Un atlante con le recensioni dei film che hanno fatto la storia del cinema

Category archive

Indie

LA PIANISTA

su Indie da

Titolo originale: La Pianiste
Anno e paese: Francia-Austria, 2001
Regia di: Michael Haneke
Scritto da: Michael Haneke
Cast: Isabelle Huppert, Annie Girardot, Benoît Magime

Erika Kohut (Isabelle Huppert) è una rigida, intransigente pianista di indiscusso talento, e lavora come insegnante presso il Conservatorio di Vienna. Malgrado non sia più una ragazzina, vive ancora con la madre, una donna anziana oppressiva e possessiva, sempre pronta a criticare la figlia per ogni desiderio che lei reputa un capriccio, e a colpevolizzarla se qualcosa non va come lei avrebbe preferito. Il rapporto fra le due è costantemente teso fra due estremi, l’affetto intenso e la co-dipendenza che provano l’una per l’altra e l’odio per i limiti che la loro convivenza impone, odio che, spesso e volentieri, si manifesta in inarrestabili scoppi d’ira e di violenza al termine dei quali entrambe si scusano, in lacrime, l’una con l’altra.

L’esistenza di Erika è noiosa e vuota, la donna non ha alcun passatempo oltre il proprio lavoro, e la sudditanza psicologica nei confronti della madre l’ha resa, nel corso degli anni, sempre più repressa e frustrata. Le sue uniche vie di fuga, gli unici vizi che si concede per cercare di scaricare un po’ di tensione, sono i film pornografici e il voyeurismo, entrambi passatempi che Erika si concede, naturalmente, di nascosto dalla madre.

Nessuna di queste cose è in realtà sufficiente per lei, dilaniata dal conflitto interiore che si scatena fra le sue oscure, pericolose inclinazioni sessuali (la donna desidera infatti un rapporto sadomasochistico in cui possa recitare la parte della sottomessa, e ricerca attivamente il dolore sia come valvola di sfogo che come strumento catartico rispetto alla situazione oppressiva e senza via di fuga che si ritrova a vivere) e la parte predominante del suo carattere, vale a dire il suo intelletto, la sua ferrea, rigida razionalità (per dirla con le sue parole: “Io non ho sentimenti. E anche se ne ho, per un giorno non prevarranno mai sulla mia intelligenza.”).

La vita priva di eventi dell’insegnante di musica prosegue sempre uguale a se stessa finché, in occasione di un concerto privato, non conosce il giovane Walter (Benoît Magimel), studente di ingegneria e virtuoso del pianoforte. Il ragazzo non nasconde neanche per un secondo l’interesse che Erika suscita in lui, e sebbene lei inizialmente cerchi di mantenere il controllo ed imporre una certa distanza fra di loro, alla fine si ritrova a cedere, e ad accettare le sue avances. Il problema è che Walter è innamorato di lei in senso molto canonico, romantico, quasi banale, e la banalità è l’ultimo dei desideri di Erika: quello che la donna vuole è un rapporto intenso, che sovverta le rigide regole della sua monotona esistenza, e dal momento che Walter continua a ripetere di amarla Erika decide di aprirsi con lui, di raccontargli i suoi più intimi desideri, sperando che lui riesca a comprenderla e possa finalmente darle ciò di cui ha bisogno.

Così non è, e dal momento in cui Walter scopre le reali inclinazioni della donna il loro rapporto si deteriora progressivamente, scivolando nell’ossessione e nella violenza, una conseguenza che non fa felice Walter, ma non fa felice nemmeno Erika: il tipo di dolore che Walter le infligge, infatti, non è quello controllato e governato da regole ben definite nel quale sperava, ma un’esplosione di violenza e rancore alla quale la donna non era preparata, e che la devasta psicologicamente.

Michael Haneke, alla regia di quella che è riconosciuta a ragione come una delle sue opere più riuscite, La pianista (2001), sceglie di raccontare una storia che solo apparentemente parla di sesso, e che in realtà rappresenta una vera e propria discesa negli abissi di disperazione che l’animo umano può racchiudere quando frustrato e represso da una quotidianità che non lo soddisfa. Sceglie di farlo senza pietà, senza mezze misure e senza fornire alibi né giustificazioni ai suoi personaggi: sia Erika che Walter commettono, da una parte e dall’altra, errori imperdonabili, e si rendono protagonisti di violenze e crudeltà indicibili, facendosi del male a vicenda senza riuscire a scorgere un limite agli eccessi delle loro azioni. Haneke li mostra sullo schermo nudi, spogliati da ogni sovrastruttura, così come nude sono le scenografie, gli ambienti essenziali attraverso i quali si alternano le loro vicende, così come nuda è la fotografia, impostata su colori chiari e impalpabili, quasi spenti, per sottolineare anche visivamente la povertà delle vite che racconta, senza filtri che possano edulcorarla.

Il finale è cupo e impietoso, ma allo stesso tempo non cede a facili patetismi: sarebbe facile bollare Erika come una figura di donna sottomessa, sconfitta dalla violenza, dall’uomo al quale ha offerto il manico del coltello, ma così non è, e la scena finale è altamente simbolica, in questo senso: il coltello è in mano ad Erika, ed è lei che lo utilizza per ferire se stessa, prima di fuggire dal teatro nelle fredde strade di Vienna, dopo l’ennesima delusione che Walter le dà.

La pianista (tratto dal romanzo omonimo della scrittrice austriaca Elfriede Jelinek, Premio Nobel per la Letteratura nel 2004) è un affresco crudele ma sincero col dolore come soggetto dominante: dolore fisico ed emotivo si alternano sulla scena, supportati dalla bravura dei due attori protagonisti (entrambi premiati a Cannes per i loro ruoli in questo film) e dal talento indiscusso della mano che, con fermezza e chiarezza, li dirige. Un vero e proprio capolavoro.

WHAT WE DO IN THE SHADOW

su Horror/Indie da

Anno: 2014, New Zealand | USA
Scritto e diretto da: Jemaine Clement, Taika Waititi
Cast: Jemaine Clement, Taika Waititi, Cori Gonzalez-Macuer

Vi è mai capitato di pensare a come sarebbe la vita dei supereroi o dei personaggi di fantasia se vivessero effettivamente nel mondo reale? Magari visto che i super capelli di Superman non possono essere tagliati dalle forbici, sarebbe costretto a farseli crescere e ciò gli causerebbe problemi nel trovare un lavoro rispettabile. La Torcia-Umana non avrebbe bisogno di pagare le bollette del gas e cucinerebbe direttamente sul piatto a tavola, e l’Uomo-Invisibile non pagherebbe mai un biglietto per entrare al cinema. E avete mai pensato a come sarebbe la vita dei vampiri nel loro quotidiano?

