questo. Le altre ragioni, per lo spettatore e per il cittadino, dovrebbero ormai a questo punto essere chiare. Buona visione.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/KVysTs75mBI" width="560"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-20242" title="Rimando Homepage" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/Rimando-Homepage-220x133.jpg" alt="" width="220" height="133" /></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/diaz-daniele-vicari-film.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Amore e duelli nel crepuscolo di pianeti lontani</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 09:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Bellone</dc:creator>
				<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Gargoyle]]></category>
		<category><![CDATA[George R R Martin]]></category>

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		<description><![CDATA[Torna in libreria, a diciotto anni di distanza dall’ultima edizione italiana, il primo romanzo di un autore che non ha bisogno di presentazioni: George R. R. Martin. Un’ambientazione fantascientifica con venature western, per un’avvincente storia di duelli, onore, amore e morte.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 4px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-9psXP6eGHTY/Th0bqX-VAoI/AAAAAAAAAZ8/fFbsH3XvAMo/s1600/smGeorge%2BRR%2BMartin%2B-%2Bcredit%2BKarolina%2BWebb.jpg" alt="" width="211" height="315" />Uscito nel 1979 con Armenia e nel 1994 con Fanucci con il titolo <em>La luce morente</em>, <em>Dying of the light</em> (1977) è il primo romanzo pubblicato da George Martin. La casa editrice Gargoyle lo ripropone adesso, cambiandone il titolo in un discutibile <em>In fondo al buio</em>. Chiaramente si cerca di cavalcare l’onda del successo dell’autore di Bayonne, che proprio in questi giorni si gode la messa in onda della seconda stagione della serie tratta dal suo capolavoro, <em>Le Cronache del ghiaccio e del fuoco</em>. Intento più che comprensibile, se non fosse che la presenza di occasionali refusi e di alcune sviste traduttive sembrano suggerire una certa fretta nella preparazione di questo libro.</p>
<p style="text-align: justify;">Dirk t’Larien riceve un messaggio da Gwen. Un tempo si amavano, poi lei lo ha lasciato. Ora, però, gli chiede di raggiungerla su Worlorn, un pianeta vagabondo ai confini dello spazio, e Dirk lo fa, spinto da sentimenti non ancora sopiti. Verrà così a conoscenza del nuovo compagno di lei, Jaan, proveniente da un altro pianeta – Alto Kavalan – e seguito dal fido Garse. Soprattutto, Dirk si scontrerà con la cultura di questi due uomini, una cultura rigida e marziale incentrata sul concetto di clan, sulla lealtà fra compagni e sulla sottomissione della donna. Rivalità affettive e scontro culturale, ce n’è abbastanza per dar fuoco alle polveri del dramma. Siccome abbiamo a che fare con Martin, poi, le cose si complicano ulteriormente; i personaggi sono tutti ricchi di sfaccettature e di motivazioni contrastanti, irrequieti, sempre in cerca di qualcosa che non riescono ad avere, che si tratti di amore, rispetto, lealtà, cambiamento. Tutto ciò dà vita a un intreccio di relazioni in continuo cambiamento col quale Martin gioca molto, allontanando e riavvicinando i personaggi, creando crisi che sembrano alleviarsi, mantenendo un costante stato di tensione che vibra per tutto il libro, fino all’ultima pagina. Impossibile non vedere, in questo, i semi di ciò che l’autore svilupperà anni più tardi e su una scala più vasta con <em>Le Cronache del ghiaccio e del fuoco</em>. In questo scenario, l’atmosfera del pianeta ha un ruolo importante: dominato da una gigante rossa chiamata Grasso Satana e dalle sei stelle minori che vi orbitano attorno, Worlorn è un pianeta morente, abbandonato da gran parte dei suoi abitanti, destinato al freddo e all’oblio. Questa malinconia ambientale, la solitudine e il senso di tragedia che gravano su tutti i personaggi, i temi del duello e della caccia non possono non richiamare i toni del western crepuscolare, che Martin riesce a combinare con maestria con l’atmosfera fantascientifica. Dove il meccanismo rischia di incepparsi è quando l’autore infarcisce i dialoghi di informazioni sull’ambientazione da lui creata, non senza un certo autocompiacimento. Se da un lato ciò è necessario per entrare nelle logiche che governano le azioni di Jaan e Garse, dall’altro l’eccesso di infodump talvolta soffoca il ritmo dei dialoghi e in alcuni casi genera un vago senso di confusione.<br />
Nonostante certi difetti, però, In fondo il buio è senza dubbio un romanzo interessante, vuoi per la storia avvincente, vuoi per l’introspezione psicologica credibile e drammatica, vuoi per l’approccio crepuscolare alla fantascienza, vuoi per la forza dei personaggi e delle loro motivazioni, vuoi per l’interessante invenzione della società di Alto Kavalan. Un Martin grezzo ma già talentuoso, che vale sicuramente la pena conoscere.</p>
<p style="text-align: right;">Titolo: <em>In fondo il buio</em><img class="alignright" style="margin: 4px;" src="http://cdn.blogosfere.it/imagoromae/images/IN_FONDO_IL_BUIO.jpeg" alt="" width="122" height="175" /><br />
Autore: George R. R. Martin<br />
Editore: Gargoyle<br />
Dati: 2012, pp.364, euro 16,90<br />
<a href="http://www.webster.it/libri-fondo_buio_martin_george_gargoyle-9788889541678.htm">Acquistalo su Webster.it</a></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/amore-e-duelli-nel-crepuscolo-di-pianeti-lontani.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il viaggio di Miss Timothy: la risposta ovina alla ricerca di sé</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Apr 2012 07:26:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Ferraro</dc:creator>
				<category><![CDATA[bambini e ragazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[albi illustrati]]></category>
		<category><![CDATA[libri per crescere]]></category>
		<category><![CDATA[libri per ridere]]></category>
		<category><![CDATA[Topipittori]]></category>

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		<description><![CDATA[Me lo diceva sempre anche mia nonna che quando ci si sente stressati, un po&#8217; schiacciati dagli eventi, smarriti, uguali a sé stessi, insomma, che quando ci si sente un po&#8217; tristi, la prima cosa che esplicita questo grigiore interiore sono i capelli. Diventano secchi, con le doppie punte, opachi. Dico che me lo diceva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://atlantidekids.files.wordpress.com/2012/04/il-viaggio-di-miss-timothy-2.png" rel="lightbox[20218]"><img class=" wp-image-755 alignnone" style="margin: 4px;" title="il viaggio di Miss Timothy - Valerio Vidali" src="http://atlantidekids.files.wordpress.com/2012/04/il-viaggio-di-miss-timothy-2.png" alt="il viaggio di Miss Timothy - Valerio Vidali" width="288" height="188" /></a><a href="http://atlantidekids.files.wordpress.com/2012/04/il-viaggio-di-miss-timothy-4.png" rel="lightbox[20218]"><img class="wp-image-752 alignnone" style="margin: 4px;" title="il viaggio di Miss Timothy - Valerio Vidali" src="http://atlantidekids.files.wordpress.com/2012/04/il-viaggio-di-miss-timothy-4.png" alt="il viaggio di Miss Timothy - Valerio Vidali" width="286" height="186" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Me lo diceva sempre anche mia nonna che quando ci si sente stressati, un po&#8217; schiacciati dagli eventi, smarriti, uguali a sé stessi, insomma, che quando ci si sente un po&#8217; tristi, la prima cosa che esplicita questo grigiore interiore sono i capelli. Diventano secchi, con le doppie punte, opachi. Dico che me lo diceva “anche” mia nonna, perché è teoria che sostiene vivamente anche Mr. George, sebbene lui la applichi alle sue pecore, a Miss Timothy, e sebbene non si tratti di capelli ma di lana. E sulla lana gli effetti del perdere sé stessi sono ancora più catastrofici giacché diventa grigia, piena di nodi, affatto soffice. E per un allevatore dal cuore di nonna è cosa assolutamente sconveniente.</p>
<p><img class="wp-image-754 alignright" style="margin: 4px;" title="il viaggio di Miss Timothy - Valerio Vidali" src="http://atlantidekids.files.wordpress.com/2012/04/il-viaggio-di-miss-timothy-5.jpg" alt="il viaggio di Miss Timothy - Valerio Vidali" width="385" height="251" /></p>
<p style="text-align: justify;">Perciò Mr. George, che teneva alle sue pecore, che teneva particolarmente a Miss Timothy, un pomeriggio disse: “Non la riconosco più. Lei non è più lei! La sua lana è piena di nodi e oltretutto grigi. E se lei non è più lei, bisogna che ritrovi se stessa. Miss Timothy, la informo che domani partirà alla ricerca di sé”.</p>
<p style="text-align: justify;">Facile a dirsi per un uomo affascinante come Mr. George, prendere e partire alla ricerca di sé. Ma per una pecora, peraltro un po&#8217; smarrita, la questione è oltremodo complessa e delicata. Essendo però pecora per quanto non più se stessa, Miss Timothy ubbidisce a Mr. George e si organizza, si rassegna velocemente all&#8217;idea e parte.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;"><br />
Per non farmi trarre in inganno (da me stessa) sono solita non leggere i nomi degli autori nel momento in cui sfoglio un libro. Anche le copertine e le quarte sono destinate a un&#8217;osservazione che è sempre successiva alla lettura. Questo perché nutro un&#8217;antipatia intestina per le quarte di copertina, per colpa di editori furbetti che si divertono a giocare con i lettori entusiasti, e perché scoprendo i nomi degli autori subito sono portata a creare delle aspettative che giocoforza inficiano la mia lettura. Strano a dirsi ma questa mia abitudine stramba gioca spesso a mio favore e a favore dei libri che leggo. </span></p>
