Un atlante con le recensioni dei film che hanno fatto la storia del cinema

Category archive

Erotici

THE SECRETARY

su Erotici da

Titolo originale: Secretary
Anno e paese: USA, 2002
Regia di: Steven Shainberg
Scritto da: Erin Cressida Wilson
Cast: Maggie Gyllenhaal, James Spader, Jeremy Davies

Lee è appena uscita da una clinica psichiatrica all’interno della quale, a seguito di un incidente quasi mortale causato dalla sua dipendenza dall’autolesionismo (unico mezzo attraverso il quale riesce a scaricare la tensione e l’ansia che le derivano dal vivere all’interno di una famiglia disfunzionale, soprattutto a causa della dipendenza dall’alcool del padre), ha passato qualche mese nel tentativo di riprendere in mano il controllo della sua vita. All’interno della clinica ogni giorno era molto semplice, si svolgeva sempre nello stesso modo, con tempistiche prestabilite, appuntamenti da rispettare, e Lee teme il ritorno a casa, perché dentro di sé sa già che quel controllo che la clinica avrebbe dovuto aiutarla a recuperare in realtà ancora le manca. Non passa neanche un giorno, infatti, prima che lei torni a scivolare nelle vecchie cattive abitudini, tornando a farsi del male nel tentativo di stare bene.

Il dolore è l’unica emozione attraverso la quale Lee è in grado di processare la realtà che la circonda. La aiuta a distrarsi, concentrandosi su qualcosa di diverso dai suoi problemi, ma ha anche e soprattutto una funzione catartica: il dolore, per lei, si trasforma in piacere, ed osservare una ferita guarire rappresenta per la ragazza una metafora di rinascita e la speranza che, come guarisce il suo corpo, possa un giorno guarire anche la sua mente.

Ciononostante, Lee si vergogna delle proprie abitudini, ne soffre. Questo almeno fino a quando, nel tentativo di dare nuovamente un ordine alla propria esistenza, decide di cercare un lavoro, e lo trova nell’ufficio dell’avvocato E. Edward Grey, che la assume come segretaria. Inizialmente, lavorare per Mr. Grey è una tortura: l’uomo, eccentrico, solitario e dalla personalità spaventosamente dominante (uno Spader dalla recitazione ambigua e inquietante), non è mai contento dei risultati che Lee ottiene, e si dimostra man mano sempre più prevaricatore e autoritario. La personalità di Lee, però, così naturalmente predisposta alla mansuetudine e alla sottomissione, sblocca qualcosa dentro di lui, un desiderio nascosto al quale perfino l’uomo fatica a dare un nome, e che malgrado lui tenti di fuggirne alla fine esplode in un bizzarro ma estremamente appassionato rapporto sadomasochistico i cui momenti più caratteristici sono sicuramente quelli in cui Mr. Grey (curiosa la parziale omonimia con un altro Mr. Grey che, a più di vent’anni di distanza, diventerà molto più famoso di lui, e “lavorando nello stesso campo”, per così dire) ordina a Lee di piegarsi sulla scrivania e leggere ad alta voce le lettere zeppe di errori di battitura che batte a macchina, mentre lui la sculaccia. Errori che inizialmente Lee commette senza volerlo, ma che, man mano che la storia va avanti, la ragazza causa di proposito, apposta per ottenere una punizione che, pur restando tale, diventa fonte di un piacere che Lee non aveva mai provato prima, e dal quale diventa rapidamente dipendente, proprio come è dipendente dal dolore.

L’aspetto più interessante della pellicola di Steven Shainberg (datata 2002 e adattata da un racconto breve della scrittrice americana Mary Gaitskill, contenuto nella raccolta con cui ha esordito nel 1988, “Bad Behavior”) è certamente il tentativo di normalizzare l’idea di una relazione basata sul contrasto fra dominazione e sottomissione e sul piacere che può derivare dal sadomasochismo, specie in un contesto, quello dei primi anni Duemila, in cui questo argomento era ancora tabù, e non alla portata di (quasi) tutti come invece è adesso. Secretary, infatti, pur non lesinando sulle scene scabrose e dal contenuto fortemente erotico, resta, alla base, una fiaba con un dolce lieto fine, durante la quale l’eroina si innamora del burbero principe ed il loro amore, nonostante le avversità, riesce a trionfare. Non a caso, il film si conclude con la protagonista stessa che fa presente al pubblico, abbattendo la quarta parete, che lei e Mr. Grey si sono sposati e hanno costruito per se stessi una routine che, in fondo, non differisce poi tanto da quella di una qualsiasi altra coppia comune.

L’idea che un rapporto del genere potesse non rappresentare un caso di abuso, che si potesse essere felicemente coinvolti in una relazione simile, che la si potesse addirittura cercare come ideale romantico, è certamente un’idea parecchio avanti coi tempi, e va reso merito a Shainberg di aver perseguito quest’obbiettivo in tutti i modi (sia nella scrittura del soggetto che nella realizzazione pratica del film: ad esempio, va detto che il regista lavorò a stretto contatto con la scenografa, Amy Danger, per realizzare la location dell’ufficio di Mr. Grey in modo che risultasse il più naturale possibile, usando solo elementi artigianali o che richiamassero in qualche modo la natura, mentre tutte le altre location erano realizzate utilizzando materiali artificiali, fra i quali spiccava particolarmente la plastica). Così come va reso merito sia al regista che a Maggie Gyllenhaal (nei panni di Lee), di aver portato sullo schermo un personaggio femminile fragile e allo stesso tempo flessibile, timido ma ostinato, credibile nel suo percorso e chiaro nei suoi desideri, per il quale è possibile provare un trasporto emotivo che accompagna lo spettatore per tutta la durata della pellicola.

Un po’ meno riuscito, purtroppo, è il personaggio di Mr. Grey: James Spader porta sullo schermo un uomo in conflitto con se stesso, padrone e allo stesso succube dei propri desideri, ma il tentativo di farne una figura misteriosa lo rende a tratti poco chiaro, perfino più inquietante di quanto dovrebbe essere, il che “sporca” un po’ il lieto fine, rendendolo probabilmente meno lieto di quanto non fosse nelle intenzioni originali.