Breve presentazione
“What We Do In The Shadows” è una commedia in stile mokumentary, o meglio, falso reality, riguardo la vita di quattro vampiri che condividono lo stesso appartamento. Tutti gli inquilini hanno una caratterizzazione comica (persino Petyr, il più truce). Il documentario li mostra alle prese con i problemi di tutti i giorni che un comune vampiro deve affrontare. Dalla divisione delle faccende di casa, alle lamentele riguardo gli eccessivi spargimenti di sangue sul divano antico, o ancora sulle difficoltà di prepararsi per uscire senza potersi specchiare.

Di seguito la recensione divisa in cinque punti:
Trama;
Cosa funziona;
Cosa non funziona;
Perché vederlo;
Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
L’idea nasce nove anni prima con un cortometraggio omonimo: What We Do in the Shadows: Interviews with Some Vamipires (Cosa Facciamo nelle Ombre: Intervista con Qualche Vampiro) e da lì deve essersi sviluppata fino a prendere la forma di un lungometraggio.
L’idea è semplice, ma approfondita dagli autori e sviluppata in modo originale curando meticolosamente non solo la sceneggiatura, ma anche la realizzazione.
Una cura infinita che ha dato ottimi risultati.

Trama
Una troupe di cameramen vive alcuni mesi nell’appartamento condiviso da quattro vampiri che concedono loro il permesso di realizzare un documentario sul modo di vivere vampiresco.
Viago (T. Waititi) è un educato vampiro un po’ imbranato e riveste il ruolo della mammina della casa.
Vladislav (J. Clement) è il secondo vampiro più anziano della casa, un tempo molto potente, adesso provato nei suoi poteri dalle lotte avute con “La Bestia” suo nemico giurato.
Deacon (Jonny Brugh) è il vampiro più giovane con poco più di un secolo e mezzo. E’ scapestrato e va sempre in cerca di guai e capita passi la notte trasformato in cane ad accoppiarsi.
E infine Petyr (Ben Fransham), un millenario vampiro rispettato e temuto persino dai suoi coinquilini.
Le vicende principali riguardano: la ricerca da parte di Viago della sua innamorata umana a cui rinunciò anni addietro per lasciarle vivere una vita normale, ma di cui è ancora innamorato; i trascorsi misteriosi tra Vladislav e la Bestia; l’antipatia tra Deacon e il neo-vampiro Nick; le rivalità tra il gruppo di vampiri e quello degli educati lupi mannari; ed infine le vicende riguardanti un rubicondo umano chiamato Stu, che riesce a conquistare la simpatia dei vampiri e anche quella dei lupi mannari.

Cosa funziona
Una su tutte la sceneggiatura. La scrittura è veramente buona e ogni elemento è pensato per essere la preparazione per un nuovo evento, divertente o sorprendente. Nulla è stato lasciato rozzo e poco rifinito. Per le gag e le situazioni non c’è altro aggettivo se non geniale.
Gli scrittori, non che registi, interpretano anche i ruoli dei protagonisti principali e lo fanno molto bene.
Lo stile finto reality è davvero curato ed esagerato lì dove serve a creare l’effetto comico. (Interessante sapere che il copione non è stato fatto leggere integralmente agli attori, così da poter filmare le loro reazioni naturali agli eventi).
E credo di doverlo ripetere: la quantità di trovate geniali. Dalle bambine vampire, ovviamente adulte nell’animo dopo secoli di esperienza, che attirano con facilità i pedofili che poi uccidono per nutrirsi, alla servitrice aspirante vampira che organizza il banchetto per il suo padrone invitando i suoi vecchi compagni che odia, ignari che saranno loro il pasto, e moltissime altre che non voglio rovinarvi.

Cosa non funziona
Difficile a dirsi. Quando un film è così buono puoi fare solo ipotesi su cosa forse l’avrebbe potuta rendere ancora migliore.
Forse si poteva accentuare l’aspetto che vede situazioni orrende trattate con la massima naturalezza dai vampiri, che è un aspetto disturbante, che si intravede, ma che non si è voluto approfondire.
La trovata della “Bestia” poteva essere resa in modo meno banale.
La storia d’amore di Viago si sarebbe potuta far sentire con maggior trasporto.
E a voler essere pignoli, gli effetti speciali, quasi sempre ottimi, rovinano l’atmosfera di realisticità quando giungono alla levitazione dei vampiri, troppo evidentemente creata sollevando gli attori con le corde.

Perché vederlo
Perché è probabilmente una delle migliori commedie degli ultimi anni. Perché è sviluppata in modo abile e intelligente. Perché è un film talmente originale da non poter essere dimenticato e che consiglierete. Perché dopo questo film non c’è più nulla da dire sui vampiri.

Considerazioni finali
What We Do in the Shadows è uno dei film rivelazione del 2014, una commedia che sebbene possa non regalare risate rumorose, vi manterrà costantemente divertiti dalle situazioni improbabili, dai risvolti comici e dalle trovate geniali, organizzati in una ottima struttura narrativa. Consigliato davvero per chiunque.

Voto IMDb: 7,6
Voto Recensore: 7,5

PARLA CON LEI

su Festivals/Indie da

Titolo originale: Hable con ella
Anno: 2002, Spagna
Regia e sceneggiatura di Pedro Almodóvar
Cast: Rosario Flores, Javier Cámara, Darío Grandinetti

È una storia di ossessione quella che Pedro Almodóvar racconta in Parla con lei (2002), la storia di un’ossessione morbosa, totalizzante, non solo addirittura inconsapevole, ma anche giudicata con una certa indulgenza, una certa tenerezza, nel corso della lunga narrazione che, nell’arco di quasi due ore, porta lo spettatore a conoscere le strane vicende di Benigno (infermiere con alle spalle un rapporto di morbosa dipendenza dalla madre, interpretato da un perfetto Javier Cámara) e Marco (scrittore di guide turistiche che non ha mai davvero superato il fallimento del primo matrimonio, e che scopre nel corso della pellicola che, a sua insaputa, anche il secondo rapporto importante della sua vita, sul quale aveva puntato tanto, era già fallito anch’esso prima che se ne accorgesse).