<p><img class="wp-image-753 alignleft" style="margin: 4px;" title="il viaggio di Miss Timothy - Valerio Vidali" src="http://atlantidekids.files.wordpress.com/2012/04/il-viaggio-di-miss-timothy-6.jpg" alt="il viaggio di Miss Timothy - Valerio Vidali" width="428" height="279" /></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;">E questo è un caso eclatante perché leggendo di Miss Timothy, dello Yorkshire, di Mr. George e del suo aplomb inglese, guardando (e contando) le finestrelle dell&#8217;autobus rosso a più piani che inizia le pecore al proprio filosofico viaggio, considerando quanto fossero simili nel tocco e nella resa queste illustrazioni ai quadretti acquarellati che i turisti inglesi spesso portano a casa di ritorno dai propri viaggi, sorridendo infine alla saggezza e alla ingenuità ovina di Miss Timothy, con certezza mi avviavo a trovare autori inglesi sulla copertina di questo albo rettangolare. Immaginate dunque la mia sorpresa quando il mio sguardo ha incontrato </span><a style="text-align: justify;" href="http://www.topipittori.it/it/autore/giovanna-zoboli" target="_blank">Giovanna Zoboli</a><span style="text-align: justify;"> e </span><a style="text-align: justify;" href="http://vivavidali.blogspot.it/" target="_blank">Valerio Vidali</a><span style="text-align: justify;">. Sì! Proprio loro! Gli stessi di </span><a style="text-align: justify;" href="http://atlantidekids.wordpress.com/2011/09/30/storie-innamorate-dellamore/" target="_blank"><em>9 storie sull&#8217;amore (più una)</em></a><span style="text-align: justify;">, </span><em style="text-align: justify;">Il regalo</em><span style="text-align: justify;">, e</span><em style="text-align: justify;"><a style="text-align: justify;" href="http://atlantidekids.wordpress.com/2011/04/01/vorrei-avere/" target="_blank"> Vorrei avere&#8230;</a></em></p>
<p style="text-align: justify;">Per dire poi come gli editori potrebbero essere eleganti, spiritosi e onesti eccola qua la quarta di copertina: “Il viaggio di Miss Timothy: la risposta ovina alla ricerca di sé”. Davvero. I bambini sorrideranno nel comprendere come sia semplice perdersi alla ricerca di un “se stesso” che sia simile agli altri e invece come sia bello ritrovarsi unici e capaci di godere della propria e altrui unicità. Buona lettura.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://atlantidekids.files.wordpress.com/2012/04/copertina-misstimothy.jpg" rel="lightbox[20218]"><img class="wp-image-756 alignright" style="margin: 4px;" title="copertina-MissTimothy" src="http://atlantidekids.files.wordpress.com/2012/04/copertina-misstimothy.jpg?w=237" alt="" width="142" height="180" /></a></p>
<p style="text-align: right;">Titolo:<em> Il viaggio di Miss Timothy</em><br />
Autore: Giovanna Zoboli e Valerio Vidali<br />
Editore: Topipittori<br />
Dati: 2012, 40 pp., 15,00 €</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.webster.it/libri-viaggio_miss_timothy_zoboli_giovanna-9788889210789.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it</a></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/il-viaggio-di-miss-timothy-la-risposta-ovina-alla-ricerca-di-se.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Farewell Levon Helm, dirt farmer and midnight rambler</title>
		<link>http://www.atlantidezine.it/farewell-levon-helm-dirt-farmer-and-midnight-rambler.html</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 15:51:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Basile</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[persone]]></category>
		<category><![CDATA[classici moderni]]></category>
		<category><![CDATA[folk]]></category>
		<category><![CDATA[Levon Helm]]></category>
		<category><![CDATA[rock]]></category>
		<category><![CDATA[The Band]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 19 aprile ci ha lasciati Levon Helm, anima della The Band e pietra angolare della storia della musica rock americana (e non solo). La sua eredità è la sua musica, patrimonio dell'umanità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/Levon1.jpg" rel="lightbox[20163]"><img class="alignleft  wp-image-20203" style="margin: 4px;" title="Levon" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/Levon1.jpg" alt="Levon" width="112" height="168" /></a>Pochi giorni fa sono stato colpito come da una botta in testa dal <a href="https://twitter.com/#!/LevonHelmRamble/status/192348662821699586" target="_blank">comunicato</a> che annunciava che <a href="http://www.levonhelm.com/" target="_blank">Levon Helm</a> stava vivendo le ultime ore della sua vita; poco più di 24 ore dopo, un altro comunicato: dopo aver combattuto un cancro alla gola per oltre dieci anni, vincendo diverse battaglie che lo avevano portato a tornare a cantare (e a vincere 3 Grammys), Levon se ne è andato, sereno e circondato da familiari, amici e dai membri della sua band. Da allora non riesco a staccarmi da Youtube passando da un pezzo della The Band a Woodstock ad un estratto da <em>The Last Waltz</em>, da un video di Levon che racconta aneddoti, a un grande pezzo live degli ultimi anni fino alle rarità, le interviste e anche i suoi flash <a href="http://www.imdb.com/name/nm0375629/#Actor" target="_blank">da attore</a> negli anni &#8217;80.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;">Non sono in grado di esprimere quanto enorme  sia la mia ammirazione e il mio affetto (sì, affetto) per Levon Helm e da quello che, commosso, vedo su Internet in questi giorni, la cosa è molto molto diffusa: chiunque abbia conosciuto il grande talento e il grande cuore di Levon Helm attraverso la sua musica non ha potuto fare a meno di amarlo. </span></p>
<p><img class="size-full wp-image-20202 aligncenter" title="Levon Helm, The Last Waltz" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/Levon-Helm1-608x342.jpg" alt="Levon Helm, The Last Waltz" width="608" height="342" /></p>
<div style="text-align: justify;">
<p>Il mio attaccamento alla sua voce e alla sue canzoni ha radici profonde. Negli anni &#8217;80 mio padre, che onestamente non è mai stato un grande appassionato di musica, in macchina teneva mescolata insieme a certe cassette di Fausto Papetti una compilation di rock classico americano: c&#8217;era Pat Boone con <em>Love Letters in the sand</em>, Little Richards con <em>Tutti Frutti</em>, Ritchie Valens con <em>La Bamba</em> ma, soprattutto, c&#8217;era The Band con <em><a href="http://grooveshark.com/#!/s/The+Night+They+Drove+Old+Dixie+Down/4gsNuJ?src=5" target="_blank">The Night They Drove Old Dixie Down</a></em>. Ricordo che ero bambino (avrò avuto 8 anni) ma quella voce e quella canzone già mi colpivano forte e profondamente, come qualcosa fuori dal tempo e fuori dal mondo, sublime. Poi nei primi anni &#8217;90 <em>La Repubblica</em>, nel periodo in cui gli allegati in edicola cominciavano a muovere i loro primi passi, pubblicò una collana di CD che per me fu seminale e che forse alcuni di voi ricordano: <em><a href="http://www.discogs.com/Various-LAmerica-Del-Rock/release/3290851" target="_blank">L&#8217;America del Rock</a>. </em>Nella collana, a un certo punto, fa la sua comparsa la The Band con <em>The Weight</em> e, ancora, con <em>The Night They Drove Old Dixie Down</em>: non avevo mai sentito delle canzoni con quello spessore e quella profondità; e poi ogni volta, non appena entrava la voce, quella voce, la voce di Levon Helm, ogni volta era (ed è) un tuffo al cuore, un&#8217;emozione forte. A quei tempi non esisteva Napster, non esisteva eMule, non esisteva Torrent, i CD costavano tanto e i pochi soldi che avevo li spendevo per rincorrere le uscite di Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Soundgarden e  compagnia; e poi nessuno che conoscessi aveva un CD o una cassetta della The Band, quindi passarono anni prima che riuscissi ad ascoltare un altro loro pezzo, finché un giorno (credo fosse il 2000) non incappai, sempre in edicola, in un <em>Best of</em> a poco prezzo e sempre in quel periodo scoprì <em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=5rKlkR0B5aw" target="_blank">The Last Waltz</a></em>, il film di Martin Scorsese sull&#8217;ultimo concerto della The Band. Wow. Non ci sono parole per dire quanto peso quel CD e quel film abbiano avuto nella mia vita.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/levon2.jpg" rel="lightbox[20163]"><img class="size-full wp-image-20204 aligncenter" title="Levon Helm playing with The Band" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/levon2.jpg" alt="Levon Helm playing with The Band" width="615" height="411" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E se in un primo momento uno quando guarda alla The Band pensa a Robbie Robertson, poco dopo si rende conto che, seppur si trattasse di cinque grandissimi e talentuosi musicisti (se non geni, come nel caso di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Garth_Hudson" target="_blank">Garth Hudson</a>), l&#8217;anima e il cuore della band era Levon. Levon Helm è stato un grande uomo, uno dei più grandi e talentuosi batteristi della storia del rock, una voce straordinaria e inconfondibile, un eccezionale songwriter: <a href="http://www.csmonitor.com/The-Culture/Latest-News-Wires/2012/0419/Levon-Helm-of-The-Band-was-roots-rock-pioneer-quintessential-American-musician" target="_blank">come qualcuno ha scritto</a>, rappresenta la quintessenza del musicista rock americano, uno dei vertici che la cultura musicale statunitense abbia mai raggiunto. Ma, oltre allo straripante talento, la dote rara che Levon possedeva era l&#8217;attitudine: umile, generoso, brillante, appassionato, semplice, spontaneo, rilassato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/2009_levon_drumming.jpg" rel="lightbox[20163]"><img class="alignright  wp-image-20205" style="margin: 