Tuttavia, Secretary resta un film straordinariamente avanti per i tempi in cui uscì nelle sale, e che ancora oggi vale la pena riguardare per scoprire, con rammarico, quanto la capacità di narratori e registi moderni di trattare lo stesso argomento si sia involuta, invece di evolversi.

9 SETTIMANE E MEZZO

su Culto/Erotici da

Titolo originale: 9 ½ Weeks
Anno e paese: USA, 1986
Regia di: Adrian Lyne
Scritto da: Sarah Kernochan, Zalman King, Patricia Louisianna Knop
Cast: Mickey Rourke, Kim Basinger

Elizabeth McGraw (Kim Basinger), impiegata in una galleria d’arte di New York e recentemente divorziata, vive una vita povera di emozioni e sorprese, tutta casa, lavoro e amici. Un’esistenza in cui i giorni si susseguono sempre uguali, dando forma a una quotidianità piatta e monotona, in cui le responsabilità della vita adulta (gli impegni lavorativi, le chiassose cene con gli amici, la solitudine a seguito della fine del matrimonio) schiacciano qualsiasi possibilità di avventura ed eccitazione.

Questo fino a quando, in una rosticceria cinese, Elizabeth incontra il misterioso John Gray (uno straordinario, abbagliante Mickey Rourke, prima che le sue discutibili scelte di vita lo rendessero l’ombra di se stesso), che da subito la affascina grazie ai suoi modi sicuri, alla sua cura nel vestire e al sorriso, dapprima silenzioso, poi sempre più aperto e incuriosito, che l’uomo le rivolge.

Fra i due, trascinati da una passione che va ben oltre il semplice elemento dell’attrazione fisica, nasce presto una relazione dalla carica sia erotica che sentimentale altissima: Elizabeth, da lungo tempo costretta a reprimere i propri desideri sessuali al punto da non conoscerli pienamente nemmeno lei stessa, si arrende alla sicurezza di John, alla semplicità con la quale la spinge ad allargare i suoi orizzonti. John è una personalità forte e dominante, sa molto chiaramente cosa gli piace e non esita ad ordinarlo ad Elizabeth, la quale, succube del fascino dell’uomo e intenzionata in prima persona ad abbattere le sue stesse barriere in una ricerca sempre più estrema del piacere, gli obbedisce in tutto (dando vita ad alcune scene che resteranno per sempre iconiche nella storia del cinema di genere, come ad esempio quella in cui John benda Elizabeth e poi la accarezza con dei cubetti di ghiaccio, o quella in cui, ancora una volta, la benda e poi le offre del cibo mentre lei è seduta per terra davanti al frigorifero; e come dimenticare, infine, la storica scena dello spogliarello di una Basinger all’apice della sua maturità sessuale, sulle ruvide, ipnotiche note di You can leave your hat on xxx di Joe Cocker).

Il gioco fra Elizabeth e John si fa sempre più ardito e spinto, e giorno dopo giorno entrambi mettono sul piatto forse più di quanto non avrebbero dovuto scommettere: il coinvolgimento emotivo è forte, ma la ricerca di piaceri ed emozioni sempre più estreme finisce per avere il sopravvento sui sentimenti, soprattutto da parte di John, che finisce per coinvolgere Elizabeth in avventure sessuali sempre più disturbanti (una volta chiedendole di camminare gattoni raccogliendo i soldi che lui lascia cadere a terra, un’altra cercando di coinvolgerla in un rapporto a tre con una prostituta sudamericana) che, alla fine, portano la ragazza a riconsiderare la situazione in cui si trova, e decidere che il limite, almeno per lei, è stato oltrepassato, e non intende oltrepassarlo ancora. Come la stessa Elizabeth dice nella scena dell’addio (annunciato, eppure ugualmente sofferto) a John, “uno di noi due doveva dire basta; tu non l’hai mai detto, e io forse ho aspettato troppo”.

Si conclude così una delle pellicole più interessanti del cinema erotico degli anni ’80. 9 settimane e ½ non è un film perfetto, alcuni particolari appaiono fuori fuoco, alcuni particolari, superflui, non contribuiscono alla creazione di una storia coesa che vada dritta al punto invece di disperdersi, eppure il centro della narrazione, la disperata storia d’amore e attrazione che coinvolge Elizabeth e John, non delude mai, dal primo all’ultimo minuto. Si assiste all’evolversi degli eventi sapendo già che una storia così non può che finire male, eppure si spera, fino alla fine, che i due riescano a parlare, a chiarirsi, a trovare una via di mezzo fra il desiderio che li divora e l’affetto che li unisce.

Ma la pellicola di Adrian Lyne, pur se intrisa di un romanticismo cupo e oscuro (che pure risulta alleggerito rispetto a quella che doveva essere l’intenzione originale del director’s cut, che affrontava, nelle scene tagliate, argomenti ancora più pesanti di quelli che il film già affronta, come la dipendenza da psicofarmaci, il darmowe porno la nevrosi e il suicidio), racconta con onestà una storia d’amore che non può funzionare, e in conseguenza di ciò non può ottenere il lieto fine che forse avrebbe ottenuto se fosse stata una favola.

Malgrado la fotografia brillante, piena di luci anche nei momenti più oscuri, non c’è niente di fiabesco nella storia di Elizabeth e John. Nonostante l’evidente regressione infantile che Elizabeth attraversa mettendosi completamente nelle mani di John, Elizabeth non è una principessa da salvare, e malgrado la sua promessa di prendersi sempre cura di lei John non è il principe azzurro che la salverà. E infatti, giunta alla fine, al limite estremo di se stessa, che John l’ha aiutata a trovare, Elizabeth, principessa azzurra di se stessa, si salva da sola.

LE RELAZIONI PERICOLOSE

su Culto/Erotici da

Titolo originale: Dangerous Liaisons
Anno e paese: USA-Gran Bretagna, 1988
Regia di: Stephen Frears
Scritto da: Christopher Hampton
Cast: Glenn Close, John Malkovich, Michelle Pfeiffer

Sull’affascinante sfondo della Francia del Diciottesimo secolo, si alternano le vicende della gelida, calcolatrice Marchesa de Merteuil (una strepitosa, sublime Glenn Close) e del libertino e dissoluto Visconte di Valmont (John Malkovich), due noti membri dell’aristocrazia parigina che, annoiati dalla loro quotidianità e privi di percezione dei problemi del ceto più povero, conducono esistenze sregolate governate da un solo obbiettivo: la ricerca del piacere, ad ogni costo.