All’indomani della scomparsa della madre, Benigno ha bisogno di qualcosa di nuovo, qualcosa che possa occupare il suo tempo e la sua mente come faceva prendersi cura di lei. Questo qualcosa diventa Alicia, giovane ballerina della scuola di danza proprio dall’altra parte della strada rispetto casa di Benigno. Lui la segue per giorni, perdutamente innamorato di lei anche se con lei non ha mai scambiato una parola, arriva perfino al punto di richiedere un appuntamento con suo padre (psichiatra), pur di avvicinarsi a lei, rivederla anche solo per un attimo. Poi qualcosa di drammatico succede, Alicia rimane coinvolta in un terribile incidente automobilistico che la lascia in coma, ed è Benigno, in quanto infermiere, a prendersi cura di lei per i successivi quattro anni. Il suo rapporto con la donna incosciente non è però quello che ci si aspetterebbe da un comune infermiere, è molto più intimo, abbraccia sfumature più romantiche: Benigno parla con lei, le racconta delle proprie giornate, dei propri incontri, fa tutto quello che lei gli aveva detto di amare, fra cui andare al cinematografo per assistere alla proiezione di bizzarre pellicole mute in bianco e nero, e di tutto ciò rende Alicia partecipe, senza rendersi conto che lei non può in alcun modo ricambiare questa partecipazione in modo attivo.

Frattanto, fra Benigno e Marco (costretto a frequentare lo stesso ospedale in cui il primo lavora quando la sua fidanzata, Torera, resta gravemente ferita nell’arena) nasce un’intensa amicizia. I due si supportano a vicenda, Benigno aiuta Marco a stabilire un rapporto prendiporno più affettuoso con la fidanzata e, quando la verità su Benigno viene fuori (Alicia si scopre essere incinta, ed è lui il colpevole), Marco lo sostiene fino all’ultimo, senza mai dubitare della sua innocenza, anche di fronte alla più cruda verità. Quando poi Benigno, stremato dalla reclusione e dalla nostalgia di Alicia, si toglie la vita in carcere, andando a piangere sulla sua tomba Marco gli rivelerà che Alicia, in seguito al parto, si è risvegliata, ed è tornata a vivere la sua vita. “L’hai risvegliata,” gli dice, parlandogli anche se lui non può ascoltarlo come Benigno faceva con Alicia, sottintendendo che sia stato anche merito suo se Alicia è riuscita a riprendersi dal coma.

L’ossessione morbosa, presentata senza filtri né veli, mai indorata, sempre esibita di fronte allo spettatore senza nessun tipo di pudore, è il centro emotivo e narrativo della vicenda: attorno a questo concetto ruota tutta la pellicola, sia nella storia che narra sia nell’esposizione formale, nelle scenografie che si alternano, gli ambienti chiusi e asfittici dell’ospedale, della prigione e del teatro contrapposti a quelli abbaglianti, aperti e ariosi degli esterni (la terrazza nella quale Benigno ama portare Alicia a “prendere aria”, l’arena, la spiaggia), ma soprattutto quella che è la vera perla del film, un minuscolo “film nel film”, muto e in bianco e nero, in cui un uomo un po’ in carne fa da cavia per il siero sperimentale della fidanzata scienziata Amparo (una splendida lupoporno Paz Vega), siero che dovrebbe aiutarlo a dimagrire e che invece finisce per “restringerlo” sempre di più, rendendolo alla fine così piccolo da essere in grado di introdursi dentro di lei, in una metafora del ritorno all’utero materno che viene poi esplicitata ulteriormente dalla gravidanza di Alicia, e che è il vero nocciolo di tutto il personaggio di Benigno.

Almodóvar porta sul grande schermo una storia scabrosa narrata certo con più indulgenza rispetto al precedente Légami! (1990) o al successivo La mala educación (2004), che pure ruotavano attorno allo stesso concetto (l’ossessione morbosa e le sue conseguenze sia per chi compie gli atti deplorevoli di cui quest’ossessione è la causa, sia per chi ne rimane vittima), ma che resta comunque un racconto crudo, a più riprese inquietante, sottolineato da artifici cinematografici che sono ormai da anni la cifra stilistica di un regista che, pur controverso e non per tutti i palati, resta comunque uno dei migliori e più rilevanti (se non il migliore e più rilevante) regista spagnolo xvideos del nostro tempo.

LA VITA DI ADELE – CAPITOLO 1 E 2

su Erotici/Festivals/Indie da

Titolo originale: La vie d’Adèle
Anno: 2013, Francia
Regia di: Abdellatif Kechiche
Scritto da: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix
Cast: Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Salim Kechiouche

Giustamente molto lodato e premiato, anche con Palma d’Oro a Cannes nel 2013, “Vita di Adele” è uno splendido film, di rara intensità ed emozione, girato da un Abdellatif Kechiche che qui, dopo i già apprezzati “La schivata”, “Cous cous” e “Venere nera”, è davvero in stato di grazia.

Tratto dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, da cui peraltro si discosta per diversi aspetti, il film narra la storia di Adele, quindicenne in un liceo della Francia del Nord, che, affamata di cibo e di amore, alla ricerca insaziabile di qualcosa che ancora non sa definire, vive una adolescenza non facile, pressata da compagni di scuola stupidi e grevi che la percepiscono “diversa” e la tormentano per questo. Una famiglia tutto sommato affettuosa, di brava gente ma convenzionale, non può offrirle comprensione e sostegno per affrontare le sue difficoltà, le sue incertezze, i suoi dubbi.
Nel tentativo di conformarsi ai coetanei si accompagna a Thomas, ma quello che lui le può dare non ciò che Adele cerca, ciò che con slancio e irruenza desidera ma non sa definire.
L’incontro con Emma dai capelli blu, interpretata da una magnifica Léa Seydoux, più adulta di lei e più risolta, lesbica e artista, le sconvolgerà l’esistenza, facendole scoprire l’amore, quello vero, la vera passione, il vero abbandonarsi a qualcuno sentendosi amanti e amati.
Il dono di un amore così intenso e totalizzante non teme certo la diffidenza e l’ostracismo di chi non lo comprende, e Adele sboccia nel suo essere donna, felice come mai prima.
Ma iniziata come un perfetto idillio, col tempo la storia con Emma, con cui è andata a convivere, inizia a vacillare: Adele, diventata insegnante, non si sente molto coinvolta dalle problematiche della comunità gay in cui Emma è ben inserita, e pur prestandosi a cucinare per loro non riesce a trovare negli amici di Emma, nella sua cerchia di artisti, una vera comunanza.