4px;" title="Levon (2009)" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/2009_levon_drumming.jpg" alt="Levon (2009)" width="302" height="202" /></a>La sua epopea musicale ha origine negli anni &#8217;50 nel Sud degli USA, in Arkansas, per incrociarsi poi con molti dei più grandi talenti della storia della musica contemporanea: Sonny Boy Williamson, i suoi compagni della The Band, Johnny Cash, Bob Dylan e la generazione di Woodstock; fino a un mese fa, nelle sue Midnight Rambles, ha continuato a suonare e cantare insieme ai migliori musicisti e alle migliori band in circolazione. Non voglio qui approfondire <a href="http://levonhelm.com/biography.htm" target="_blank">la vita e la formidabile carriera</a> di Levon Helm, i primi passi suonando con Ronnie Hawkins, la nascita della The Band in Canada, Woodstock, gli anni con Bob Dylan, the Last Waltz, la spaccatura con Robbie Robertson (<a href="http://www.guardian.co.uk/music/2012/apr/19/robbie-robertson-levon-helm" target="_blank">forse risolta in punto di morte</a>) e la reunion della The Band, il suicidio di Richard Manuel, l&#8217;overdose di Rick Danko e la lotta al cancro fino ad arrivare alla rinascita degli ultimi anni, i due bellissimi dischi (<em>Dirt Farmer</em> e <em>Electric Dirt</em>) e i concerti, le Midnight Rambles. Per questo vi rimando a questi due articoli, i migliori che finora abbia letto online: <a href="http://www.theatlantic.com/entertainment/archive/2012/04/levon-helm-was-perfect/256184/" target="_blank">The Atlantic</a>, <a href="http://exclaim.ca/News/life_times_of_levon_helm_retrospective_tribute" target="_blank">Exclaim.ca</a>, <a href="http://www.popmatters.com/pm/post/157678-it-needed-doing-levon-helms-life-in-music/" target="_blank">Pop Matters</a>. [un piccolo sfogo, ho letto solo cose in inglese perché come sempre i titoli delle testate italiane sono imbarazzanti (<a href="https://www.google.it/search?hl=it&amp;gl=it&amp;tbm=nws&amp;q=levon+helm+repubblica&amp;oq=levon+helm+repubblica&amp;aq=f&amp;aqi=d2&amp;aql=&amp;gs_nf=1&amp;gs_l=news-cc.3..43j43i400.23243.28315.0.29018.21.21.0.18.0.0.211.327.2j0j1.3.0.#q=levon+helm&amp;hl=it&amp;gl=it&amp;prmd=imvnsuo&amp;source=lnms&amp;tbm=nws&amp;ei=2zSVT733O8HSsga9vOyKBA&amp;sa=X&amp;oi=mode_link&amp;ct=mode&amp;cd=5&amp;ved=0CB0Q_AUoBA&amp;bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_cp.r_qf.,cf.osb&amp;fp=4eec25b0d8cbad83&amp;biw=1024&amp;bih=655" target="_blank">fatevi un giro su Google News</a> per farvi un'idea) mentre una testata come Repubblica.it <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica?query=levon%20helm&amp;amp;view=repubblica" target="_blank">ha semplicemente ignorato la notizia</a>]</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio piccolo tributo a Levon è semplicemente <a href="http://www.youtube.com/playlist?list=PLE8B03B560B631DA9" target="_blank">una playlist di Youtube</a> con cui cerco di mettere insieme qualche pezzo, lunga ma spettacolare. Vi invito a guardarla come vi invito a vedere (o rivedere) <em>The Last Waltz</em> e magari a leggere<em> <a href="http://www.amazon.com/This-Wheels-Fire-Levon-Story/dp/1556524056/ref=sr_1_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1335192922&amp;sr=1-1" target="_blank">This Wheel is on Fire</a></em>. Ecco la playlist.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="360" src="http://www.youtube.com/embed/videoseries?list=PLE8B03B560B631DA9&amp;hl=it_IT" width="640"></iframe></p>
<p>Un ultimo pensiero: con Levon se ne va l&#8217;ultima voce della The Band, dopo Richard Manuel e Rick Danko. Riposate in pace ragazzi, le vostre voci e la vostra musica vivranno per sempre.</p>
</div>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/farewell-levon-helm-dirt-farmer-and-midnight-rambler.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Nostalgia degli e-book? Franzen e Bernhard a confronto</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 09:38:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Mirarchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[al limite boschivo]]></category>
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		<description><![CDATA[Ricordate i tempi degli e-book? Non durarono poi così tanto. Nel mentre si discute di un maxi-libro di Jonathan Franzen, Libertà, e di un micro-libro di Thomas Bernhard, Al limite boschivo. Quale dei due avrà maggior peso? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">2112, XXII secolo: un gruppo di studenti di terzo livello è in visita al Museo del Libro. Li accompagna un tutor del corso opzionale in Storia e Letteratura. Ora si trovano nel padiglione denominato <em>Cent’anni fa, dal libro cartaceo al libro elettronico</em>, che sembra suscitare nei ragazzi un qualche interesse. <em>Alla fine ce l’hanno fatta a liberarsi di quei mattoni! Guarda quello</em> <em>–</em> un ragazzo indica il tomo di <em>Libertà</em>, un romanzo di Jonathan Franzen del 2010 – <em>Ma dove li mettevano?</em> Negli scaffali delle librerie; se ne trovano ancora, i libri di carta non sono mai del tutto scomparsi, rimane vivo un mercato per collezionisti e amatori. Su larga scala, l’uso dei libri venne scoraggiato sempre di più, perché costringeva il lettore ad una pratica solitaria, che poteva fargli venire in mente chissà quali idee. Fu proprio con la diffusione degli e-book reader che cominciò a radicarsi la prassi della <em>Lettura collettiva, </em>che si svolgeva insieme agli amici connessi in rete, seguendo i topic più in voga sui social network. Ma nei primi tempi andava di moda allarmarsi per l’eventuale scomparsa del libro, inteso come supporto fisico di trasmissione culturale. Lo stesso Jonathan Franzen, uno dei pochi scrittori amati da critica e pubblico, dichiarò che gli e-book sarebbero stati, alla lunga, «dannosi per la società».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class=" wp-image-20171 alignleft" style="margin: 4px;" title="1. TIME_COVER" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/1.-TIME_COVER-220x290.jpg" alt="" width="176" height="232" />Va be’, Franzen era quasi costretto a dire così: guardate l’ologramma esplicativo, soffermatevi sulla copertina di <em>Time</em> per il lancio di <em>Libertà</em>: lo scrittore è incorniciato in una posa austera ma raggiungibile; la montatura marcata degli occhiali, i capelli appena arruffati, lo rendevano simile al compagno di banco introverso e un po’ secchione; la patina desaturata dell’immagine, lo sfondo grigio, l’accentuata staticità, rimandavano più ad un quadro che non a una fotografia; era il nuovo <em>Great American Novelist</em>, a suo agio in ogni salotto della middle class. <em>Che cosa era il Time?</em> Un giornale – ricordate la lezione sui media antichi? – ed era ancora piuttosto autorevole, in quel periodo, malgrado avesse scelto George W. Bush come uomo dell’anno in ben due occasioni. <em>Perché chiamarlo così: Libertà?</em> Diciamo che avrebbe potuto intitolarlo <em>Le correzioni 2 </em>o <em>Le nuove correzioni</em>, data la continuità tematica col suo precedente best seller, ma così facendo lo avrebbe inserito in una traccia di serialità che era propria, per consuetudine, della narrativa di genere. Il riferimento ufficiale prendeva spunto dall’abuso del termine <em>libertà </em>che aveva<em> </em>segnato gli anni di Bush jr e della campagna militare in Afghanistan, denominata appunto <em>Enduring freedom </em>(libertà duratura), alla quale aveva fatto da contraltare, negli Stati Uniti, la progressiva limitazione della privacy personale, in favore – si disse – di una più efficace politica antiterroristica. Si andava dunque a ledere uno dei cardini della società americana, la preminenza assoluta del singolo, che veniva sempre più relegato al ruolo di mero consumatore: libero, questo sì, di decidere su quali beni investire il proprio denaro.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignright  wp-image-20177" style="margin: 4px;" title="Cover2" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/Cover2-220x275.jpg" alt="" width="176" height="220" />Riassumendo, di cosa parla questo librone? </em>È un altro viaggio a <em>Franzenland</em>, la storia di una famiglia medio borghese progressista spalmata su circa trent’anni, la genesi del graduale disvelamento di un quadro, in apparenza perfetto, che finisce invece per schiudere, dietro la parvenza esteriore, vasti territori di malessere. I suoi protagonisti hanno tutto per essere felici, ma la <em>libertà</em> di essere se stessi – ancora una volta – di quanto è inibita dai paletti dei rapporti interpersonali, dalle briglie dell’educazione, dal peso del passato? L’identificazione nei personaggi era immediata: l’esperienza-famiglia riguarda tutti, lo scenario era reso abituale da decenni di film e serial tv programmati a tappeto. In più c’era il tocco di Franzen, i suoi personaggi sono vicini al lettore senza essere mai “alla pari”: prima si presentavano come vincenti suscitando una lieve antipatia, poi si assisteva al loro crollo lento oppure improvviso, e dopo un equo bilanciamento di successi e sventure solo alla fine si ristabiliva l’ordine costituito, delineando sul volto del lettore un sorriso appagato. L’intreccio principale prendeva le mosse dal più classico triangolo: Patty sposa Walter ma ama Richard, il miglior amico di lui. Franzen cita apertamente Tolstoj, vorrebbe ricalcare le pene di Natascia in <em>Guerra e pace</em>, divisa tra Pierre e il principe Andrej, ma il raffronto non manca di suscitare perplessità, un po’ come se si accostasse una guida turistica all’<em>Odissea</em>, anche se, è vero, entrambe parlano di viaggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft  wp-image-20172" style="margin: 4px;" title="2. KATZrackstrawandpamela" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/2.