Se questo piacere si riduce per Valmont al semplice atto di conquista di questa o quella bellezza femminile (il Visconte è il tipico Dongiovanni, e colleziona amanti come fossero francobolli, facendo ben poca differenza fra signore della buona società e cortigiane, sebbene si pregi di accettare la sfida del corteggiamento solo quando si preannuncia davvero ardua), per la Marchesa di Merteuil xvideos la faccenda è ben più complessa: inserita da anni (fin da ragazzina) nel circo di falsità e raggiri dell’alta società, una volta diventata vedova la Marchesa ha giurato che non si sarebbe mai più lasciata dominare da un uomo, ed ha votato la sua intera esistenza alla ricerca del piacere nella sua forma più crudele, quella che si manifesta nella prevaricazione dei più deboli, di coloro che giudica sciocchi, o troppo giovani, o di coloro i quali mostrano un attaccamento all’onestà e al pudore che la Marchesa giudica ridicolo, fonte di estremo divertimento.

Insieme, talvolta in combutta, talvolta l’uno contro l’altro, i due aristocratici passano dei mesi manipolando e distruggendo le vite di coloro che li circondano, tutto in nome di un crudele gioco che parte come semplice passatempo, per poi trasformarsi, lentamente ma inesorabilmente, in tragedia: la Marchesa chiede al Visconte di compromettere la casta promessa sposa del suo ex amante, per vendicarsi dall’essere stata abbandonata, ma il Visconte, ritenendo la sfida troppo semplice, si dedica allo stesso tempo a tentare l’assedio della morigerata e fedelissima Madame de Tourvel (una Michelle Pfeiffer di una purezza e di una innocenza abbaglianti), riuscendo dopo mesi di vani tentativi a costringerla a capitolare. Innamoratosi di lei, sembra aver dimenticato la passione che lo legava alla Marchesa, e lei, profondamente innamorata di lui e allo stesso tempo carica di rancore nei suoi confronti, in quanto unico uomo dal quale non possa fare a meno di sentirsi dominata, lo istiga a lasciarla, spezzandole il cuore, offrendo in palio una notte d’amore con lei. Il Visconte, ossessionato dalla Marchesa, ex amante mai del tutto dimenticata, accetta, riducendo Madame de Tourvel in fin di vita dal dolore e finendo a sua volta ucciso nel corso di un duello quando la sua relazione illecita con la giovane Cécile (una giovanissima Uma Thurman), la ragazza che la Marchesa gli aveva ordinato di corrompere, viene alla luce.

La pellicola di Stephen Frears, sontuoso e spettacolare adattamento dell’omonimo romanzo epistolare settecentesco di Choderlos de Laclos, considerato uno dei capolavori della letteratura francese, pur se datata narra una storia sempre attuale, al punto da essere stata ripresa anche in chiave moderna dal regista Roger Kumble con il suo Cruel intentions, datato 1999. Sebbene ad una prima, distratta visione possa sembrare che il cuore della narrazione sia la storia fra Valmont e Madame de youporn Tourvel, e il modo in cui l’amore di lei riesce a far breccia nell’animo e nel cuore del libertino, trasformandolo, il vero centro della pellicola è rappresentato dal rapporto perverso di odio e amore che lega indissolubilmente la Marchesa de Merteuil e il Visconte di Valmont: i due, entrambi figure dominanti ed entrambi ugualmente dominati dalle loro sfrenate passioni, continuano a sfidarsi l’un l’altra nel tentativo di sconfiggersi a vicenda, convinti che solo così possano riconquistare il rapporto che li aveva legati anni prima. Prova ne sia il fatto che Valmont si arrende al duello (e alla morte) solo quando comprende che la Marchesa non ha fatto che manipolarlo, e che non ha mai avuto intenzione di concederglisi nuovamente, e che l’unico momento di umanità al quale assistiamo per quanto riguarda la Marchesa è il momento in cui riceve la notizia della morte di Valmont, e si abbandona al suo dolore, urlando disperatamente e distruggendo la stanza nella quale si trova per sfogare la sua sofferenza.

Frears, mantenendo intatto lo spirito del libro pur ampliandone la storia, soprattutto in termini di prospettive della narrazione, non racconta una storia d’amore e di redenzione, ma una storia d’amore trasformatasi in odio, una storia di ossessione, di prevaricazione, la storia di una guerra senza vincitori, che a quasi trent’anni dall’uscita nelle sale resta attualissima e avvincente nella sua elegante crudeltà.

Il tutto, impreziosito da un cast xnxx stellare, costumi strepitosi e location suggestive e affascinanti, contribuisce a rendere Le relazioni pericolose un film straordinario, da guardare e riguardare, senza mai stancarsi.

ORIGINAL SIN

su Erotici da

Anno: 2001
Regia: Michael Christofer
Sceneggiatura: Michael Christofer
Cast: Antonio Banderas, Angelina Jolie, Thomas Lane, Jack Thompson, Allison Mackie
Il film che vede protagonisti, per la prima volta insieme sullo schermo, Antonio Banderas (prima che si mettesse a fare il mastro fornaio) e Angelina Jolie, è in realtà un remake di un bellissimo film francese, La mia droga si chiama Julie (La Sirène du Mississipi) del 1969 di François Truffaut. Nella versione originale, la donna che diventa l’ossessione di Jean-Paul Belmondo era Catherine Deneuve. Entrambe le versioni cinematografiche sono state a loro volta tratte dal romanzo Vertigine senza fine di William Irish.

