IL NOME DELLA ROSA

su Culto da

Titolo originale: Der Name der Rose
Anno: 1986, Italia | Germania dell’Ovest | Francia
Regia di: Jean-Jacques Annaud
Scritto da: Umberto Eco (romanzo), Andrew Birkin (sceneggiatura)

Sul finire dell’anno 1327, in un remoto monastero benedettino sito in una non meglio precisata località dell’Italia Settentrionale, alcuni monaci cominciano misteriosamente a morire. Presto il panico comincia a diffondersi come una malattia, e non passa molto prima che gli stessi monaci comincino a credere di essere di fronte ai segni dell’Apocalisse pornhub, che annunciano la venuta dell’Anticristo. Per far luce su questi misteri e tranquillizzare gli abitanti del monastero, l’abate ricorre dunque all’aiuto del frate francescano Guglielmo da Baskerville, ex inquisitore e uomo d’intelletto, noto per il suo acume e per la ferrea razionalità delle sue indagini, che si reca in visita al monastero in compagnia del suo giovanissimo novizio, Adso da Melk, bene intenzionato a gettare la luce della verità sulle numerose ombre che si aggirano fra i cupi, antichi corridoi di quei luoghi sperduti fra le montagne. Ciò che Guglielmo non sa e che, a dispetto del suo portentoso intelletto, non immagina neanche, è che i segreti custoditi da quelle spesse mura siano ben più gravi, e ben più importanti, della morte di alcuni monaci.

Da queste cupe, inquietanti premesse prende il via il film del 1986 “Il nome della rosa”, diretto da Jean-Jacques Annaud e liberamente tratto dal romanzo omonimo che il compianto Umberto Eco, prestigioso saggista italiano allora alla sua prima opera di narrativa, pubblicò per Bompiani nel 1980. L’omonimia delle due opere non deve trarre in inganno lo spettatore, però: si tratta infatti di due prodotti che, pur seguendo a grandi linee la stessa storia, e servendosi degli stessi personaggi principali, affrontano le vicende narrate in due modi completamente diversi; dove il romanzo di Eco si concentrava sulle disquisizioni filosofiche, teoriche e linguistiche, la pellicola di Annaud preferisce concentrarsi, per snellire la narrazione e renderla più fruibile ad un pubblico ampio e variegato, su un concetto molto più semplice, ovvero la contrapposizione fra due tipi di seduzione differenti, quella dell’intelletto, della smania di sapere, e quella del piacere, dell’amore carnale e del desiderio megasesso sessuale. Questa contrapposizione, che si inserisce nel quadro più ampio di una narrazione che si divide fra numerosi generi cinematografici diversi (giallo, thriller, gotico), fa da filo conduttore all’intera vicenda, incarnandosi nelle due anime opposte dei protagonisti, che pure, tramite l’amicizia che li lega, dimostrano che un connubio fra le due spinte è possibile, e che forse, anzi, rappresenta il punto massimo raggiungibile dall’animo umano.

Da un lato abbiamo infatti il razionale, quasi freddo Guglielmo da Baskerville, uomo estremamente intelligente, attento osservatore di fatti e persone, ma allo stesso tempo anche superbo, orgoglioso, ostinato e testardo nella necessità di dimostrare le proprie tesi, che ritiene sempre invariabilmente corrette e veritiere. Dall’altro, a lui si contrappone il giovane Adso, un animo più gentile, più empatico, più inesperto e innocente, vulnerabile pertanto alla più grande delle tentazioni, quella rappresentata dalla giovane contadina della quale ben presto si innamora, e con la quale finisce per consumare un rapporto sessuale ardente e appassionato (e questo nonostante la giovanissima età – appena sedici anni! – dell’attore Christian Slater quando interpretò il personaggio) che lascerà un segno profondo in entrambi i personaggi.

Così come Guglielmo è continuamente tentato dalla smania di sapere, dalla smania di assorbire in sé quanta più cultura possibile, e si dimostra spesso disinteressato a qualsiasi critica i suoi contemporanei possano muovere verso le opere di cui lui brama la lettura, Adso è continuamente tentato dalla ragazza di cui si è innamorato, dal desiderio di salvarla dal suo destino crudele, al punto da arrivare quasi a perdere di vista il vero obiettivo della sua presenza nel monastero benedettino in compagnia del suo maestro e mentore, pur di compiacere lei.

Annaud firma una pellicola ambiziosa, che pur semplificando di gran lunga la tesi del materiale di partenza, quando non decisamente sovvertendola, addirittura, mantiene intatto il suo sapore intellettuale, e non rinuncia alle atmosfere tipiche del cinema di genere: inquadrature oscure, claustrofobiche, inquietanti, che raggiungono il loro apice certamente nella descrizione dell’immenso e complicato labirinto-biblioteca all’interno del quale Guglielmo e Adso risolvono il mistero degli omicidi e scoprono la verità su chi trama nell’ombra per ripristinare sul monastero quel “terrore del divino” che si suppone debba preservare uno stile di vita modesto e pacifico, così come i dettami dell’ordine di San Benedetto impongono.

Il finale del film esplicita piuttosto chiaramente che si trattava fin dall’inizio di un tentativo destinato a fallire, e sono Guglielmo e Adso, alla fine, a trionfare, dopo avere unito le loro forze e messo da parte ciò che li tentava e rischiava di mandarli fuori strada, pur senza rinunciare del tutto a una piccola soddisfazione (Guglielmo riesce infatti a salvare alcuni libri dal rogo che devasterà il monastero, e Adso riesce a vedere la fanciulla di cui si è innamorato un’ultima volta, prima di abbandonarla per sempre).
Un’opera epica, inquietante, intrigante e conturbante nella maestria con cui mette a nudo l’intimità voglioporno più profonda dei personaggi di cui narra le vicende, destinata a restare impressa nella memoria di qualunque spettatore.

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