-KATZrackstrawandpamela-220x189.jpg" alt="" width="176" height="151" />La Russia di Tolstoj può tornare utile per un altro aspetto: tra i suoi contemporanei c’erano Dostoevskij, Turgenev e Čechov, solo per citare i più noti. Il periodo d’oro della letteratura americana fu quello di Faulkner, Hemingway, Dos Passos e Scott Fitzgerald. Quali erano invece i rivali di Franzen nell’agone letterario d’inizio secolo? Forse gli autori televisivi? Franzen stesso ebbe a dichiarare che «le serie TV stavano rimpiazzando il bisogno che veniva soddisfatto da un certo tipo di realismo del XIX secolo». Il  cinema americano era in crisi, i telefilm non avevano la necessità di sintesi dei grandi film, permettevano di diluire i costi aumentando gli introiti pubblicitari, si seguivano con più facilità grazie alla ripetizione dei personaggi e del contesto. <em>Libertà</em> era già una potenziale serie televisiva: il primo capitolo era l’episodio-pilota che presentava i personaggi a mezza via, seguito da un prequel in tre puntate (<em>come si era arrivati a quel punto) </em>e da un sequel in sei mosse (<em>cosa successe dopo</em>), per approdare poi alla lunga conclusione. Non era un grande romanzo, era meno di un grande film. <em>Libertà </em>era il frutto di un’epoca così mediocre da scambiare una manifesta non-originalità per una una ventata di cambiamento: la rivincita della tradizione contro lo sperimentalismo fine a se stesso dei postmoderni. <em>E ci volevano 626 pagine, per dirlo?</em> Sì, erano necessarie, l’eccesso di verbosità compensava la naturale capacità affabulatoria di Franzen, scrittore-copertina del Time, popolare ma profondo. Le persone sono educate a collegare il valore alla fatica e <em>Libertà</em>, con la sua prosa scorrevole  e una costruzione infallibile nel catturare il lettore, sarebbe stata troppo “facile” da leggere, senza quell’abuso di esplicazioni sull’interiorità dei personaggi, senza quel sovrappeso di argomenti e sotto-trame laterali (la tutela della biodiversità, il controllo delle nascite, le lobby dietro la guerra in Iraq). In altre parole il tedio indotto dava spessore, in ambo i sensi, al romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignright  wp-image-20176" style="margin: 4px;" title="Cover" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/Cover-220x369.jpg" alt="" width="176" height="295" />Quel libriccino, invece, così sottile?</em> Furono proprio i libri come questo a esasperare la querelle tra libri cartacei e e-book. Un libretto di settanta pagine, leggero e duttile, con una tela di Klee sulla copertina verde opaco, è senza ombra di dubbio un oggetto piacevole da maneggiare. D’altra parte costava dieci euro, meno della metà del romanzo<em> </em>di Franzen, che però garantiva un tempo di lettura e intrattenimento almeno venti volte maggiore: si trattava dunque di una cifra abnorme? Gli e-book permisero di abbattere i prezzi a scapito di una spersonalizzazione dell’oggetto-libro e di una modalità plurisecolare di fruizione dell’opera. <em>Scusi, ma il prezzo, dieci euro, che voleva dire</em>? Non ti ricordi? Ne abbiamo parlato in classe, era la moneta corrente dell’Unione Europea prima che implodesse sotto gli attacchi della speculazione finanziaria. <em>Quindi leggere il libriccino non conveniva? </em>Dipende da quello che stavi cercando; si tratta di una raccolta di tre racconti di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Bernhard" target="_blank">Thomas Bernhard</a> (1931-1989), lo scrittore austriaco di <em>Perturbamento </em>e <em>Il soccombente</em>; nella sua fluviale produzione è compreso anche un romanzo intitolato <em>La correzione,</em> e nella seconda parte di <em>Libertà</em> Richard, uno dei vertici del triangolo narrativo, ripete più volte che sta leggendo un libro di Bernhard. Inoltre, più in basso, analizzeremo un suo racconto che reinterpreta l’idea stessa di libertà. A parte questo non si potrebbero immaginare due autori più distanti. Laddove Franzen rende il malessere confortevole per il lettore, Bernhard disseziona la prospera società austriaca del dopoguerra per rilevarne la sostanziale inabitabilità; con la sua scrittura avvolgente erige vasti edifici concettuali per poi smontarli pezzo a pezzo. Franzen si occupa del rapporto conflittuale tra ideali assoluti (<em>la libertà</em>) e fragilità individuali, Bernhard dà per assioma lo scacco a cui soggiace l’uomo-pensante, condannato a trovare pace solo nella fredda perfezione della morte. Di solito i suoi personaggi, per cercare scampo all’assurdità degli uomini e per adempiere al loro <em>compito </em>(che sia lo studio scientifico o la ricerca interiore), sprofondano in un isolamento sempre più costrittivo che ha come tragico sbocco il suicidio o la pazzia. La vita è infatti malattia, e il farmaco consiste negli stessi contatti umani che nutrono il germe da cui nasce il dolore.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft  wp-image-20174" style="margin: 4px;" title="4. pressefoto_bernhard_schmied_1988" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/4.-pressefoto_bernhard_schmied_1988-220x155.jpg" alt="" width="176" height="124" />Wow, c’è proprio da morir dal ridere!</em> Lo humour nero abbonda, non ci sono dubbi, proseguendo nel solco già tracciato da Kafka e Beckett. Prendete <em>Kulturer</em> – il personaggio che dà il titolo<em> </em>al primo racconto della raccolta: è un carcerato a fine pena, schiacciato dal peso dell’imminente ritorno in libertà. Risuona l’eco di Kafka negli <em>Aforismi di Zurau, </em>quando scrive che «una gabbia andò in cerca di un uccello». Kulturer è la versione speculare e contraria del Bartleby di Melville: mentre lo scrivano ottocentesco usava ripetere «preferirei di no» di fronte a qualsiasi richiesta, Kulturer risponde a tutte le domande «sì, sì, lo so..», e si piega con voluttà alla disciplina che gli viene imposta. In prigione per la prima volta ha modo di pensare e di elaborare concetti; acquisisce così la cognizione del termine <em>libertà</em> e ha modo di farne esperienza nelle storie che scrive durante le notti. I muri sono fogli bianchi e spazi illimitati da riempire, spalancati su scivolosi abissi della coscienza. Come dicevamo sopra, nella vita da liberi cittadini ci si muove entro il recinto segnato dai rapporti interpersonali, dall’educazione ricevuta e dal proprio passato. La pena, per chi viene meno al suo ruolo, è l’emarginazione sociale, il manicomio o il carcere. Cosa ne sarà di Kulturer quando, una volta liberato, dovrà provare a vivere e non più solo a scrivere?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>E dopo cosa succede? </em>Dopo ci sono gli altri due racconti. Il secondo, <em>L’Italiano</em>, è un interludio che si riallaccia al filo lasciato in sospeso da <em>Kulturer</em>: la libertà è solo nel non-essere, il vero risiede nella rappresentazione. Scrive Bernhard in <em>Perturbamento</em> che «la verità è tradizione, non è la verità», e dichiara poi in un discorso del 1968 che «quando siamo sulle tracce della verità, che con la realtà non ha nulla in comune, se non la verità che non conosciamo, allora siamo sulle tracce del fallimento, della morte». L’Italiano è un ospite solitario venuto per il funerale di un conoscente, che si è sparato con un’arma da fuoco. La salma è stata composta nel padiglione in giardino, dove ogni estate i bambini di famiglia mettono in scena uno spettacolo teatrale. Ecco dunque il rito funebre sovrapporsi alla cerimonia del teatro, che consente di esorcizzare la morte nella riproposizione di vite immaginarie.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft  wp-image-20173" style="margin: 4px;" title="3. Paul_Klee_Du_gris_de_la_nuit_surgit_soudain" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/3.-Paul_Klee_Du_gris_de_la_nuit_surgit_soudain-220x220.jpg" alt="" width="176" height="176" />La raccolta si chiude e prende il nome dal breve racconto intitolato <em>Al limite boschivo</em>, come a voler rimarcare il confine che la sola razionalità non può superare nella percezione del reale. Un ufficiale di polizia, in un albergo tra i monti, capta frammenti di conversazione fra un ragazzo e una ragazza, nel mentre che si sforza di scrivere una lettera alla moglie incinta. Si rende conto che qualcosa non quadra, ma non potrà fare niente per scongiurare la tragedia, né per appurare quale fosse la vera natura del rapporto tra i due ragazzi. Ci sono domande destinate a non trovare risposta, a maggior ragione quando si ricorre agli stilemi del giallo deduttivo – quello di Conan Doyle e Agatha Christie – per smantellarne i meccanismi alla radice, proclamando il trionfo del caso sulla vita degli uomini. Ci muoviamo piuttosto nei territori del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_D%C3%BCrrenmatt" target="_blank">Dürrenmatt</a> de <em>La promessa</em>, il funzionario di polizia di Bernhard è impacciato e poco lucido, capace di registrare gli eventi ma non di cucirli in un ordito che assuma una parvenza logica. La scrittura raggelata e impersonale poi, non fa altro che accentuare il distacco tra il soggetto e l’oggetto, tra il funzionario di polizia e la risoluzione del mistero. I lumi della ragione servono a poco per rischiarare l’inconscio degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tutto questo in settanta pagine? </em>È solo una piccola parte, ogni lettore legge un libro diverso sfogliando le stesse pagine. Le parole possono essere scritte su carta, trasformate in sequenze binarie, raffigurate per immagini o trasmesse dal pensiero. Poco importa. Se una storia risponde a una necessità espressiva, troverà il modo di raggiungere chi è disposto ad ascoltarla.</p>