La storia si incentra sul rapporto d’amore tra il protagonista, un importante e ricco mercante di Cuba che instaura una relazione epistolare a scopo matrimonio con una donna, la invita sull’isola per poterla finalmente incontrare e quindi sposare. Quando al suo arrivo si presenta l’affascinante e sensuale Angelina Jolie questo ne rimane subito stupito poiché si aspettava una donna ben diversa. Lei si presenta come una donna che non voleva mostrarsi per quella che era per paura che i suoi sentimenti verso di lei non fossero sinceri. Da qui, complice la bellezza e il fascino della donna, Banderas accetta la sua versione dei fatti. Ma via via che il film prende forma, il dubbio comincia a farsi strada nel suo cuore. La donna con cui si era scritto e si era aperto anima e cuore non sembra rispecchiarsi completamente nella bellissima donna che adesso ha per moglie. La passione che scoppia immediatamente tra i due è palpabile e si trascrive sullo schermo cinematografico con immagini e un uso della macchina da presa che tiene lo sguardo dello spettatore incatenato alla coppia. La chimica tra i due è infatti ben visibile fin da subito (come dimenticare la scena in cui fanno l’amore sul letto tra le bianche e candide lenzuola ripresa dall’alto, con la macchina da presa che si muove come se fosse posizionata sulle pale del ventilatore del soffitto e lo spettatore fosse una piccola mosca che in quel momento, così privato, spia la loro intimità).

Quando i dubbi diventano ormai certezze nella mente del personaggio di Banderas (le cicatrici strane sul corpo della moglie, l’arrivo della sorella della vera donna che avrebbe dovuto sposare e il ritrovamento del corpo morto di lei etc etc), lui è ormai succube dell’amore e della passione per questa donna che è carica di un erotismo senza pari, si mette contro tutti pur di difenderla. Per quanto poi il cambio di identità sembra loro condurre al lieto fine, in realtà una passione travolgente come la loro non può che portare ad un finale unicamente tragico. A differenza dell’originale, che ha un finale diverso, qui lei, che è la voce narrante del film, rimane vittima del suo stesso inganno ed innamorata senza modo di salvarsi, avvelena in modo involontario il suo amante e per questo viene imprigionata e condannata a morte.

Il film che di fatto è realizzato come un lungo flashback raccontato da lei, alla fine ci mostra che loro sono in realtà nuovamente insieme perché lui non è morto e lei alla fine è riuscita a fuggire. Lo sguardo in macchina di Banderas, alla fine del film, che si rivolge a lei, ma anche allo spettatore è la dichiarazione dei suoi veri sentimenti.

Il colpo di scena finale, all’ultimo secondo dà allo spettatore la speranza che anche una passione carnale e viva come quella dei due protagonisti può avere un finale diverso da quello che ci si potrebbe aspettare e il regista gioca una partita intrigante tra i due che, tra inganni e menzogne, alla fine si scoprono essere uguali e che in fondo, anche il personaggio maschile, così debole e perbene, se stimolato dalla passione, può rivelarsi letale come la donna.

Nel complesso merita una visione anche l’originale sebbene sia ambientato in epoca diversa (in questa edizione di Christofer l’azione si svolge nella Cuba dell’Ottocento) in modo da poter fare un confronto su come la tematica del sesso pornhub e della dipendenza (in fondo per una volta la traduzione italiana del titolo di Truffaut non è del tutto fuori luogo, poiché la donna diventa davvero come una droga per il protagonista) viene affrontata in maniera diversa dai due registi.

LA VITA DI ADELE – CAPITOLO 1 E 2

su Erotici/Festivals/Indie da

Titolo originale: La vie d’Adèle
Anno: 2013, Francia
Regia di: Abdellatif Kechiche
Scritto da: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix
Cast: Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Salim Kechiouche

Giustamente molto lodato e premiato, anche con Palma d’Oro a Cannes nel 2013, “Vita di Adele” è uno splendido film, di rara intensità ed emozione, girato da un Abdellatif Kechiche che qui, dopo i già apprezzati “La schivata”, “Cous cous” e “Venere nera”, è davvero in stato di grazia.

Tratto dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, da cui peraltro si discosta per diversi aspetti, il film narra la storia di Adele, quindicenne in un liceo della Francia del Nord, che, affamata di cibo e di amore, alla ricerca insaziabile di qualcosa che ancora non sa definire, vive una adolescenza non facile, pressata da compagni di scuola stupidi e grevi che la percepiscono “diversa” e la tormentano per questo. Una famiglia tutto sommato affettuosa, di brava gente ma convenzionale, non può offrirle comprensione e sostegno per affrontare le sue difficoltà, le sue incertezze, i suoi dubbi.
Nel tentativo di conformarsi ai coetanei si accompagna a Thomas, ma quello che lui le può dare non ciò che Adele cerca, ciò che con slancio e irruenza desidera ma non sa definire.
L’incontro con Emma dai capelli blu, interpretata da una magnifica Léa Seydoux, più adulta di lei e più risolta, lesbica e artista, le sconvolgerà l’esistenza, facendole scoprire l’amore, quello vero, la vera passione, il vero abbandonarsi a qualcuno sentendosi amanti e amati.
Il dono di un amore così intenso e totalizzante non teme certo la diffidenza e l’ostracismo di chi non lo comprende, e Adele sboccia nel suo essere donna, felice come mai prima.
Ma iniziata come un perfetto idillio, col tempo la storia con Emma, con cui è andata a convivere, inizia a vacillare: Adele, diventata insegnante, non si sente molto coinvolta dalle problematiche della comunità gay in cui Emma è ben inserita, e pur prestandosi a cucinare per loro non riesce a trovare negli amici di Emma, nella sua cerchia di artisti, una vera comunanza.

Arriva a sentirsi un po’ messa da parte, forse trascurata, e quasi senza accorgersene si concede a un collega, senza un vero interesse, tanto per “cambiare un pochino”. Ma Emma, nonostante sia già innamorata di un’altra donna – o forse proprio a causa di questo – non le perdonerà il tradimento, cacciandola e gettandola nella disperazione assoluta. La vita di Adele andrà avanti, ma nella sua infelicità lei non cesserà mai di rimpiangere e cercare l’amore perduto, quella luce che nella sua vita non riesce più a trovare.
Kechiche, da qualcuno criticato per le scene di sesso lesbico lunghe e insistite, racconta magistralmente il magico passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la scoperta di sé stessi, dell’amore, del sesso, della intensità della vita. Lo fa chiedendo alle sue attrici un enorme sforzo: incolla la macchina da presa al volto di Adele Exarchopoulos e non la molla più, in una serrata insistenza di primi piani che non possono non aver messo a dura prova l’attrice, la quale risponde splendidamente e con naturalezza alla richiesta del regista non solo di interpretare ma quasi di “reicarnarsi” nella protagonista.
Una protagonista che nella sua carnalità, nella sua fame di cibo, di amore, di sesso, di vita, brilla di tutto il confuso e vitale splendore del delicato e al tempo stesso violento passaggio all’età adulta.