Arriva a sentirsi un po’ messa da parte, forse trascurata, e quasi senza accorgersene si concede a un collega, senza un vero interesse, tanto per “cambiare un pochino”. Ma Emma, nonostante sia già innamorata di un’altra donna – o forse proprio a causa di questo – non le perdonerà il tradimento, cacciandola e gettandola nella disperazione assoluta. La vita di Adele andrà avanti, ma nella sua infelicità lei non cesserà mai di rimpiangere e cercare l’amore perduto, quella luce che nella sua vita non riesce più a trovare.
Kechiche, da qualcuno criticato per le scene di sesso lesbico lunghe e insistite, racconta magistralmente il magico passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la scoperta di sé stessi, dell’amore, del sesso, della intensità della vita. Lo fa chiedendo alle sue attrici un enorme sforzo: incolla la macchina da presa al volto di Adele Exarchopoulos e non la molla più, in una serrata insistenza di primi piani che non possono non aver messo a dura prova l’attrice, la quale risponde splendidamente e con naturalezza alla richiesta del regista non solo di interpretare ma quasi di “reicarnarsi” nella protagonista.
Una protagonista che nella sua carnalità, nella sua fame di cibo, di amore, di sesso, di vita, brilla di tutto il confuso e vitale splendore del delicato e al tempo stesso violento passaggio all’età adulta.

Il risultato è di una passionalità, una emozione, un aderenza al reale non comuni, tanto che il Guardian scriverà con entusiasmo “Le lunghe scene di sesso sono così esplicite e candide da risultare magnifiche, e fanno sembrare il sesso di Ultimo tango a Parigi arrogante e datato”.
Nello stringersi negli spazi di un’aula, una camera, una cucina, il film si dilata in una cocente ricerca di interiorità, narrata con una naturalezza, una mancanza assoluta di morbosità che lascia commossi, emozionati e incantati.

SPAGHETTI STORY

su Indie/Italiani da

Anno d’uscita: 2013, Italia
Scritto da: Ciro De Caro, Rossella D’Andrea
Diretto da: Ciro De Caro
Cast: Rossella D’Andrea, Xueying Deng, Valerio Di Benedetto

A volte sembra così semplice. Ti chiedi come mai ci siano tanti film pessimi quando basta così poco per fare un bel film. E te lo chiedi perché gli autori sono stati abbastanza bravi da non farti capire in quanti modi si poteva fallire, e quanto difficile sia stato trovare delle soluzioni narrative che funzionassero.
Te lo chiedi perché guardi il film e sorpreso di quanto ti sia piaciuto, non hai nulla da ridire.

Breve presentazione
“Spaghetti Story”, anche se categorizzato come commedia, è un film drama dal naturale tono ironico.
I protagonisti sono romani in cui è facile rivedere un amico o un amica se si abita a Roma. Ma che riescono ad incarnare bene il sentimento che vivono molti ragazzi e giovani uomini e donne del nostro paese nell’attuale periodo storico.
Seguiamo le vite di quattro persone molto diverse tra loro, ognuna con un fare spesso conflittuale verso l’altro (espresso con particolare abilità dagli attori) ma è un conflitto che non divide, al contrario è prova della loro intima unione.
Il tono è leggero e profondo allo stesso tempo e crea un ritmo piacevole e mai noioso.

Di seguito la recensione divisa in cinque punti:
-Trama;
-Cosa funziona;
-Cosa non funziona;
-Perché vederlo;
-Considerazioni finali.

Ma prima una rapida considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Gli autori avevano poche pretese, e una volta distribuito il film, sarebbero stati contenti di tenerlo in proiezione per una o due settimane, ma la gente lo apprezzava e rimaneva in sala, settimana, dopo settimana, dopo settimana.
Quando chiedono al regista Ciro De Caro che cosa ha voluto comunicare con “Spaghtti Story”, lui risponde che voleva solo raccontare bene la storia e fare un bel film. Non esiste risposta migliore.
La realizzazione è stata possibile con un budget di 15mila euro (una cifra insignificante per il livello raggiunto) e l’aiuto di tanti amici nel settore. Merita una menzione il fatto che buona parte di questa somma sia stata recuperata proprio dal regista vendendo la sua auto.
Il film è un gioiello che dovrebbe essere d’ispirazione per coloro che con pochi mezzi e tanta voglia desiderano realizzare un film.

Trama
Valerio (Valerio Di Benedetto) è un’aspirante attore sui trent’anni, che rifiutando di rinunciare al suo sogno, conduce ancora una vita dai tratti adolescenziali. Accetta, convinto dalla paga, di ritirare della droga per conto del suo miglior amico Cristian detto “Scheggia” (Cristian Di Sante) un simpatico tipo da strada che cerca di crearsi una posizione grazie a qualche “giretto”.
Nel luogo dove Valerio ritira la droga incontra una giovane ragazza cinese, Mei Mei, impiegata come prostituta. Valerio ne ha subito compassione.
Il punto di massima tensione arriva quando Valerio è messo di fronte all’evidenza che non riuscirà a diventare un attore, piegato dal senso pragmatico della sorella Giovanna (un’incantevole Rossella D’Andrea) e spezzato dai problemi con la sua ragazza Serena (Sara Tosti) pressata dall’istinto materno.
Questo momento lo rende capace di un’azione all’apparenza sconsiderata, ma in effetti coraggiosa e matura, che crea l’ennesimo conflitto tra le parti, ma che ancora una volta si risolve nell’indissolubile affetto che lega i personaggi.

Cosa funziona
La rappresentazione della situazione sociale, personale e privata di Valerio è perfetta, reale, e presentata con naturalezza attraverso le normali interazioni tra i personaggi.
Il particolare modo in cui si manifestano le relazioni era davvero di difficile resa, ma risulta perfettamente naturale grazie alla perfetta recitazione, aiutata probabilmente dalla scelta azzeccata del cast o da una sceneggiatura che sembra cucita sugli attori.
Il flusso emotivo in costante crescendo trova una corretta soluzione nel finale.
Il montaggio è caratterizzato da tagli che si è abituati a vedere sui video di YouTube, che aggiustano i tempi della recitazione e delle scene. Ma che sia stata una scelta ponderata o una soluzione tecnica trovata a posteriori, funziona.

Cosa non funziona
La scrittura è sicuramente acerba, sebbene l’intuito degli scrittori consegni una storia tutto sommato fluida e coerente. Tale inesperienza si manifesta in diversi modi. Per esempio nelle piccole e grandi forzature a cui sono stati costretti per mantenere il riuscito flusso emotivo. E ancora nella caratterizzazione ingenua di Valerio mostrato a giocare ai video game, o col trenino, e facendo ripetere da chiunque quanto Valerio sia immaturo, nella convinzione che questo lo renda tale di fronte agli spettatori.