<p style="text-align: justify;">Si era fatto tardi, di lì a poco il tutor e i ragazzi avrebbero lasciato il Museo del Libro.</p>
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		<title>Artisti Sommersi. Enrico Mazzone</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 08:04:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Rodi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prima puntata di una rubrica dedicata a quegli artisti che si muovono ancora sommersi, a pelo d'acqua, trattenendo il respiro prima di emergere. Cominciamo con Enrico Mazzone, che, da Berlino, ci racconta degli intrecci tra arte, luoghi e musica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/lungo-computo.jpg" rel="lightbox[20125]"><img class="aligncenter  wp-image-20127" title="lungo computo" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/lungo-computo-1024x220.jpg" alt="" width="819" height="176" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Capita ancora spesso di avere un’idea romantica e romanzata della figura dell’Artista, come se egli fosse perennemente un membro dello Sturm und Drang, della Bohème o della Scapigliatura, mentre attorno a lui il mondo si muove freneticamente senza che manifesti alcuna traccia residua di romanticismi e idealismi vari. La realtà dei fatti è ben diversa: anche l’Artista si è adeguato ai dettami del XXI secolo. Se è già affermato, il suo lavoro e la sua immagine vengono promosse da un ufficio stampa, come capita per qualsiasi altro personaggio di un certo calibro; se è alle prime armi, non rimane certo chiuso in una soffitta di Montmartre, ma, anzi, studia strategie – che a volte forzano malamente la naturale ispirazione – per emergere dal foltissimo gruppo, o, semplicemente, per sopravvivere: si butta sulla comunicazione, sulla pubblicità, il design, la grafica.</p>
<p style="text-align: justify;">Com’è ovvio, ci sono le eccezioni che apparentemente stridono con l’epoca attuale, ma sono in realtà un sano e affascinante controcanto che conferma quell’idea tanto amata del temperamento artistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/oiu.jpg" rel="lightbox[20125]"><img class="alignleft size-medium wp-image-20130" style="margin: 4px;" title="oiu" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/oiu-220x396.jpg" alt="" width="220" height="396" /></a>Enrico Mazzone</strong> (Torino, 1982) è uno di questi formidabili girovaghi romantici; una sensibilità baudelairiana fuori del tempo, dotata di un affascinante immaginario gotico reso su carta da una manualità superba, alla costante ricerca d’ispirazione in nuovi luoghi.<em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Da quando ho iniziato a muovermi, circa due anni fa, penso di aver ristretto il mio immaginario alla stregua dell’esperienza. Spostandosi, si è sempre investiti da un ondata di feedback, che non si riescono definitivamente a imprimere. Per questo motivo lo stile cambia adeguandosi alla circostanza. È un concetto situazionista che, per semplificare, si risolve nel detto &#8220;paese che vai usanze che trovi&#8221;. Ogni posto ha la sua luce, il suo flusso, e di conseguenza può influire sulla sfera percettiva/emotiva. All’inizio sono sempre un po’ spaventato. Credo sia normale dopo aver vissuto per ventisette anni all’ombra di una famiglia serena, ma turbolenta. Ora che le acque si sono rotte per la seconda volta, non posso che avere i ricordi di prime esperienze precedenti da riutilizzare come frantumi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’Ottocento, l’orizzonte era Parigi. Negli anni Ottanta, è stata la volta di New York. Ora tocca a Berlino richiamare a sé i giovani artisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/matto.jpg" rel="lightbox[20125]"><img class="alignright size-medium wp-image-20131" style="margin: 4px;" title="matto" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/matto-220x277.jpg" alt="" width="220" height="277" /></a>Berlino proprio non mi piace. Magari Norimberga farebbe al caso mio, come Canterbury invece di Londra. Ora sono leggermente bloccato perché una città come Berlino è parecchio inflazionata. Una sorta di “barcellonizzazione” la sta invadendo di uno strato superficiale; c’è di buono che le correnti sotterranee la sanno sempre rinnovare, ma di una nuova schiuma destinata presto e comunque a evaporare.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non pensi, quindi, che per un artista sia più facile emergere a Berlino che, ad esempio, a Torino?<em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Bè, penso che un artista possa essere reso libero di emergere innanzitutto dal suo ego, dalle sue ansie, paure e tensioni, questo è (introspettivamente) già tanto e non sono in molti ad avere la fortuna di coglierlo. Ancora una volta non è importante il luogo, ma il modo in cui ci si pone nei confronti delle persone. A me manca davvero tanto la mia città, le persone amiche e nemiche. Posso solo dire, cinicamente, che il Nord Europa permette a un artista di ottenere maggiore credibilità e organizzazione, ma questo non ha davvero nulla a che fare con l’impegno che si mette nella propria arte.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’inverno scorso hai collaborato con la band OvO, creando delle tavole pittoriche durante la loro esibizione. Hai poi realizzato delle copertine per una band del panorama black metal scandinavo&#8230;</p>
<p><img class="size-medium wp-image-20135 alignleft" style="margin: 4px;" title="inf120" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/inf120-220x310.jpg" alt="" width="220" height="310" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Finalmente lavorare a stretta vicinanza con un gruppo (i giovani Svikt) mi ha saputo dare le giuste suggestioni per condividere  il medesimo clima dissonante nel quale ricreare magmaticamente un concetto. Ancora musica e immagine che giocano a un girotondo caleidoscopico. La musica aiuta a distendere il segno quanto il pigmento su una tela. La musica riesce ancora a  cambiare il quotidiano sentimento di tristezza o felicità. Credo che tutti siamo d’accordo sul valore aggiuntivo che sa enfatizzare.<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ultimamente stai sperimentando molto con i toni rossi e gialli, che si sono venuti ad aggiungere alle tue figure cromaticamente neutre…</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ecco, appunto, Berlino è fatta di quei rossi e gialli… Questo è ciò che vedo, respiro e sento tutti i giorni. Di contro alle polluzioni naturali norvegesi, giocati sui blu amarantini e oltremare che si scagliano aggredendo i rosa più tenui dell’orizzonte.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sperimentare va bene ma fino ad un certo punto. In caso contrario si costruisce un edificio eclettico senza che mai avere il riparo di un tetto.</em></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/artisti-sommersi-enrico-mazzone.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Rendere pop il rock &#8211; la lezione di Spiritualized e Lotus Plaza</title>
		<link>http://www.atlantidezine.it/spiritualized-lotus-plaza.html</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 10:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cataldo Bevilacqua</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[SUBmarinean POP]]></category>
		<category><![CDATA[chitarre]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
		<category><![CDATA[lotus plaza]]></category>
		<category><![CDATA[pop]]></category>
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		<category><![CDATA[spiritual]]></category>
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		<description><![CDATA[In questo 2012 provvido di novità. ancora due dischi di alta qualità. Che oltre a essere notevoli sono anche belli diretti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono nomi che col concetto di easy listening hanno davvero poco a che fare. Soprattutto se se ne ricostruisce la carriera, si vede da dove vengono e quale strada hanno percorso per arrivare dove sono. E ce ne sono altri invece che, pur non avendo alle spalle vagonate di esperienza, per come li conosci tu, per quel  poco che li conosci, non avresti mai immaginato che potessero cedere al tanto vituperato  - dagli altri &#8211;  pop. A un approccio pop. E invece.<br />
E invece eccoli che ti cambiano le carte in tavola e ti spiazzano, sia l’uno, che l’altro. Ti spiazzano però rimanendo fedeli alla loro identità, lo senti che sono loro, te ne accorgi fin da subito (se ne parlava <a href="http://www.atlantidezine.it/giardini-di-miro-lambchop-tindersticks.html" target="_blank">qui</a>, ricordate?). Ma allo stesso modo capisci che stai ascoltando qualcosa di diretto, senza fronzoli o concessioni alle sperimentazioni, qualcosa che arriva <em>di prima,</em> a te, che sei l’ascoltatore e non hai bisogno di nessuna sovrastruttura per decifrare, per entrare, per scardinare: ne vieni semplicemente conquistato.<br />