Il risultato è di una passionalità, una emozione, un aderenza al reale non comuni, tanto che il Guardian scriverà con entusiasmo “Le lunghe scene di sesso sono così esplicite e candide da risultare magnifiche, e fanno sembrare il sesso di Ultimo tango a Parigi arrogante e datato”.
Nello stringersi negli spazi di un’aula, una camera, una cucina, il film si dilata in una cocente ricerca di interiorità, narrata con una naturalezza, una mancanza assoluta di morbosità che lascia commossi, emozionati e incantati.

50 SFUMATURE DI GRIGIO

su Erotici/Trash da

Titolo originale: Fifty Shades of Grey
Anno
: 2015, USA
Regia di: Sam Taylor-Johnson
Scritto da: Kelly Marcel (sceneggiatura), E.L. James (romanzo)
Cast:  Dakota Johnson, Jamie Dornan, Jennifer Ehle

Premiato da incassi da record e attesissimo dopo il travolgente successo mondiale del libro, il film “50 sfumature di grigio” vede i bellissimi Jamie Dornan e Dakota Johnson vestire – o meglio svestire – i panni della studentessa Anastasia e del facoltoso businessman Mr. Grey protagonisti del romanzo omonimo.

Per chi non lo avesse letto (ma esiste qualcuno, almeno tra il pubblico femminile, che non l’abbia letto, anche solo per curiosità?) la trama è di base quella di migliaia di romanzi rosa: lei giovane, ingenua, addirittura vergine, del tutto inconsapevole della propria bellezza, incontra un lui incredibilmente attraente, fascinoso, misterioso e per di più ricco sfondato. Lui la corteggia da subito e lei inizialmente imbarazzata e riluttante poi cede, scoprendo mille delizie e trovandosi travolta dalla passione.
Ciò che ha reso il romanzo un successo planetario è l’aver aggiunto a questa trama mille volte letta, mille volte vista e rivista, l’ingrediente trasgressivo del sadomaso, rendendolo un vero e proprio manuale del sesso a base di frustini e manette, presentato in modo tanto soft e alla portata di tutti da dare piacevole ispirazione a milioni di signore in cerca di nuove emozioni.
Nel film porno come nel libro vediamo quindi la tenera Anastasia, studentessa che lavora in un negozio di ferramenta, quasi una Cenerentola dei giorni nostri, che dovendo sostituire una amica nella realizzazione di una intervista per il giornale universitario fa la conoscenza del bel Mr. Grey, principe azzurro quale ogni donna potrebbe sognare, che la corteggia lusingandola con attenzioni e regali costosi. Anastasia, anzi “Ana”, scoprirà però ben presto il lato oscuro del suo bel miliardario: il principe non così azzurro ha infatti nel suo castello una stanza dei balocchi molto, molto speciale. La giovane, prima titubante, dopo avere sperimentato grazie a Grey le travolgenti gioie del sesso, accetterà di praticare tutti quei giochi, firmando addirittura un contratto molto preciso che stabilisce ruoli, regole e punizioni. Scopre così pratiche e sensazioni che non aveva mai nemmeno immaginato, ma le resta il cruccio di non percepire sufficiente coinvolgimento affettivo nel suo compagno di sesso. Vuole essere amata, Ana, e forse Mr. Grey non sarà mai in grado di darle l’amore che cerca, sebbene non le faccia certo mancare tutto il piacere erotico che può desiderare. La possibilità di un sentimento vero e profondo resta in sospeso, aprendo la strada ai sequel già previsti.
Il film è ben diretto da Sam Tayor Johnson, che mette gran cura nelle ambientazioni, nelle luci, in una fotografia fin troppo patinata, ma non ha convinto la critica che lo ha stroncato senza pietà, criticando “i dialoghi ridicoli e il ritmo lento”, rammaricando che “è difficile ricordare l’ultima volta di un sesso tanto noioso” e addirittura bollandolo come “una forma di tortura”.
In effetti chi si aspettasse una storia di passione dall’erotismo palpitante e rovente si troverebbe deluso: il film è molto più soft che hard, i dettagli anatomici sono accuratamente omessi, i momenti culminanti tagliati e i movimenti di macchina e i ralenti sono quelli di un film romantico, non di una storia di trasgressiva intensità. I protagonisti, belli ma inespressivi, sono fin troppo perfetti e patinati per trasmettere calore e la loro recitazione non certo eccelsa non aiuta a farsi coinvolgere più di tanto.
Sebbene sia per certi versi migliore del libro – il protagonista Grey è meno antipatico, Anastasia meno oca, si intravede anche un minimo di ironia che nel romanzo è del tutto assente – e abbia il merito di una buona colonna sonora che ha ricevuto apprezzamenti e nomination, il film non riesce però ad essere davvero trascinante, a trasmettere veri eros e passione. Non sudano nemmeno, i protagonisti: gli spettatori, pur con tutta la buona volontà, non di rado sbadigliano.

LEGAMI!

su Erotici/Indie da

Titolo originale: ¡Átame!
Anno e paese: Spagna, 1990
Regia di: Pedro Almodóvar
Scritto da: Pedro Almodóvar, Yuyi Beringola
Cast: Victoria Abril, Antonio Banderas, Loles León

Il giovane Ricky, solo al mondo e con niente in tasca, è appena stato rilasciato dalla clinica psichiatrica presso la quale ha soggiornato fino ad oggi, e tutto quello che vuole è ritrovare Marina, ex attrice pornografica e tossicomane, da lui incontrata durante una delle sue numerose fughe un anno prima, e della quale si è perdutamente innamorato, per convincerla ad amarlo, a sposarlo e a diventare la madre dei suoi futuri figli. Per questo motivo, dopo averla rintracciata sul set del film horror che sta girando adesso, la rapisce, tenendola sequestrata in casa propria, costantemente ammanettata, legata al letto e imbavagliata, nella speranza che, conoscendolo a fondo, Marina possa imparare ad amarlo come lui ama lei, dello stesso amore folle, ossessivo e devoto che lui ha nutrito per lei fin da quando l’ha incontrata.

