Un atlante con le recensioni dei film che hanno fatto la storia del cinema

Category archive

Italiani

MALENA

su Culto/Italiani da

Anno: 2000, Italy | USA
Regia di: Giuseppe Tornatore
Scritto da: Luciano Vincenzoni e Giuseppe Tornatore
Cast: Monica Bellucci, Giuseppe Sulfaro, Luciano Federico

Mentre l’Italia entra in guerra, nei primi anni quaranta, un ragazzino riceve in regalo la sua prima bicicletta e posa gli occhi per la prima volta sulla donna che diventerà il suo primo grande amore, la sua passione, il suo sogno erotico, fino ai limiti di una vera ossessione. Quella donna è Maddalena, detta Malena, una splendida giovane moglie che con la sua sfolgorante bellezza turba non solo la pubertà del giovane Renato, ma l’intero paese. Basta che cammini per strada, anche se tiene gli occhi bassi e non rivolge la parola a nessuno, perché la sua avvenenza rimescoli i sensi agli uomini e innervosisca le donne.

Quando suo marito parte per la guerra nessuno crede possibile che una donna tanto bella possa restare sola: non serve a nulla che lei sia riservata e fedele, che pensi soltanto al suo Nino lontano, l’intero paese parla di lei. La concupiscenza degli uomini e la gelosia invidiosa delle donne diventano presto maldicenza, velenosa quanto falsa. Le cose peggiorano quando arriva notizia che il marito di Malena è morto: ora che è vedova e libera le voci su di lei diventano irrefrenabili. L’unico che crede in lei, nella sua onestà, è Renato che pur non riuscendo a smettere di spiarla in ogni momento, di sognarla, di farne l’oggetto delle sue sfrenate fantasie, la idealizza e la ama sempre di più e vorrebbe proteggerla, da tutto e da tutti.
Ma non potrà fare niente per evitare che, mentre la guerra infuria e arriva anche nel paese, Malena trovandosi del tutto priva di mezzi si trovi costretta a vendere la sua bellezza agli invasori tedeschi.
E nemmeno potrà evitarle la tremenda vendetta con cui le compaesane daranno sfogo a tutto il loro livore, mentre i compaesani assistono inerti alla atroce punizione.

Dovrà andarsene, Malena, e solo quando il marito creduto morto tornerà da lei potrà ritrovare non solo una certa serenità, ma anche un nuovo rispetto da parte dei concittadini. Renato, che l’ha amata e desiderata tanto, le rivolgerà la parola una sola volta e per pochi istanti, ma non riuscirà mai a dimenticarla.

Tornatore dipinge un affresco di luci e colori che racconta una Sicilia ormai sparita e descrive con tocco da maestro luoghi e momenti, da quelli più languidamente erotici a quelli terribili della guerra in corso, con le atrocità che Malena stessa dovrà subire.
Con un uso sapiente della camera – come in certi momenti in cui questa è all’altezza degli occhi e mentre la protagonista cammina per il paese lo spettatore cammina con lei, sentendo le voci che la circondano – riesce a tratti a fare realmente sentire lo spettatore immerso in prima persona in quel momento, in quel luogo, all’interno della vicenda.

La Venere che incanta non solo i protagonisti del film ma anche chiunque lo guardi è una Monica Bellucci al massimo del suo splendore, che affida l’interpretazione del suo ruolo pressoché interamente al suo fascino erotico: non pronuncia quasi parola, è il suo corpo che parla, e lo sguardo malinconico e spesso desolato dei suoi bellissimi occhi.

Non privo di momenti divertenti, è un film girato da un regista che conosce bene il suo mestiere e sebbene la narrazione non sia esente da luoghi comuni e da qualche eccesso da cartolina nella rappresentazione, riesce ad essere coinvolgente e a tratti commovente, grazie anche alla colonna sonora di un Morricone che non si smentisce mai. Se gli uomini resteranno avvinti dalle grazie della protagonista e dal suo prorompente eros, il pubblico femminile non potrà non essere colpito dalla storia di una donna che soffre e viene punita a causa della sua bellezza, quasi che questa anziché un dono sia in qualche modo una dannazione, una colpa da espiare.

SPAGHETTI STORY

su Indie/Italiani da

Anno d’uscita: 2013, Italia
Scritto da: Ciro De Caro, Rossella D’Andrea
Diretto da: Ciro De Caro
Cast: Rossella D’Andrea, Xueying Deng, Valerio Di Benedetto

A volte sembra così semplice. Ti chiedi come mai ci siano tanti film pessimi quando basta così poco per fare un bel film. E te lo chiedi perché gli autori sono stati abbastanza bravi da non farti capire in quanti modi si poteva fallire, e quanto difficile sia stato trovare delle soluzioni narrative che funzionassero.
Te lo chiedi perché guardi il film e sorpreso di quanto ti sia piaciuto, non hai nulla da ridire.