Perché vederlo
Per la complessa e familiare realisticità delle relazioni. Per il personaggio di Scheggia e la sua spassosa interpretazione. Per quello che mi piace credere sia il moderno umorismo italiano. Per godere di un film ben fatto.

Considerazioni finali
Consigliato a chi piace riconoscere in un film la propria realtà, farsi due risate e a cui non dispiace terminare la visione con un sentimento amaro e dolce. Un film dalla resa pulita, nato senza pretese, ma pienamente soddisfacente dal punto di vista dell’intrattenimento e ricco di spunti di riflessione per chi li cerca.

Voto IMDb: 6,4
Voto Recensore: 6,7

VICTORIA

su Indie da

Anno d’uscita: 2015, Germania
Scritto da: Sebastian Shipper, O. Neergaard-Holm, E.F. Schulz
Diretto da: Sebastian Schipper
Cast: Laia Costa, Frederick Lau, Franz Rogowski

Una notte, una città, una ripresa.

Guardi i titoli di testa sparire sopra una ragazza che balla in discoteca. E la camera rimane fissa su di lei, a lungo, troppo a lungo. Poi lei si muove e la camera la segue. Ti aspetti che ci sia un taglio prima o poi, che è impossibile che abbiano girato un film tutto d’un fiato precludendosi la possibilità d’errore.

Segui la ragazza al bar, la segui quando incontra un gruppetto di piantagrane, continui a seguire questo gruppo e il taglio non arriva, e a un certo punto ti dimentichi di aspettarlo, e ti ritrovi ad essere uno dei personaggi che si muove con loro lungo le strade, che sta con loro sul tetto, in taxi, in discoteca. Ti dimentichi che è un film, e sei semplicemente lì, di fronte alla realtà.

Breve presentazione

“VIctoria” è un film drama/crime girato con un unico piano sequenza. Le vicende si svolgono a Mitte, un quartiere di Berlino, durante le ore finali della notte e il primo mattino. Il cast è formato da giovani attori abbastanza bravi da non sembrare attori. L’atmosfera del film è quasi da reality e dopo qualche minuto puoi respirare l’atmosfera familiare di una serata tra ragazzi un po’ scapestrati, come è capitato a tutti di diventare, dopo una serata carica e qualche birra. Ma la storia prende presto una direzione affatto ordinaria.

Di seguito la recensione divisa in cinque punti:

  1. Trama;
  2. Cosa funziona;
  3. Cosa non funziona;
  4. Perché vederlo;
  5. Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale

Molti avranno visto “Birdman” e avranno notato l’assenza di tagli, ma è chiaro che il film sia diviso in sezioni e in scene dove in effetti il taglio è stato possibile, sebbene reso invisibile.

Ma esistono film girati sul serio con un’unica ripresa, videos de sexo e di “Russian Ark” o “Timecode” tra i più recenti e “The Rope” (Nodo alla Gola) di Hitchcock, con sette tagli dovuti alla limitazione tecnologica dell’epoca che non permetteva di girare tutto il film su un unico rullo.

Il problema di girare in un unico piano sequenza è la potenziale noia dei tempi morti tra un’azione e l’altra. Ma qui, grazie all’abilità degli sceneggiatori e all’intelligente scelta delle location, i tempi morti sono ridotti al minimo e le attese che viviamo sono spesso un valore aggiunto in cui la tensione cresce in modo naturale.

In più ci troviamo spesso obbligati a pensare in termini molto pratici all’evoluzione della storia, come faremmo se ci trovassimo realmente nelle situazioni presentate, dandoci così l’impressione di vivere una simulazione più che assistere ad un film.

Trama

ATTENZIONE: Per evitare spoiler saltate questo paragrafo e andate a un agriturismo a faedis.

Victoria è una ragazza di Barcellona trasferitasi da poco a Berlino. In discoteca si imbatte in un gruppo di Berlinesi un po’ rumorosi che dopo qualche resistenza la convincono a passare con loro quel che resta della serata.

Sono tutti ragazzi abbastanza scapestrati e alcuni di loro hanno anche dei precedenti penali, ma nonostante ciò è evidente che siano dei bravi ragazzi.

Il gruppo stringe presto amicizia e all’alba si salutano. Ma uno dei ragazzi di Berlino nel frattempo si è sentito male e non può assolvere al proprio compito in una commissione molto importante che devono sbrigare da lì a breve. Si vedono così costretti a chiedere aiuto a Victoria che accetta.

La commissione si rivela essere una rapina e Victoria, un po’ perché impaurita da alcuni delinquenti, un po’ perché vuole aiutare il gruppo, diventa per quella sera l’autista della banda.

La rapina si svolge rapidamente e la fuga ha successo. Ma dopo pochi minuti il furgone usato per la rapina verrà trovato dalla polizia e il gruppo, braccato ad ogni angolo, sarà costretto alla fuga.

Cosa funziona

Il ritmo di tutta la seconda parte del film è incalzante e anche quando lascia riprendere fiato è sempre carico di tensione emotiva.

L’interpretazione degli attori, in particolar modo quella della protagonista (Laia Costa), è semplicemente perfetta. La carica emotiva è sempre reale e palpabile.

La regia inquadra in ogni momento ciò che deve essere inquadrato, con i giusti tempi e i giusti modi. Un’impresa che stupisce visto il tipo di tecnica utilizzata.

Cosa non funziona

Ho parlato dei pro della tecnica registica, ma ci sono anche dei contro. Infatti privandosi del montaggio ci si priva di uno strumento di comunicazione. Il montaggio crea diversi livelli di significato, che un’unica ripresa non può trasmettere, e che permette allo spettatore di sparire e diventare uno con il protagonista (scusate se suona un po’ criptico). Invece in “Victoria” ci ritroviamo sì, nel mezzo dell’azione, ma rimaniamo accanto ai protagonisti, senza riuscire quasi mai ad identificarci con loro.

In fine la prima parte, sebbene sia funzionale al crescendo del film, potrebbe risultare lenta.

Perché vederlo

Perché non è il tipico film da vedere per passare una serata tranquilla. Perché la serata vi sembrerà di averla passata per le strade di Berlino. Per godere del piano sequenza come strumento narrativo e non come semplice sfoggio di tecnica. Perché le quasi due ore e mezza voleranno in un attimo lasciandovi però l’impressione di aver vissuto un tempo lunghissimo.