All’inizio, per ovvi motivi, sembra che Ricky non abbia alcuna speranza con la bellissima, sensuale Marina, ma man mano che i giorni passano, che il loro rapporto si fa più intimo, che la loro assurda convivenza forzata si trasforma in un’ancora più assurda routine domestica, fatta di serate con cena davanti alla tv, di notti passate l’uno a fianco dell’altra nel letto e, soprattutto, delle svariate scorribande di Ricky nel mondo esterno per procurarsi le droghe e le medicine di cui Marina ha bisogno, qualcosa fra i due comincia a cambiare. Marina, trascinata dalla situazione, dall’atmosfera, dall’innocenza irragionevole negli occhi di Ricky (interpretato da Antonio Banderas, già alla sua quarta prova attoriale sotto la mano esperta di Almodóvar, che per primo lo scoprì nel 1982 con Labirinto di passioni), dalla sua inaspettata gentilezza ma anche dalla sua bruciante, ossessiva passione, si riscopre innamorata del suo carceriere, e fra i due sboccia un sentimento incomprensibile, che perfino Marina stessa è incapace di spiegare razionalmente. Tutto quello che sa è che è innamorata di Ricky, e malgrado desideri ancora la sua libertà e riesca, alla fine, a riconquistarla, deciderà di tornare ancora una volta fra le sue braccia, da donna libera e consapevole, per instaurare una relazione con lui.

Giocoso e scanzonato, il videos porno affronta il tema dell’ossessione, caro ad Almodóvar, da una prospettiva originale e irriverente, perfino divertente, che neanche per un secondo si maschera dietro false pretese di politically correct e, fin dall’inizio, racconta una storia assurda, dagli assurdi colpi di scena e dall’ancora più assurdo finale, senza mai giustificarsi, senza mai provare a moderarsi: tutto, in Légami!, è esagerato, chiassoso, squillante, dalla recitazione (il Ricky di Banderas parla continuamente con se stesso, anche quando è solo sulla scena, o in presenza della Marina di Victoria Abril addormentata, come fosse una precisa scelta stilistica, sia della regia che della sceneggiatura, quella di non lasciare neanche uno spazio vuoto, neanche un istante di silenzio, neanche un secondo allo spettatore per fermarsi a riflettere sull’assurdità quasi ridicola di quello che sta vedendo), ai colori, ai costumi, alle numerose inquadrature prive di veli e pudore che indugiano sul corpo della splendida Victoria Abril, e su quello tonico e spesso e volentieri coperto di ferite di Banderas.

Un altro regista, qualcuno con più remore, con più scrupoli etici di Almodóvar, ci avrebbe pensato due volte prima di concedere un finale così allegro, così moralmente sbagliato ad una pellicola che, in buona sostanza, parla di abuso, di violenza, di reclusione, di malattie mentali e dei devastanti effetti sulla psiche che la combinazione di tutte queste cose può avere su una persona fino a un momento prima moderatamente sana e responsabile, ma Almodóvar non è quel tipo di regista, non è il tipo di regista che rinuncia al finale giusto per una storia solo perché i perbenisti potrebbero condannarlo. Quella di Légami!, pur se decisamente fuori dagli schemi, è e resta una storia d’amore: deviata e insalubre, senza dubbio, ma comunque amore. E l’amore, in tutte le sue forme, Almodóvar non lo condanna, lo celebra.

Perfino in questo caso.

LUCIA E IL SESSO

su Erotici/Festivals da

Titolo originale: Lucía y el sexo
Anno: 2001,  Spagna | Francia
Scritto e diretto da: Julio Medem
Cast: Paz Vega, Tristán Ulloa, Najwa Nimri

L’amore tra la bella cameriera Lucia e il tormentato scrittore Lorenzo sembra perfetto: lei si è innamorata di lui leggendo il suo primo romanzo e lo ha cercato e voluto, lo ha conquistato, sedotto, trascinato in una storia d’amore che pare non avere ombre, un vero idillio ad alta intensità. Ma il passato che ritorna, la inaspettata scoperta di una paternità frutto di una sola, ormai dimenticata, notte di luna piena e una tragedia che incombe cambieranno tutte le carte in tavola, portando Lucia a tentare quella che inizia come una fuga, una occasione per ricominciare, ma diventa presto una ricerca, un tentativo di portare alla luce i lati oscuri di quell’amore che pensa di avere perduto.

La bellissima Paz Vega, vera scoperta di questo film che deve molto al suo fascino mediterraneo e al calore del suo sguardo e della sua presenza scenica, porta la storia su un’isola senza tempo, lunare e incantata, un luogo reale e magico al tempo stesso dove tutto cambia, tutto può essere rimesso in gioco. Un’isola dove tutto è pensato come una metafora, una Formentera dalla inquietante bellezza che galleggia come una zattera sul mare, dove “i giorni di mare grosso, la gente soffre di mal di mare, e nessuno sa perché”.
Un paesaggio letterario dove ogni luogo ha un significato e dove i destini dei protagonisti si intrecciano tra scoperte, flashback, suggestioni filosofiche, psicoanalitiche e romanzesche, in un alternarsi incessante di realtà e sogno, scoperte e ricordi, erotismo selvaggio, travolgenti passioni e inevitabili tragedie.

Il sesso ma non il porn, e il vero motore della storia e forse unico punto di incontro tra gli esseri umani, è torrido ed esplicito e le molte intense scene erotiche – alleggerite dei tratti più hard nei passaggi televisivi – mantengono pienamente le promesse insite nel titolo. Ma più che una storia di eros quello che viene rappresentato è un complesso melodramma che gioca su molti piani, forse troppi, tra passaggi onirici e andirivieni temporali intrecciati in un groviglio di sentimenti e destini che la sceneggiatura a volte fatica a mantenere del tutto comprensibile e coerente.