Breve presentazione
“Spaghetti Story”, anche se categorizzato come commedia, è un film drama dal naturale tono ironico.
I protagonisti sono romani in cui è facile rivedere un amico o un amica se si abita a Roma. Ma che riescono ad incarnare bene il sentimento che vivono molti ragazzi e giovani uomini e donne del nostro paese nell’attuale periodo storico.
Seguiamo le vite di quattro persone molto diverse tra loro, ognuna con un fare spesso conflittuale verso l’altro (espresso con particolare abilità dagli attori) ma è un conflitto che non divide, al contrario è prova della loro intima unione.
Il tono è leggero e profondo allo stesso tempo e crea un ritmo piacevole e mai noioso.

Di seguito la recensione divisa in cinque punti:
-Trama;
-Cosa funziona;
-Cosa non funziona;
-Perché vederlo;
-Considerazioni finali.

Ma prima una rapida considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Gli autori avevano poche pretese, e una volta distribuito il film, sarebbero stati contenti di tenerlo in proiezione per una o due settimane, ma la gente lo apprezzava e rimaneva in sala, settimana, dopo settimana, dopo settimana.
Quando chiedono al regista Ciro De Caro che cosa ha voluto comunicare con “Spaghtti Story”, lui risponde che voleva solo raccontare bene la storia e fare un bel film. Non esiste risposta migliore.
La realizzazione è stata possibile con un budget di 15mila euro (una cifra insignificante per il livello raggiunto) e l’aiuto di tanti amici nel settore. Merita una menzione il fatto che buona parte di questa somma sia stata recuperata proprio dal regista vendendo la sua auto.
Il film è un gioiello che dovrebbe essere d’ispirazione per coloro che con pochi mezzi e tanta voglia desiderano realizzare un film.

Trama
Valerio (Valerio Di Benedetto) è un’aspirante attore sui trent’anni, che rifiutando di rinunciare al suo sogno, conduce ancora una vita dai tratti adolescenziali. Accetta, convinto dalla paga, di ritirare della droga per conto del suo miglior amico Cristian detto “Scheggia” (Cristian Di Sante) un simpatico tipo da strada che cerca di crearsi una posizione grazie a qualche “giretto”.
Nel luogo dove Valerio ritira la droga incontra una giovane ragazza cinese, Mei Mei, impiegata come prostituta. Valerio ne ha subito compassione.
Il punto di massima tensione arriva quando Valerio è messo di fronte all’evidenza che non riuscirà a diventare un attore, piegato dal senso pragmatico della sorella Giovanna (un’incantevole Rossella D’Andrea) e spezzato dai problemi con la sua ragazza Serena (Sara Tosti) pressata dall’istinto materno.
Questo momento lo rende capace di un’azione all’apparenza sconsiderata, ma in effetti coraggiosa e matura, che crea l’ennesimo conflitto tra le parti, ma che ancora una volta si risolve nell’indissolubile affetto che lega i personaggi.

Cosa funziona
La rappresentazione della situazione sociale, personale e privata di Valerio è perfetta, reale, e presentata con naturalezza attraverso le normali interazioni tra i personaggi.
Il particolare modo in cui si manifestano le relazioni era davvero di difficile resa, ma risulta perfettamente naturale grazie alla perfetta recitazione, aiutata probabilmente dalla scelta azzeccata del cast o da una sceneggiatura che sembra cucita sugli attori.
Il flusso emotivo in costante crescendo trova una corretta soluzione nel finale.
Il montaggio è caratterizzato da tagli che si è abituati a vedere sui video di YouTube, che aggiustano i tempi della recitazione e delle scene. Ma che sia stata una scelta ponderata o una soluzione tecnica trovata a posteriori, funziona.

Cosa non funziona
La scrittura è sicuramente acerba, sebbene l’intuito degli scrittori consegni una storia tutto sommato fluida e coerente. Tale inesperienza si manifesta in diversi modi. Per esempio nelle piccole e grandi forzature a cui sono stati costretti per mantenere il riuscito flusso emotivo. E ancora nella caratterizzazione ingenua di Valerio mostrato a giocare ai video game, o col trenino, e facendo ripetere da chiunque quanto Valerio sia immaturo, nella convinzione che questo lo renda tale di fronte agli spettatori.

Perché vederlo
Per la complessa e familiare realisticità delle relazioni. Per il personaggio di Scheggia e la sua spassosa interpretazione. Per quello che mi piace credere sia il moderno umorismo italiano. Per godere di un film ben fatto.

Considerazioni finali
Consigliato a chi piace riconoscere in un film la propria realtà, farsi due risate e a cui non dispiace terminare la visione con un sentimento amaro e dolce. Un film dalla resa pulita, nato senza pretese, ma pienamente soddisfacente dal punto di vista dell’intrattenimento e ricco di spunti di riflessione per chi li cerca.