Sto parlando di due artisti e di due album importanti, almeno in questo qui e ora: <a href="http://www.spiritualized.com/">Spiritualized</a> e <a href="http://deerhuntertheband.blogspot.it/" target="_blank">Lotus Plaza</a>. La loro musica è distante anche se entrambi gli approcci affondano le proprie radici nel territorio comune della psichedelia. Ma è il risultato, per il contatto che instaura con l’ascoltatore, che rende i dischi di Spiritualized e Lotus Plaza figli della stessa stella.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-20106 alignleft" style="margin: 4px;" title="spiritu" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/spiritu-220x220.jpg" alt="" width="220" height="220" />Gli Spiritualized, moniker dietro cui si nasconde il geniale e umbratile <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jason_Pierce" target="_blank">Jason Pierce</a>, sono già un pezzo di storia del rock. Sia per il passato di Jason, co-fondatore insieme a <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Kember" target="_blank">Peter Kember</a> – meglio conosciuto alle cronache come Sonic Boom – dei gloriosi (e acidi, e psichedelici, e punk) <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Spacemen_3" target="_blank">Spaceman 3</a>, sia per la storia della band che in questi anni ci ha regalato dischi di elevata fattura a cominciare da <em>Ladies And Gentlemen We Are Floating In Spaces </em>(<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Dedicated_(label)" target="_blank">Dedicated</a>/<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Arista_Records" target="_blank">Arista</a>, 1997). Ora, con alle spalle una morte scampata più volte – la più recente nel 2005 quando per una polmonite il nostro se l’era vista davvero brutta – Jason e i suoi Spirtualized tornano con <em>Sweet Heart Sweet Light</em> (<a href="http://www.fatpossum.com/" target="_blank">Fat Possum</a>, 2012) un disco, lo diciamo subito, bellissimo. Le asperità acide sono smussate, prevalgono più i suoni black che perfettamente si mischiano alle chitarre elettriche e ai droni mantrici a cui gli Spiritualized ci hanno abituati. La forma canzone, anche nei pezzi che sforano i cinque minuti di lunghezza ( e sono tanti: <em>Hey Jane</em>, <em>Get What You Deserve</em>, <em>Headin For The Top</em> <em>Now</em>, <em>Mary</em> e <em>So Long You Pretty Thing</em> ), si fa più chiara ed evidente, ricalcando, come da poetica, le strutture della preghiera.</p>
<p><object width="100%" height="81" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F37223450" /><embed width="100%" height="81" type="application/x-shockwave-flash" src="https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F37223450" allowscriptaccess="always" /> </object> <span><a href="http://soundcloud.com/spiritualized/hey-jane-eq-15feb-1">Spiritualized &#8216;Hey Jane&#8217;</a> by <a href="http://soundcloud.com/spiritualized">Spiritualized</a></span></p>
<p style="text-align: justify;">Anche nelle tematiche questa forma-preghiera è ben evidente. Atto di comunicazione antico, comune trasversalmente a tutte le culture umane, Jason Pierce se ne fa alfiere e padrone nel mondo del rock non solo da un punto di vista musicale (attingendo agli spiritual, ai gospel, al blues ma anche  alle musiche estatiche orientali, alla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nusrat_Fateh_Ali_Khan" target="_blank">Nusrat Fateh Ali Kahn</a>, per citare un nome) ma anche da un punto di vista prettamente tematico. Ed ecco che una certa dolce ineluttabilità sulla difficoltà e sulla caducità della vita, degli affetti e dell’amore e di come il dolore sia un inossidabile compagno di strada ammanta musiche e testi, dall’esplosiva <em>Hey Jane</em>, alla cangiante e meravigliosa <em>So Long You Pretty Thing</em>,  divisa in due tempi, uno più intimista e l’altro più pomposo &#8211;  proprio come <em>Hey Jane</em>, anche se quest’ultima rimane su bpm sempre molto alti. Invocazione, disperazione, ineluttabilità, tutto questo è ben presente nei testi a cui fa da contraltare la musica, spesso allegra (<em>Hey Jane</em>, <em>Little Girl</em>, <em>I Am What I Am</em>, <em>So Long You Pretty Things</em>),  altre volte dolce (<em>Too Late</em>, <em>Fredoom</em>, <em>Life Is A Problem</em>) o ipnotica (<em>Get What You Deserve</em>, <em>Headin For The Top Now</em>, <em>Mary</em>) ma che viaggia sempre diretta al cuore dell’ascoltatore. Attenzione a non abusarne (anche se è difficile, molto difficile), potrebbe contagiare.</p>
<p><iframe frameborder="0" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/By_3pPUCqIk" width="420"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-20107" style="margin: 4px;" title="spiritu1" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/spiritu1-220x220.jpg" alt="" width="220" height="220" />Il secondo di questa lista è Lotus Plaza, al secolo Lockett Pundt, meglio conosciuto per essere la parte schiva dei <a href="http://deerhuntertheband.blogspot.it/" target="_blank">Deerhunter</a>. Oscurato nella band di Atlanta dalla prominente figura di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Bradford_Cox" target="_blank">Bradford Cox</a>, e cercando in continuazione di nascondersi nei live, Lockett è però autore, a mio avviso, di alcune delle canzoni più belle dei Deerhunter (si prenda, ad esempio, <em>Desire Line</em> dall’ultimo <em>Halcyon Digest</em>). Devo dire però che, dopo averli visti dal vivo (tirano su muri sonori che durano una quindicina di minuti a pezzo) e ascoltati varie volte, mi aspettavo qualcosa di più chitarristico e sperimentale, di più, come dire, <em>onanistico</em>. Invece no, il talento di Pundt è cristallino e in questo <em>Spooky Action At Distance</em> (<a href="http://kranky.net/" target="_blank">Kranky</a>, 2012) viene fuori prepotente e prorompente. Il disco si apre, proprio come il sopratrattato <em>Sweet Heart Sweet Light</em>, con un intro strumentale di pochi secondi, dopodiché sono solo buone, ottime, canzoni pop-rock. Sfruttando le sue doti di eccellente chitarrista Lockett lavora sui suoni e sugli intrecci delle linee melodiche, senza eccedere in particolarismi, anzi dimostrando al contempo un’ottima predisposizioni al songwriting. Le canzoni, che superano i cinque minuti in un’occasione sola  (la road song <em>Jet Out Of The Tundra</em>), sono compatte, equilibrate, pop. Il risultato finale è veramente notevole, <em>stunning</em> per dirla all’ingelse, forse enfatizzando un po’.</p>
<p><object width="100%" height="81" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F41778519" /><embed width="100%" height="81" type="application/x-shockwave-flash" src="https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F41778519" allowscriptaccess="always" /> </object> <span><a href="http://soundcloud.com/selftitledmag/lotus-plaza-strangers">Lotus Plaza, &#8220;Strangers&#8221;</a> by <a href="http://soundcloud.com/selftitledmag">selftitledmag</a></span></p>
<p style="text-align: justify;">Da <em>Strangers</em>, il cui arpeggio iniziale ricorda i <a href="http://www.facebook.com/beachfossils" target="_blank">Beach Fossils</a>, a <em>Out Of Touch</em>, con il suo riff acido nel ritornello; da <em>Dusty Roads</em>, ballad elettroacustica, alla trascinante cavalcata elettrica di <em>White Galactic One</em>; da <em>Monoliths</em>, che nell’apertura del refrain mi riporta agli anni ’90 delle <a href="http://www.holerock.net/" target="_blank">Hole</a> e di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=v0CYB5V9e64&amp;ob=av2e" target="_blank">Malibu</a> (sì, lo ammetto, ho un debole per questa canzone), alla crepuscolare <em>Eveningness</em>; dalla nostalgica e incalzante <em>Remeber Our Days</em>, alla conclusiva <em>Black Buzz</em>, ballata dilatata e onirica che ci congeda degnamente  da un disco curato nei minimi dettagli e allo stesso tempo emozionante e semplice (che è un aggettivo a valenza esclusivamente positiva in questo caso).<br />
Pundt insomma si allontana molto dalle sonorità del primo album (<em>The Floodlight Collective</em>, Kranky 2009), più sperimentale, più destrutturato (per quanto interessante), per andare alla ricerca di qualcosa di diverso, dimostrando un’attitudine al rinnovamento che è caratteristica principe dell’arte e di chi fa arte. Ripetersi è noioso, rinnovarsi è vita.</p>
<p><object width="100%" height="81" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F41765972" /><embed width="100%" height="81" type="application/x-shockwave-flash" src="https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F41765972" allowscriptaccess="always" /> </object> <span><a href="http://soundcloud.com/kranky/lotus-plaza-monoliths">lotus plaza &#8216;monoliths&#8217;</a> by <a href="http://soundcloud.com/kranky">kranky</a></span></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/spiritualized-lotus-plaza.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>Marco Cavallo e il folle coraggio di raccontare ai bambini</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 13:15:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Ferraro</dc:creator>
				<category><![CDATA[bambini e ragazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[albi illustrati]]></category>
		<category><![CDATA[dai 7 anni]]></category>
		<category><![CDATA[Orecchio Acerbo]]></category>