Un film non comune e per molti versi interessante, con una trama che è pressoché impossibile da raccontare immersa in un paesaggio di grande fascino visivo, un luogo che diventa protagonista quasi vivente di una poetica della fuga e della rinascita. Un uomo e le donne a cui si trova legato – la protagonista Lucia che teme di averlo perso per sempre, la donna che è stata amore di una notte, una baby sitter dagli istinti bollenti, una bambina di cui non sospettava l’esistenza – annodano i molti fili di una vicenda che passando per i lati più oscuri dell’amore, della passione, della morte, arriverà a trovare alla fine nuova vita alla luce viva e liberatoria dell’eros.

Il regista Julio Medem, autore dei forse sottovalutati “Tierra” e “Gli amanti del circolo polare”, con riferimenti e ispirazioni che vanno da Almodovar fino a David Lynch costruisce intorno a Lucia un complicato insieme di sottotrame, di narrazioni spezzate e ricomposte, di piani narrativi che si intersecano: se cercate in una storia linearità e coerenza, se amate le sceneggiature strutturate con rigore a prova di bomba non è certo un film per voi. Ma se siete disponibili a farvi avvolgere senza troppe domande dal turbine carnale e sentimentale di una vicenda in cui tutto sembra possibile, in cui un buco nella roccia diventa metafora di una possibile rinascita e di un diverso destino, se siete disposti a seguire Lucia nel suo viaggio dai risvolti spesso ingarbugliati e oscuri la indubbia intensità visiva, emotiva ed erotica di questo film non potrà certo mancare di coinvolgervi e affascinarvi.

LOVELACE

su Culto/Erotici da

LOVELACE
Anno d’uscita: 2013, USA
Scritto da: Andy Bellin
Diretto da: R. Epstein, J. Friedman
Attori: Amanda Seyfried, James Franco, Peter Sarsgaard

Non molti conoscono la storia di Linda Boreman e pochi, soprattutto tra i più giovani, hanno visto il film che negli anni settanta l’ha resa famosa, ma tutti ne conoscono il titolo. Parlo di “Gola Profonda” (Deep Throat).
E’ forse il videos porno più famoso mai girato, che si sviluppa attorno a una ragazza che scopre di avere il clitoride in fondo alla gola.
Il film è divertente e rappresenta uno dei baluardi dello sdoganamento pornografico e quest’aspetto positivo ha prevalso sui retroscena spesso sporchi e spesso tristi di quel mondo e della particolare situazione di Linda.
“Lovelace” (nome d’arte dell’attrice) tenta di svelare al grande pubblico proprio questi retroscena.

Breve presentazione
“Lovelace” è un film drammatico/biografico basato su un altro docu-film che prende piede dal libro pubblicato dalla stessa Linda dopo essersi ritirata dal porno. Nel libro, intitolato “Ordalia”, vengono descritte le violenze e gli abusi che l’attrice ha subito dal marito durante la sua esperienza come pornostar.
Il film è diviso esattamente a metà. Nella prima parte viene presentata Linda, e si pone l’attenzione sulla sua iniziale innocenza e sull’avventura cinematografica. Nella seconda parte vengono invece svelati i maltrattamenti subiti e l’altra faccia degli episodi apparentemente idilliaci della prima parte.

Per renderla più fruibile la recensione è divisa in cinque punti:
Trama;
Cosa funziona;
Cosa non funziona;
Perché vederlo;
Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Il fatto che sia basato su una storia vera ha il suo peso nell’impatto emozionale che il film riesce a dare. Ma una volta calmata l’ira, scatenata dagli abusi che ha dovuto subire una ragazza con un volto tanto innocente (quello di Amanda Seyfried), ci si accorge di come la storia sia parziale e soprattutto superficiale. Da un biopic ci si aspetta sempre di avere una visione il più possibile completa, ma non è quello che vediamo nel film. In effetti questo, come già tradisce il titolo, non vuole essere la storia della donna, ma quella dell’attrice idealizzata.

Trama
Linda Boreman è una ragazza cresciuta in una famiglia cattolica, con una madre dalla mentalità molto rigida e atteggiamenti quasi da carceriera. La svolta arriva con l’incontro tra Linda e un affascinante ragazzo, Chuck, di cui si innamora e con il quale lascia casa alla volta di Los Angeles.
Ma Chuck si rivela non essere il ragazzo fantastico che sembrava, e coinvolgerà Linda, con violenza fisica e psicologica, nel mondo del porno e della prostituzione.

Cosa funziona
La Seyfried ha il volto e gli atteggiamenti che riescono a preservare l’innocenza di una ragazza ingenua persino durante le scene (mai esplicite) di sesso e sesso orale. Ed è lei, con quest’aura, sostenuta dalla sua sensualità acerba, che riesce a creare empatia là dove lo spettatore non avrebbe altrimenti motivo di provarne.
Funzionano anche alcuni momenti drammatici come quelli di violenza domestica.
E ci si imbatte spesso in belle immagini.
In più è apprezzabile l’attenzione per i dettagli e i riferimenti storici.

Cosa non funziona
Il punto centrale che divide il film in due, rivelando la realtà dietro la favola, manca di mordente.
La seconda parte non è stata preparata a sufficienza nel corso della prima, non riuscendo così a raggiungere l’effetto drammatico previsto.
Inoltre quasi tutti i personaggi sono poco delineati, compresa la protagonista.
E la lista potrebbe continuare, ma è abbastanza inutile enucleare gli aspetti disfunzionali, quando è evidente che il problema è di fondo e risiede nell’intenzione del film che mai si chiarifica. Se l’intenzione era infatti quella di mostrare la storia di Linda, fallisce nel non scavare veramente affondo e nel presentare un personaggio troppo parziale. Se era invece quella di denuncia, appare anacronistica e comunque senza un bersaglio valido. In mancanza di una precisa intenzione sembra invece si sia optato per una sorta di encomio simpatetico all’attrice, che non basta però a soddisfare lo spettatore.