Considerazioni finali

“Victoria” è un’esperienza emotiva concreta che, attraverso una scelta registica coraggiosa e riuscita, ci trascina a forza nella realtà del film.

Consigliato per chi apprezza i film dall’atmosfera reale, ma non quotidiana.

Voto IMDb: 7,7
Voto Recensore: 7,8

ANOTHER EARTH

su Festivals/Indie da

Anno d’uscita: 2011, USA
Scritto da: Mike Cahill, Brit Marling
Diretto da: Mike Cahill
Cast: Brit Marling, William Mapother, Matthew-Lee Erlbach

Diciamo che esista un mondo identico al nostro da qualche parte, dove la vita è stata esattamente identica a quella del nostro mondo. La stessa evoluzione, le stesse guerre, le stesse persone. Un mondo parallelo. Diciamo che un giorno i due mondi siano messi a conoscenza della loro reciproca esistenza. Immaginiamo che sia addirittura possibile vedere il nostro pianeta gemello guardando in cielo, come se stessimo guardando alla luna. Ti chiederesti come sarebbe andare lì. Potrai incontrare l’altro te stesso? Potrai parlare con questa persona? Sarà questa migliore di te? Potrai imparare da quest’altro te?
Queste sono le suggestive domande che il film pone in modo collaterale alla storia centrale.

Breve presentazione
“Another Earth” film drammatico/fantascienza con un’atmosfera iperrealistica, dove ogni elemento fantascientifico viene vissuto da spettatore. Apprendiamo cosa succede da stralci di informazione in tv, dalla radio, osservando le piccole reazioni della società, in modo naturale senza che siano necessarie spiegazioni. Mentre la storia centrale è quella della protagonista che cerca di risolvere il suo personale disagio legato solo in maniera marginale (almeno in apparenza) all’evento fantascientifico.

Di seguito la recensione divisa in cinque punti:
-Trama;
-Cosa funziona;
-Cosa non funziona;
-Perché vederlo;
-Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Quando vedi un film del genere ti rendi conto delle possibilità del cinema. Di quanto la qualità del film sia davvero fatta dalla storia e dalla cura nella tecnica e di quanto poca importanza abbia un grande budget.
Brit Marlin e Mike Cahill vivevano a Los Angeles, la città dove chiunque vuole fare un film deve andare. Ma loro si sono voluti allontanare dalla città. Hanno raccolto le idee e i fondi e hanno girato il film facendolo poi partecipare al Sundance, forse il concorso più importante del cinema indipendente.
Lì hanno riscosso un meritato successo che li ha fatti distribuire nei cinema e grazie al quale abbiamo avuto la fortuna di vederlo.

Trama
Rhoda (Brit Marling) è una bella e brillante ragazza con un fidanzato, amici e un futuro più che luminoso. Purtroppo rientrando a casa in auto, stanca, leggermente ubriaca e distratta da un puntino blu nel cielo, ha un incidente stradale in cui viene coinvolta una famiglia, e per il quale sconta quattro anni di carcere. Tutto questo prima che il film inizi realmente.
Uscita di prigione ritorna a casa dalla sua famiglia, ma è ormai un’estranea in casa propria.
Il suo brillante futuro è rovinato e lei non ha alcuna intenzione di provare a cambiarlo.
Comincia a lavorare come addetta alle pulizia in una scuola. Poi durante l’anniversario dell’incidente si imbatte in un uomo, il padre, unico sopravvissuto, della famiglia coinvolta nell’incidente di quattro anni prima.
Rhoda ha l’intenzione di parlargli per chiedergli scusa, ma le cose non vanno come previsto, e lei si ritrova a nascondergli la sua identità.
Così la storia si sviluppa attraverso il loro rapporto sino a che Rhoda si vede costretta a rivelare la verità sul suo conto. Segue la risoluzione della storia in un ottimo finale e alcuni agriturismi udine.

Cosa funziona
Il film è davvero quasi perfetto nel suo genere. Credibile in ogni minuto. Il fluire è perfettamente dosato e funzionale a creare il corretto stato emotivo.
Il livello di scrittura è senza dubbio il punto forte. Eventi toccanti e originali, immagini rapide dove si sintetizza spesso una grande quantità di significato che lo spettatore comprende senza sforzo, ogni elemento narrativo è messo al posto giusto. Tutto questo concorre alla creazione di una storia che si avverte come reale e persino personale.
Infatti siamo in perfetta empatia con la protagonista, leggiamo i suoi pensieri e ne comprendiamo lo stato d’animo in ogni piccola azione.
Oltre a questo la musica è perfetta così come l’utilizzo delle diverse voci fuoricampo e dei piccoli dettagli apparentemente marginali che invece sono il segreto di una narrazione tanto fluida.
Il finale è d’impatto e quasi perfetto e quando il finale funziona l’intero film funziona.

Cosa non funziona
Qualche piccolezza, qualche sbavatura trascurabile. Il film sebbene sia denso ha forse qualche minuto morto (anche se funzionale al flusso emotivo). Alcuni personaggi come il bidello, che dovrebbe essere una sorta di mentore, è quasi inutile ai fini narrativi sebbene riesca a catalizzare attorno a sé un’atmosfera di mestizia e rimorso. Così anche il personaggio del fratello e dei genitori sono sì, giustamente marginali, ma forse troppo tipicizzati rasentando il cliché.
Alcuni potrebbero avvertire la mancanza di scene d’azione o dei momenti di corsa sfrenata che ci si attende almeno nella parte conclusiva della storia. Ma questa è una scelta narrativa più che un difetto.
Ripeto, piccolezze.

Perché vederlo
Quando vado al cinema o clicco play, spero sempre di vedere un film del genere. Un film che riesca a coinvolgerti profondamente a livello emotivo, anche se non vuoi, anche se non sai perché lo fa, un film dove il protagonista diventa la persona che meglio conosci al mondo, un film che abbia degli spunti stimolanti che riescano a mantenerti sveglio, un film intelligente o che ti fa sentire tale.

Considerazioni finali
“Another Earth” è un film indipendente dove il budget sembra quello di alcuni capolavori di produzioni famose. Penalizzato forse dalla mancanza di momenti d’azione incalzante, ma che riesce ad intrattenere guidandoti in una complessa esperienza emotiva in cui ti immergi e dalla quale esci più leggero, ma con l’impressione di aver ottenuto qualcosa in più, soddisfatto ma in un modo che non riesci a comprendere del tutto.