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		<description><![CDATA[per <em> Il grande cavallo blu</em> abbiamo scelto di scrivere da due punti di vista. Uno cura l'albo, il racconto illustrato destinato ai bambini  e che ad essi parla con toccante realismo, l'altro racconta la storia di Franco Basaglia e di Marco Cavallo, simbolo di libertà e di come la follia possa facilmente, a volerlo,  dilagare nella città e la città aprirsi, tra gioco e paura, alla realtà vera dell’essere umano. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/foreign.jpg" rel="lightbox[20079]"><img class="size-full wp-image-20080 alignleft" style="margin: 4px;" title="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/foreign.jpg" alt="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" width="420" height="292" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Certo che solo un dottore matto, ma matto da legare, poteva pensare di dar voce ai matti, quelli veri, quelli la cui anima è in costante sofferenza, quelli di cui si ha paura, che si scansano, quelli che a guardarli inseguire una foglia o contare i sassi si stringe il cuore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_oa&amp;vista=autori&amp;id=172" target="_blank">Iréne Cohen-Janca</a> li definisce proprio “coloro che hanno male all&#8217;anima”, ed è una definizione calzante quanto scomoda, considerato che per molti i matti nemmeno ce l&#8217;hanno un&#8217;anima o se ce l&#8217;hanno è ammuffita, marcia, vuota.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo albo (che è un racconto) è certamente il più difficile libro per bambini che io mi sia trovata a recensire, quando non a leggere; ce ne sono stati altri che mi hanno messa nella situazione scomodissima, nell&#8217;impasse, di voler comunicare tutto quello che loro hanno comunicato a me con il risultato che la lingua si impasta in un groviglio di sensazioni e afflati che poco hanno a che spartire con l&#8217;oggettività giornalistica. Così è stato per <em><a href="http://www.atlantidezine.it/anne-frank-giorno-della-memoria.html" target="_blank">L&#8217;albero di Anne</a></em>, o <em><a href="http://www.atlantidezine.it/l-autobus-di-rosa-parks-amnesty-orecchio-acerbo.html" target="_blank">L&#8217;autobus di Rosa</a></em> entrambi editi da Orecchio acerbo e illustrati da <a href="http://www.quarello.com/books.html" target="_blank">Maurizio Quarello</a> che figura i tratti di questo grande cavallo blu narrato da Iréne Cohen-Janca che anche della storia di Anne, non a caso, era stata portatrice.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/autori.jpg" rel="lightbox[20079]"><img class="alignnone size-full wp-image-20081" style="margin: 4px;" title="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/autori.jpg" alt="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" width="300" height="208" /></a><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/novita.jpg" rel="lightbox[20079]"><img class="size-full wp-image-20083" style="margin: 4px;" title="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/novita.jpg" alt="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" width="300" height="208" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Mi chiedo se sia una coincidenza o se sia la forza delle parole, la sapienza con cui il lessico di un ospedale psichiatrico diviene il lessico di una favola, la forza con cui i matti stilizzati proiettano sulla pagina la propria ombra, traccia sì e indelebile della propria, concreta, esistenza, o se si tratti del coraggio di portare sulla carta scritta, nero su bianco con tracce indimenticabili di blu, una storia per bambini che gli adulti faticano a digerire se non a concepire.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/recensioni.jpg" rel="lightbox[20079]"><img class="alignright size-full wp-image-20082" style="margin: 4px;" title="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/recensioni.jpg" alt="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" width="400" height="278" /></a>Tutto questo mi chiedo quando leggo <em>Il grande cavallo blu</em>; Paolo è il protagonista di questa storia: figlio della lavandaia dell&#8217;ospedale vive in questo mondo per nulla ovattato, isolato da quello esterno che ben si guarda dal lanciare uno sguardo oltre le cancellate di questa isola piena di matti, battuta dalla bora triestina. Paolo vive nell&#8217;ospedale psichiatrico, al San Giovanni, dunque. Il suo unico amico è Marco, il cavallo dalla stella bianca sulla fronte che trasporta la biancheria. Paolo conosce i matti rinchiusi nell&#8217;ospedale ma nella propria tenerezza di bambino essi assumono i tratti quantomai esacerbati della fiaba: c&#8217;è l&#8217;uomo-albero su cui si posano merli che conservano sulle piume il blu intenso del cielo aperto e libero da cui provengono, c&#8217;è la signora bella, col belletto sulle labbra che vaga scalza, sempre con le scarpe in mano, c&#8217;è l&#8217;uomo che cattura e spezza il collo agli uccelli, inquietante, fa paura, ci sono esseri senza età, fermi nel tempo, vecchi che sembrano bambini e bambini che paiono vecchi. Le tavole illustrate si susseguono con un ritmo grigio e bianco pervaso da pause tintinnanti di blu: il blu del mare, il blu del cielo, il blu di tutto quello che può essere libero per natura o perché ha ottenuto la libertà, come Marco, il cavallo, simbolo della libertà conquistata perché concessa da un uomo libero, perché atto di coraggio. Perché frutto di una follia sana, di cui, a ben guardare, da vicino, come sosteneva Basaglia, ciascuno di noi è portatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Marco il cavallo dalla fronte stellata è vecchio e stanco, merita di riposare piuttosto che di andare al macello, Paolo merita di salvarlo, e i matti si meritano l&#8217;aria oltre le cancellate, quella sferzante di libertà. A simboleggiare come l&#8217;infermità del singolo isolata può divenire incomprensibile malattia da sedare con camicie di forza ed elettroshock, sebbene non sia altro invece se non specchio dell&#8217;infermità collettiva non senziente, gretta, pavida. Almeno fino a quando un dottore “ostinato come il vento e matto da legare” non decida di aprire le porte e far varcare il cancello a un grande cavallo blu e ai matti, sostenendo che la libertà sia la medicina migliore.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/librerie.jpg" rel="lightbox[20079]"><img class="size-full wp-image-20086 alignnone" style="margin: 4px;" title="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/librerie.jpg" alt="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" width="300" height="208" /></a><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/professionale.jpg" rel="lightbox[20079]"><img class="size-full wp-image-20084 alignnone" style="margin: 4px;" title="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/professionale.jpg" alt="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" width="300" height="208" /></a></p>
<p style="text-align: right;">Titolo: Il grande cavallo blu<a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/Cavallo_blu_cover.jpg" rel="lightbox[20079]"><img class="alignright  wp-image-20090" style="margin: 4px;" title="Cavallo_blu_cover" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/Cavallo_blu_cover.jpg" alt="" width="122" height="173" /></a><br />
Autore: Irène Cohen-Janca, Maurizio Quarello<br />
Traduttore: Paolo Cesari<br />
Editore: Orecchio acerbo<br />
Dati: 2012, 44 pp., 12,50 €</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.webster.it/libri-grande_cavallo_blu_cohen_janca-9788896806227.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it</a></p>
<hr style="width: 210px;" width="210" />
<p style="text-align: right;"><span style="color: #888888; font-size: small;">“</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-family: Calibri, serif;">L&#8217;importante è che abbiamo dimostrato che l&#8217;impossibile può diventare possibile”</span><span style="font-family: Calibri, serif;">(F. Basaglia. </span><span style="font-family: Calibri, serif;">Conferenze brasiliane</span><span style="font-family: Calibri, serif;">, 1979)</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/marco-cavallo-corteo_580x387.jpg" rel="lightbox[20079]"><img class="alignleft  wp-image-20088" style="margin: 4px;" title="marco-cavallo-corteo_580x387" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/marco-cavallo-corteo_580x387.jpg" alt="" width="420" height="280" /></a>“In un certo senso, viviamo in una società che sembra un manicomio e siamo dentro questo manicomio, internati che lottano per la libertà. Ma non possiamo sperare nei liberatori, perché se speriamo in loro saremo ancora una volta imprigionati e oppressi. È la stessa storia dell’operaio che non può sperare che la direzione del sindacato lo liberi. È lui stesso che deve lottare e dare ai dirigenti del sindacato gli elementi per liberarlo. È questa la nostra funzione di leader in una società in cambiamento. Dobbiamo capire insieme con gli altri quello che dobbiamo fare e non dirigere gli altri in un modo o nell’altro, perché facendo così saremmo noi stessi nuovi padroni”. Trent’anni e passa sono trascorsi da quando uno psichiatra “anti-psichiatria”, si chiamava Franco Basaglia, pronunciò questo e altri memorabili discorsi. Lo stesso uomo dimostrò, inoltre, come l’impossibile qualche volta diventa possibile persino a partire da episodi all’apparenza di nessun conto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Circostanze marginali che scatenano l’immaginazione troppo a lungo implosa, tenuta in catene, costretta nella camicia di forza, capace di trasformare orrore e sofferenze in avventure di libertà e avviare trasformazioni epocali. C’era una volta un re, allora direte voi? No. C’era una volta un cavallo addetto al trasporto di biancheria, scarti di cibo e roba vecchia, in servizio all’ospedale psichiatrico di Trieste. Perché è da un cavallo che comincia questa storia unica. Le istituzioni volevano mandarlo al macello perché vecchio e sostituirlo con un motocarro. Ma l’animale puntò zoccoli e ferri e recalcitrò. O meglio degenti e personale del San Giovanni di Trieste scrissero una lettera alle istituzioni. L’animale fu salvato e da allora divenne simbolo di una lotta contro ogni oppressione, a cominciare da una psichiatria antiquata che trattava i malati mentali da rei privandoli di fondamentali diritti civili e della dignità umana.