Perché vederlo
Il film è godibile e la presenza dell’attrice riesce a mantenere viva l’attenzione. In più l’escalation drammatica ha parzialmente successo e riesce ora a rattristirci ora a farci adirare, aiutato dalla nostra consapevolezza che almeno una parte di quegli eventi sono stati realmente vissuti.

Considerazioni finali
“Lovelace” è un film che riesce a coinvolgere sotto la spinta emotiva del realmente accaduto e grazie alla presenza della adorabile protagonista. Si sente però la mancanza di un’intenzione precisa e di una profondità maggiore.
La visione non è comunque sconsigliata.

Voto IMDb: 6,2
Voto Recensore: 5,8

PS: Il video originale di Linda Boreman, alle prese con performance orali da paura, si può apprezzare in questi siti: prendiporno; voglioporno; pornhub e xvideos.

LARRY FLYNT, OLTRE LO SCANDALO

su Culto/Erotici da

Titolo originale: The People vs. Larry Flynt
Anno d’uscita: 1996, USA
Scritto da: S. Alexander, L. Karaszewski
Diretto da: Milos Forema

C_768x540

“Proprietario della più insulsa, oscena, disgustosa e grande porno rivista mai apparsa sulla faccia della terra”.
“Ho un sacco di soldi e questo mi dà potere di dare una scrollata a questo sistema.”
“Perché devo andare in prigione io per difendere la tua libertà?”
“Credi che Dio ha creato la donna? E lo stesso Dio ha creato la sua vagina. Allora chi sei tu per sfidare Dio? Scatta!”
“–La collettività non ha il diritto di stabilire il proprio standard di valori? –No.”

Breve presentazione

“Larry Flynt – oltre lo scandalo” (titolo originale “The People vs. Larry Flynt” – “Lo stato contro Larry Flynt”) è un film biografico sulla vita di Larry, fondatore di Hustler, importante rivista per adulti, e difensore, inizialmente suo malgrado, del diritto di libertà di stampa e parola.
Nella prima parte assistiamo alla nascita della rivista e alla atipica, ma salda, storia d’amore tra Larry e Althea, una sua spogliarellista, presto diventata sua moglie, che gli starà accanto per tutta la sua vita.

La seconda parte immersa in un’atmosfera di opulento squallore e controversa follia, presenta la lotta per i diritti, in stile Larry Flynt. Indolente al sistema giudiziario, ai moralisti e ai religiosi.

Per renderla più fruibile la recensione è divisa in cinque punti:

Trama;
Cosa funziona;
Cosa non funziona;
Perché vederlo;
Considerazioni finali.
Ma prima una veloce considerazione iniziale.


Considerazione iniziale

Qualcosa non va. Un film indubbiamente molto ben fatto, con una sceneggiatura solida e una realizzazione curata e coerente. Un bel film insomma, che scena dopo scena mantiene un costante alto livello. Eppure nessuno dei suoi momenti riesce a coinvolgere totalmente.

Godiamo dell’irriverenza comica e scandalosa di Larry, ma rimanendo distaccati. Partecipiamo del suo dolore, ma senza farlo completamente nostro. Riconosciamo in lui le qualità dell’eroe, eppure qualcosa ci frena dal tifare per lui.

Trama

Larry da piccolo si ingegna distillando liquori per poi venderli. Una volta adulto gestisce un night club, che però non guadagna abbastanza. Larry decide allora di pubblicare un giornaletto per meglio mettere in mostra le ballerine del suo night, tra le quali anche la sua futura moglie. La sua idea è semplice: mostrare il corpo della donna, così com’è, senza nasconderlo e senza orpelli. Dopo qualche tentativo riesce ad ottenere l’attenzione del pubblico e finalmente “Hustler” (tutt’oggi una tra le più importanti riviste per adulti) prende vita.

Ma il materiale pornografico presente nella rivista e distribuito liberamente, e la successiva commistione tra video porno e religione, gli costeranno un grave incidente.

La sua vita prenderà una piega diversa e si ritroverà a lottare per il diritto di libertà di parola, senza alcun rispetto per le decisioni del tribunale, forte dei milioni di dollari che possiede.

L’epilogo si svolge in corte suprema, proprio sul primo emendamento, quello che sancisce la libertà di parola.

Cosa funziona

Molto. A partire dalle interpretazione dei protagonisti. Una Courtney Love perfetto ritratto di romantica dissolutezza e un Woody Harrelson completamente nel personaggio.

Assistiamo a una perfetta commistione di momenti comici e seri, con quelli drammatici e quelli erotici, che scorre in un flusso omogeneo.

Ma tra le tante cose che funzionano, una su tutte potrebbe essere la rappresentazione della relazione tra Larry e la moglie che è impeccabilmente coerente ed è l’elemento di vera costanza del film.

Cosa non funziona

Poco. Infatti il vero elemento che non funziona è possibile che sia in realtà un elemento che funziona benissimo. Mi spiego. Credo fosse intenzione dei realizzatori del film, mostrare Larry nel suo aspetto umano pieno di contraddizioni e capace di comportamenti da idiota come di azioni geniali, presentandolo al momento stesso come pallone gonfiato e uomo umile, uomo di successo e bifolco, eroe e stronzo.

In questo modo probabilmente si rende molto bene la percezione che nella realtà si è avuta del vero Larry Flynt, ma purtroppo rappresenta un ostacolo per lo spettatore che non riuscendo a cogliere la sintesi delle sue contraddizioni, rimane distaccato, e quindi non può farsi coinvolgere pienamente dal film.

Perché vederlo

Perché è un buon film, perché ha delle interpretazioni di alto livello, perché intrattiene nei suoi momenti comici, in quelli erotici e quelli drammatici. Perché ci ricorda di tutti i modi in cui si declina la libertà di parola.

Considerazioni finali

Un bel film che non annoia in nessun momento e che ci ricorda dei danni che il perbenismo può creare quando da norma sociale diventa norma vigente. Un bel film e niente di più. Ma della cui visione sicuramente non vi pentirete.
Voto IMDb: 7,3
Voto Recensore: 6.8

Torna su