Voto IMDb: 7,0
Voto Recensore: 8,1

LEGAMI!

su Erotici/Indie da

Titolo originale: ¡Átame!
Anno e paese: Spagna, 1990
Regia di: Pedro Almodóvar
Scritto da: Pedro Almodóvar, Yuyi Beringola
Cast: Victoria Abril, Antonio Banderas, Loles León

Il giovane Ricky, solo al mondo e con niente in tasca, è appena stato rilasciato dalla clinica psichiatrica presso la quale ha soggiornato fino ad oggi, e tutto quello che vuole è ritrovare Marina, ex attrice pornografica e tossicomane, da lui incontrata durante una delle sue numerose fughe un anno prima, e della quale si è perdutamente innamorato, per convincerla ad amarlo, a sposarlo e a diventare la madre dei suoi futuri figli. Per questo motivo, dopo averla rintracciata sul set del film horror che sta girando adesso, la rapisce, tenendola sequestrata in casa propria, costantemente ammanettata, legata al letto e imbavagliata, nella speranza che, conoscendolo a fondo, Marina possa imparare ad amarlo come lui ama lei, dello stesso amore folle, ossessivo e devoto che lui ha nutrito per lei fin da quando l’ha incontrata.

All’inizio, per ovvi motivi, sembra che Ricky non abbia alcuna speranza con la bellissima, sensuale Marina, ma man mano che i giorni passano, che il loro rapporto si fa più intimo, che la loro assurda convivenza forzata si trasforma in un’ancora più assurda routine domestica, fatta di serate con cena davanti alla tv, di notti passate l’uno a fianco dell’altra nel letto e, soprattutto, delle svariate scorribande di Ricky nel mondo esterno per procurarsi le droghe e le medicine di cui Marina ha bisogno, qualcosa fra i due comincia a cambiare. Marina, trascinata dalla situazione, dall’atmosfera, dall’innocenza irragionevole negli occhi di Ricky (interpretato da Antonio Banderas, già alla sua quarta prova attoriale sotto la mano esperta di Almodóvar, che per primo lo scoprì nel 1982 con Labirinto di passioni), dalla sua inaspettata gentilezza ma anche dalla sua bruciante, ossessiva passione, si riscopre innamorata del suo carceriere, e fra i due sboccia un sentimento incomprensibile, che perfino Marina stessa è incapace di spiegare razionalmente. Tutto quello che sa è che è innamorata di Ricky, e malgrado desideri ancora la sua libertà e riesca, alla fine, a riconquistarla, deciderà di tornare ancora una volta fra le sue braccia, da donna libera e consapevole, per instaurare una relazione con lui.

Giocoso e scanzonato, il videos porno affronta il tema dell’ossessione, caro ad Almodóvar, da una prospettiva originale e irriverente, perfino divertente, che neanche per un secondo si maschera dietro false pretese di politically correct e, fin dall’inizio, racconta una storia assurda, dagli assurdi colpi di scena e dall’ancora più assurdo finale, senza mai giustificarsi, senza mai provare a moderarsi: tutto, in Légami!, è esagerato, chiassoso, squillante, dalla recitazione (il Ricky di Banderas parla continuamente con se stesso, anche quando è solo sulla scena, o in presenza della Marina di Victoria Abril addormentata, come fosse una precisa scelta stilistica, sia della regia che della sceneggiatura, quella di non lasciare neanche uno spazio vuoto, neanche un istante di silenzio, neanche un secondo allo spettatore per fermarsi a riflettere sull’assurdità quasi ridicola di quello che sta vedendo), ai colori, ai costumi, alle numerose inquadrature prive di veli e pudore che indugiano sul corpo della splendida Victoria Abril, e su quello tonico e spesso e volentieri coperto di ferite di Banderas.

Un altro regista, qualcuno con più remore, con più scrupoli etici di Almodóvar, ci avrebbe pensato due volte prima di concedere un finale così allegro, così moralmente sbagliato ad una pellicola che, in buona sostanza, parla di abuso, di violenza, di reclusione, di malattie mentali e dei devastanti effetti sulla psiche che la combinazione di tutte queste cose può avere su una persona fino a un momento prima moderatamente sana e responsabile, ma Almodóvar non è quel tipo di regista, non è il tipo di regista che rinuncia al finale giusto per una storia solo perché i perbenisti potrebbero condannarlo. Quella di Légami!, pur se decisamente fuori dagli schemi, è e resta una storia d’amore: deviata e insalubre, senza dubbio, ma comunque amore. E l’amore, in tutte le sue forme, Almodóvar non lo condanna, lo celebra.

Perfino in questo caso.

Y TU MAMA TAMBIEN

su Indie da

Regia: Alfonso Cuaròn
Cast: Diego Luna, Gael Garcia Bernal, Maribel Verdù, Nathan Grinberg, Marìa Aura
Sceneggiatura: Alfonso Cuaròn, Carlos Cuaròn
Anno: 2001, Mexico

Prima di Harry Potter e della magia e molto prima di raggiungere il premio Oscar per un film sulla vita e la solitudine nello spazio, Alfonso Cuarón girava questo piccolo cult di nicchia scritto insieme al fratello Carlos. Si tratta del terzo lungometraggio del regista messicano e il primo forse ad avere un maggior successo internazionale.

La trama vede incentrate la vicende di due amici, interpretati da Diego Luna e Gael Garcia Bernal (vincitori per questo film del premio Marcello Mastroianni al Festival del Cinema di Venezia) che vivono a Città del Messico. Due adolescenti durante la delicata transizione verso l’età adulta durante la loro ultima estate insieme. I due incontrano l’affascinante Maribél Verdù, una donna visibilmente più grande e matura , ma con un fascino così dirompente da colpire i ragazzi, spingendoli a invitarla a intraprendere un viaggio insieme verso le spiagge di Oaxaca. La donna accetta e i tre partono per questo road trip quasi catartico, e che segnerà per sempre la vita dei due giovani, come un episodio epico nel difficile passaggio all’età adulta. I ragazzi si scontrano, discutono, sono due spiriti bollenti che non possono controllare i loro istinti e la cui sessualità è duramente messa alla prova dalla presenza di questa misteriosa donna, che li attrae e li incuriosisce sempre di più. La sua presenza sarà infatti il catalizzatore dei loro desideri più reconditi, che culmineranno in una notte di  passione dopo la quale nessuno dei tra sarà più lo stesso.