Voto IMDb: 6,4
Voto Recensore: 6,7

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

su Indie/Italiani da

Anno d’uscita: 2015, Italia
Scritto da: Nicola Guaglione
Diretto da: Gabriele Mainetti
Cast: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli

IronMan, Captain America, Thor, Wolverine, Lanterna Verde, Green Hornet, L’uomo Ragno, L’uomo Pipistrello, L’uomo Formica, Avengers, Guardiani della Galassia, I Fantastici Quattro, X-men, ma anche Hancock, Mad Max, Deadpool, e molti, molti altri con almeno tre quattro sequel ognuno.
Film che vediamo ormai da anni e che non è raro ci annoino a dispetto dei fantamiliardi spesi per la loro realizzazione.
E quando la nausea per i supereroi ha ormai superato il limite da un pezzo, esce un film italiano, su un super eroe italiano: “Lo chiamavano Jeeg Robot”.
Il regista aveva girato qualche anno prima un cortometraggio intitolato “TigerBoy”, su un ragazzino che ispirato da un wrestel Romano chiamato “Il Tigre” riesce ad uscire da una orribile situazione.
Alla radio a proposito di “Lo chiamavano JR” questo regista dice: “sapevo come far funzionare questa cosa”, e aveva ragione.

Breve presentazione
Lo chiamavano Jeeg Robot è un film d’avventura supereroistico, che usa questo genere senza scopiazzare il fare americano o cercare di ricalcare i modi da fumetto. Infatti carpita l’essenza del genere la applica al quotidiano di un uomo qualsiasi della periferia Romana e la sviluppa in modo coerente e realistico. Un degno comic movie apprezzato da critica e pubblico.

Di seguito la recensione divisa in cinque punti:
1. Trama;
2. Cosa funziona;
3. Cosa non funziona;
4. Perché vederlo;
5. Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Vedere dei film italiani di buon livello e capaci di intrattenere non capita molto spesso.
E’ risaputo che il livello medio dei film del bel paese è molto basso e quando mi chiedono una valutazione su un film italiano mi accorgo di usare un metro di giudizio diverso rispetto a quello che uso per quelli non nazionali. Ma in questo caso se dovessi usare il “metro italiano” dovrei dare una valutazione vicina al dieci, quindi ritengo più appropriato usare il severo metro di giudizio che utilizzo per il resto dei film del pianeta.

Trama
Enzo Ceccotti scappa lungo la riva del Tevere inseguito da qualcuno con brutte intenzioni. Riesce a trovare scampo immergendosi nelle sporche acque del fiume, ma scivolando su dei barili di rifiuti tossici abbandonati in acqua, rischia di annegare. Proprio da questo incidente otterrà una forza sovraumana e un corpo super resistente.
Inizialmente utilizza queste capacità impiegandole per le sue personali attività criminali, ma la compagnia quasi obbligata di Alessia, la figlia di un inquilino del suo palazzo, lo coinvolgerà negli affari di un folle criminale chiamato “Lo Zingaro”. Questa avventura lo porterà a riacquistare fiducia nell’umanità e ad accettare il suo ruolo da eroe.

Cosa funziona
La struttura del genere è pulita e calata perfettamente nel contesto della odierna Roma di periferia.
La tecnica registica è buona, riesce in qualche acrobazia e osa soluzioni molto riuscite.
Il linguaggio curatissimo dei personaggi è perfettamente naturale.
L’interpretazione di Luca Marinelli (Lo Zingaro) svetta su tutti alzando il livello già alto delle performance attoriali.
Il ritmo veloce non annoia un attimo.
I personaggi sono coerenti.
Il comparto tecnico e le scelte di produzione consegnano un prodotto ottimo.

Cosa non funziona
Ma esistono anche dei problemi, per la maggior parte di scrittura, sebbene vada riconosciuto che la scrittura era proprio il nodo più critico e che è riuscita nell’impresa della trasposizione di un genere quasi completamente estraneo all’Italia.
Sebbene si sia fatto molto in tal senso qualche scena rimane molto più godibile per un pubblico Romano che conosce i luoghi delle scene, rispetto a uno spettatore generico.
La motivazione dell’antagonista poteva essere più definita e profonda così come poteva esserlo il suo “obbiettivo malvagio”.
La chiamata all’eroismo appare leggermente forzata.
E in generale si avverte una certa mancanza di empatia verso il protagonista di cui ci viene rivelato troppo poco.

Perché vederlo
Perché è un buon film. Perché i momenti drammatici e quelli comici sono perfettamente dosati e mai fuori luogo. Perché è entusiasmante vedere luoghi che ci appartengono calati in una atmosfera così diversa. Per l’interpretazione di Luca Marinelli e per quella di Ilenia Pastorelli.
Perché non ve ne pentirete.

Considerazioni finali
Lo chiamavano Jeeg Robot è un buon prodotto di intrattenimento, consigliato non solo per gli amanti del genere supereroistico, ma anche per chi ha un debole per l’ambientazione criminale e per chiunque voglia godersi un film italiano senza rimanerne deluso.

Voto IMDb: 7,8
Voto Recensore: 6,8

Torna su