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/premi1.jpg" rel="lightbox[20079]"><img class="alignright size-full wp-image-20087" style="margin: 4px;" title="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/premi1.jpg" alt="Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu" width="420" height="292" /></a>Il cavallo in carne e ossa ispirò nel 1973 la creazione di un simbolo potente: ‘Marco Cavallo’, macchina teatrale di legno e cartapesta azzurra. Emblema di una battaglia di libertà e liberazione contro tutti i manicomi e le coercizioni, da allora non ha mai smesso di viaggiare e portare il suo messaggio in ogni parte del mondo per contrastare la smemoratezza che rischia di cancellare le tracce di un passato ancora troppo vicino che specie i più giovani ignorano. Marco Cavallo è anche simbolo della cosiddetta riforma Basaglia, la legge 180/1978 che ha sancito la chiusura dei manicomi sostituiti da centri territoriali e permesso al ‘matto’ di riappropriarsi della sua dignità di cittadino con diritti, doveri e responsabilità, punibilità compresa se si commettono reati. Resta in piedi la complessa questione degli aspetti della riforma ancora non attuati, del grave fardello che spesso è toccato e tocca in sorte alle famiglie costrette a farsi carico di parenti malati psichiatrici senza il supporto di idonee comunità terapeutiche. Qui si vuole solo evidenziare che davvero nella nostra recente storia l’impossibile è accaduto e tutti noi beneficiamo di un dono non scontato. Una simile rivoluzione nella psichiatria moderna non sarebbe stata possibile senza Basaglia e suoi colleghi nonché grazie alla fattiva collaborazione della provincia di Trieste, allora guidata da Michele Zanetti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Basaglia era uno psichiatra veneziano, che all’arrivo nel 1971 a Trieste, aveva già avuto un impatto durissimo col manicomio di Gorizia dove aveva cercato di avviare un’esperienza di comunità terapeutica e una prima rivoluzione eliminando contenzione fisica, uso dell’elettroshock e aprendo i reparti. Una volta a Trieste però, a questo psichiatra intriso di letture esistenzialiste e in piena sintonia con </span>le correnti psichiatriche di ispirazione fenomenologica ed esistenziale (Karl Jaspers, Eugéne Minkowski, Ludwig Binswanger), con il pensiero di Michel Foucault e Ervinng Goffman nella critica all’istituzione psichiatrica, <span style="color: #000000;">ma capace di concretezza a partire dall’immersione nella realtà manicomiale senza mai negare la malattia mentale, non volle più sforzarsi di “umanizzare” il manicomio. Puntò a distruggerlo, perché lager e copertura di un sistema coercitivo che esclude il malato per non vedere le proprie contraddizioni patologiche</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, serif;"><span style="font-size: x-small;">. </span></span></span><span style="color: #000000;">Dal ’73 nel manicomio di Trieste fu creata una cooperativa di lavoro retribuito per i pazienti, avviato un laboratorio condotto da Giuliano Scabia, artista poliedrico con l’aiuto di tanti, tra cui Vittorio Basaglia, pittore, scultore, fratello di Franco, e poi medici, infermieri, internati che realizzarono Marco Cavallo. Il colosso azzurro fu portato all’aperto il 25 febbraio del 1973 dopo che venne aperta una breccia nel muro di cinta del manicomio che lo stesso Basaglia spaccò con una panchina di ghisa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/LaP1_014.jpg" rel="lightbox[20079]"><img class="alignleft size-full wp-image-20089" style="margin: 4px;" title="LaP1_014" src="http://www.atlantidezine.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/LaP1_014.jpg" alt="" width="420" height="281" /></a>Con Marco Cavallo sfilò per Trieste un corteo con più di 600 matti: la follia finalmente dilagava nella città e la città si apriva tra gioco e paura alla realtà vera dell’essere umano. Nello stesso anno Basaglia fondò </span><span style="color: #000000;"><em>Psichiatria democratica</em></span><span style="color: #000000;">, movimento che favoriva la diffusione dell’antipsichiatria, corrente di pensiero che bersagliava il meccanismo segregante ed escludente delle istituzioni sanitarie. Nel &#8217;77  fu dichiarata la chiusura del manicomio di Trieste. </span><span style="color: #000000;">Nel 1978 si approvò la legge 180 che avviò la chiusura dei manicomi su tutto il territorio nazionale e la sostituzione, secondo l&#8217;esperienza triestina, con centri territoriali. </span>Marco Cavallo ha ancora tanto lavoro da fare: tra i servizi psichiatrici e nelle cliniche private dove spesso la contenzione è tuttora realtà e di psichiatria si muore ancora, ma soprattutto negli ospedali psichiatrici giudiziari dove le condizioni sono arcaiche e disumane.</p>
<p style="text-align: justify;">Entro il 31 marzo del prossimo anno tutti gli ospedali psichiatrici giudiziari in Italia devono essere chiusi. I detenuti, 1500 persone circa, saranno trasferiti in centri idonei a curarli. Non è che l’inizio di un percorso lungo. Già Basaglia invitava alla cautela: “Attenzione alle facili euforie. Non si deve credere di aver trovato la panacea a tutti i problemi del malato di mente. Negli ospedali ci sarà sempre il pericolo dei reparti speciali, del perpetuarsi d’una visione segregante ed emarginante”. Marco Cavallo ci sarà a raccontare lo spaventoso manicomio che sta fuori e pare invincibile.</p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/marco-cavallo-e-il-folle-coraggio-di-raccontare-ai-bambini.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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		<title>L’unica qualità che riscatta l’universo è la sua indifferenza</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 13:41:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Bellone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Don Winslow]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[noir]]></category>
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		<description><![CDATA[Fra Messico e California, fra droga e motoseghe, fra maschere e doppi giochi, ecco a voi <em>Le belve</em>, il noir targato Don Winslow, prossimamente sul grande schermo con la regia di Oliver Stone.  Un romanzo furbo e ben studiato, scritto da uno che la penna la sa tenere in mano, eccome.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 4px;" src="http://crazyhappyhour.myblog.it/media/01/01/1318067386.jpg" alt="" width="210" height="333" /><em>Le belve</em> è un romanzo ingannevole. Lo apri, leggi le prime righe e subito la grande mano di Don Winslow ti afferra e ti scaraventa nel confine fra Messico e California, a seguire le imprese di Ben e Chon, amici e spacciatori, costretti a una narco-guerra che sanno di non poter vincere ma dalla quale non possono tirarsi fuori, pur di salvare la loro amata Ophelia, per gli amici O. C’è gente che muore, spesso molto male e raramente nel proprio letto; c’è il sesso; c’è il tema dei pochi e caparbi eroi contro l’esercito dello spietato villain; c’è il degenero di un’umanità trascinata in assurde lotte per un potere che, in fondo, sono in pochi a volere davvero; c’è l’irrazionalità dei sentimenti come motore del tutto; c’è l’ineluttabilità del destino. Insomma tutto quello che serve per un noir solido e coinvolgente. E tu sei lì che leggi, non ce la fai a smettere, sei catturato dalla prosa asciutta e brillante, dai dialoghi precisi e taglienti, dal black humor da gangster, dallo snodarsi ben calibrato della trama, da un ritmo che non cala, da una tensione costante, da un taglio estremamente cinematografico (ammesso che i tuoi gusti lo ritengano un pregio). Ridi, ti esalti, ti preoccupi, fai il tifo per i buoni – laddove buoni è un termine da prendere con estrema cautela – finisci di leggere, chiudi il libro e dici “wow”.<br />
Poi ci pensi su e pian piano tornano a galla quei dettagli ai quali, nell’impeto della lettura, avevi dato poco peso: lo scarso spessore dei<img class="alignright" style="margin: 4px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_HajiHzonXK8/TLjGjCZyE8I/AAAAAAAAAEs/ciHbgWBLmjo/s1600/r147441_520016.jpg" alt="" width="210" height="243" /> personaggi, certe trovate stilistiche – parole allineate al centro, capitoli di tre righe – piuttosto gratuite, le critiche al consumismo un po’ tirate per i piedi. Quando poi scopri che il libro <a href="http://www.youtube.com/watch?v=KC2zbOwbeEs" target="_blank">è già diventato un film</a>, diretto nientemeno che da Oliver Stone, il cui nome peraltro compare già nei ringraziamenti, ti viene quasi da pensare che Winslow abbia rimaneggiato una sceneggiatura per poi vendertela come un libro, addirittura ti sfiora il dubbio che si tratti di un’astuta operazione di marketing per lanciare il film.<br />
Il tuo giudizio rimane quindi in sospeso, diviso fra la frenesia che ti rapiva mentre leggevi e la sensazione che l’autore abbia voluto darti esattamente quello che volevi senza sbagliare nulla nel prepararti questo regalo, nemmeno la carta con cui l’ha impacchettato. Insomma, ti sei accorto di essere stato artatamente sedotto e non capisci se ciò ti abbia dato fastidio oppure no.<br />
Forse un po’ sì e probabilmente Winslow <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Power_of_the_Dog" target="_blank">ha scritto di meglio</a>. Ciò non toglie che mentre seguivi le imprese di Ben, Chon, O e tutti gli altri tu ti sia ritrovato proprio lì, ad annusare i profumi del Messico, a viverne la tensione, a rimirare le spiagge californiane e ad assaporare il miscuglio di paura e adrenalina appena prima di un agguato. E scusate se è poco.</p>
<p style="text-align: right;">Titolo: <em>Le belve<img class="alignright" style="margin: 4px;" src="http://img2.webster.it/BIT/240/770/9788806207700.jpg" alt="" width="109" height="173" /></em><br />
Autore: Don Winslow<br />
Editore: Einaudi, Stile libero Big<br />
Dati: 2011, pp. 456, euro 19,50</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.webster.it/libri-belve_winslow_don_einaudi-9788806207700.htm?a=389717" target="_blank">Acquistalo su Webster.it </a></p>
<div class="alignleft"><g:plusone href="http://www.atlantidezine.it/lunica-qualita-che-riscatta-luniverso-e-la-sua-indifferenza.html" size="tall" count="true"></g:plusone></div>]]></content:encoded>
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