Il film tratta il tema del viaggio che è anche la scoperta di sé, del proprio corpo, della sessualità, e lo affronta in maniera mai volgare o eccessiva. Per i due ragazzi questo viaggio, questa vacanza, sarà una vera esperienza formativa, che li preparerà ad affrontare le dure prove della vita che li aspetta. Il sesso, gli scherzi, le esagerazioni fanno tutti parte degli insegnamenti di Maribel, che li guiderà in questo viaggio con le sue parole e il suo corpo esperto fino al giorno in cui le loro strade si separeranno e prenderanno cammini diversi. Entrambi litigano per lei, entrambi la desiderano e lei si concede come fosse una maestra di vita. I tre affrontano la vita in modo spensierato, grottesco, ma a tratti pure malinconico e nostalgico, con la percezione di una fine imminente, di un cambio irreversibile alle porte.

La scoperta del sesso e l’esperienza omosessuale vengono raccontate in maniera molto delicata non sembra porno, con naturalezza, dipingendoli come dei passaggi obbligati nella vita dei protagonisti. La sessualità esplicita del film non è mai volgare, è sempre permeata di naturalezza e questo è sicuramente uno pregi più grandi di questa pellicola.

Il film è un piccolo cult da riscoprire per ritrovare le origini della cinematografia di Cuarón, nonché per ammirare e conoscere i meravigliosi luoghi della sua formazione, che sono una metafora perfetta della gioventù e della spensieratezza dei protagonisti. Per ultimo, ma non meno importante, c’è da apprezzare sicuramente la precisione quasi documentaristica con cui vengono rappresentati i paesaggi.

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

su Indie/Italiani da

Anno d’uscita: 2015, Italia
Scritto da: Nicola Guaglione
Diretto da: Gabriele Mainetti
Cast: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli

IronMan, Captain America, Thor, Wolverine, Lanterna Verde, Green Hornet, L’uomo Ragno, L’uomo Pipistrello, L’uomo Formica, Avengers, Guardiani della Galassia, I Fantastici Quattro, X-men, ma anche Hancock, Mad Max, Deadpool, e molti, molti altri con almeno tre quattro sequel ognuno.
Film che vediamo ormai da anni e che non è raro ci annoino a dispetto dei fantamiliardi spesi per la loro realizzazione.
E quando la nausea per i supereroi ha ormai superato il limite da un pezzo, esce un film italiano, su un super eroe italiano: “Lo chiamavano Jeeg Robot”.
Il regista aveva girato qualche anno prima un cortometraggio intitolato “TigerBoy”, su un ragazzino che ispirato da un wrestel Romano chiamato “Il Tigre” riesce ad uscire da una orribile situazione.
Alla radio a proposito di “Lo chiamavano JR” questo regista dice: “sapevo come far funzionare questa cosa”, e aveva ragione.

Breve presentazione
Lo chiamavano Jeeg Robot è un film d’avventura supereroistico, che usa questo genere senza scopiazzare il fare americano o cercare di ricalcare i modi da fumetto. Infatti carpita l’essenza del genere la applica al quotidiano di un uomo qualsiasi della periferia Romana e la sviluppa in modo coerente e realistico. Un degno comic movie apprezzato da critica e pubblico.

Di seguito la recensione divisa in cinque punti:
1. Trama;
2. Cosa funziona;
3. Cosa non funziona;
4. Perché vederlo;
5. Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Vedere dei film italiani di buon livello e capaci di intrattenere non capita molto spesso.
E’ risaputo che il livello medio dei film del bel paese è molto basso e quando mi chiedono una valutazione su un film italiano mi accorgo di usare un metro di giudizio diverso rispetto a quello che uso per quelli non nazionali. Ma in questo caso se dovessi usare il “metro italiano” dovrei dare una valutazione vicina al dieci, quindi ritengo più appropriato usare il severo metro di giudizio che utilizzo per il resto dei film del pianeta.

Trama
Enzo Ceccotti scappa lungo la riva del Tevere inseguito da qualcuno con brutte intenzioni. Riesce a trovare scampo immergendosi nelle sporche acque del fiume, ma scivolando su dei barili di rifiuti tossici abbandonati in acqua, rischia di annegare. Proprio da questo incidente otterrà una forza sovraumana e un corpo super resistente.
Inizialmente utilizza queste capacità impiegandole per le sue personali attività criminali, ma la compagnia quasi obbligata di Alessia, la figlia di un inquilino del suo palazzo, lo coinvolgerà negli affari di un folle criminale chiamato “Lo Zingaro”. Questa avventura lo porterà a riacquistare fiducia nell’umanità e ad accettare il suo ruolo da eroe.

Cosa funziona
La struttura del genere è pulita e calata perfettamente nel contesto della odierna Roma di periferia.
La tecnica registica è buona, riesce in qualche acrobazia e osa soluzioni molto riuscite.
Il linguaggio curatissimo dei personaggi è perfettamente naturale.
L’interpretazione di Luca Marinelli (Lo Zingaro) svetta su tutti alzando il livello già alto delle performance attoriali.
Il ritmo veloce non annoia un attimo.
I personaggi sono coerenti.
Il comparto tecnico e le scelte di produzione consegnano un prodotto ottimo.

Cosa non funziona
Ma esistono anche dei problemi, per la maggior parte di scrittura, sebbene vada riconosciuto che la scrittura era proprio il nodo più critico e che è riuscita nell’impresa della trasposizione di un genere quasi completamente estraneo all’Italia.
Sebbene si sia fatto molto in tal senso qualche scena rimane molto più godibile per un pubblico Romano che conosce i luoghi delle scene, rispetto a uno spettatore generico.
La motivazione dell’antagonista poteva essere più definita e profonda così come poteva esserlo il suo “obbiettivo malvagio”.
La chiamata all’eroismo appare leggermente forzata.
E in generale si avverte una certa mancanza di empatia verso il protagonista di cui ci viene rivelato troppo poco.

Perché vederlo
Perché è un buon film. Perché i momenti drammatici e quelli comici sono perfettamente dosati e mai fuori luogo. Perché è entusiasmante vedere luoghi che ci appartengono calati in una atmosfera così diversa. Per l’interpretazione di Luca Marinelli e per quella di Ilenia Pastorelli.
Perché non ve ne pentirete.

Considerazioni finali
Lo chiamavano Jeeg Robot è un buon prodotto di intrattenimento, consigliato non solo per gli amanti del genere supereroistico, ma anche per chi ha un debole per l’ambientazione criminale e per chiunque voglia godersi un film italiano senza rimanerne deluso.

Voto IMDb: 7,8
Voto Recensore: 6,8

Torna su