Un atlante con le recensioni dei film che hanno fatto la storia del cinema

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Culto

9 SETTIMANE E MEZZO

su Culto/Erotici da

Titolo originale: 9 ½ Weeks
Anno e paese: USA, 1986
Regia di: Adrian Lyne
Scritto da: Sarah Kernochan, Zalman King, Patricia Louisianna Knop
Cast: Mickey Rourke, Kim Basinger

Elizabeth McGraw (Kim Basinger), impiegata in una galleria d’arte di New York e recentemente divorziata, vive una vita povera di emozioni e sorprese, tutta casa, lavoro e amici. Un’esistenza in cui i giorni si susseguono sempre uguali, dando forma a una quotidianità piatta e monotona, in cui le responsabilità della vita adulta (gli impegni lavorativi, le chiassose cene con gli amici, la solitudine a seguito della fine del matrimonio) schiacciano qualsiasi possibilità di avventura ed eccitazione.

Questo fino a quando, in una rosticceria cinese, Elizabeth incontra il misterioso John Gray (uno straordinario, abbagliante Mickey Rourke, prima che le sue discutibili scelte di vita lo rendessero l’ombra di se stesso), che da subito la affascina grazie ai suoi modi sicuri, alla sua cura nel vestire e al sorriso, dapprima silenzioso, poi sempre più aperto e incuriosito, che l’uomo le rivolge.

Fra i due, trascinati da una passione che va ben oltre il semplice elemento dell’attrazione fisica, nasce presto una relazione dalla carica sia erotica che sentimentale altissima: Elizabeth, da lungo tempo costretta a reprimere i propri desideri sessuali al punto da non conoscerli pienamente nemmeno lei stessa, si arrende alla sicurezza di John, alla semplicità con la quale la spinge ad allargare i suoi orizzonti. John è una personalità forte e dominante, sa molto chiaramente cosa gli piace e non esita ad ordinarlo ad Elizabeth, la quale, succube del fascino dell’uomo e intenzionata in prima persona ad abbattere le sue stesse barriere in una ricerca sempre più estrema del piacere, gli obbedisce in tutto (dando vita ad alcune scene che resteranno per sempre iconiche nella storia del cinema di genere, come ad esempio quella in cui John benda Elizabeth e poi la accarezza con dei cubetti di ghiaccio, o quella in cui, ancora una volta, la benda e poi le offre del cibo mentre lei è seduta per terra davanti al frigorifero; e come dimenticare, infine, la storica scena dello spogliarello di una Basinger all’apice della sua maturità sessuale, sulle ruvide, ipnotiche note di You can leave your hat on xxx di Joe Cocker).

Il gioco fra Elizabeth e John si fa sempre più ardito e spinto, e giorno dopo giorno entrambi mettono sul piatto forse più di quanto non avrebbero dovuto scommettere: il coinvolgimento emotivo è forte, ma la ricerca di piaceri ed emozioni sempre più estreme finisce per avere il sopravvento sui sentimenti, soprattutto da parte di John, che finisce per coinvolgere Elizabeth in avventure sessuali sempre più disturbanti (una volta chiedendole di camminare gattoni raccogliendo i soldi che lui lascia cadere a terra, un’altra cercando di coinvolgerla in un rapporto a tre con una prostituta sudamericana) che, alla fine, portano la ragazza a riconsiderare la situazione in cui si trova, e decidere che il limite, almeno per lei, è stato oltrepassato, e non intende oltrepassarlo ancora. Come la stessa Elizabeth dice nella scena dell’addio (annunciato, eppure ugualmente sofferto) a John, “uno di noi due doveva dire basta; tu non l’hai mai detto, e io forse ho aspettato troppo”.

Si conclude così una delle pellicole più interessanti del cinema erotico degli anni ’80. 9 settimane e ½ non è un film perfetto, alcuni particolari appaiono fuori fuoco, alcuni particolari, superflui, non contribuiscono alla creazione di una storia coesa che vada dritta al punto invece di disperdersi, eppure il centro della narrazione, la disperata storia d’amore e attrazione che coinvolge Elizabeth e John, non delude mai, dal primo all’ultimo minuto. Si assiste all’evolversi degli eventi sapendo già che una storia così non può che finire male, eppure si spera, fino alla fine, che i due riescano a parlare, a chiarirsi, a trovare una via di mezzo fra il desiderio che li divora e l’affetto che li unisce.

Ma la pellicola di Adrian Lyne, pur se intrisa di un romanticismo cupo e oscuro (che pure risulta alleggerito rispetto a quella che doveva essere l’intenzione originale del director’s cut, che affrontava, nelle scene tagliate, argomenti ancora più pesanti di quelli che il film già affronta, come la dipendenza da psicofarmaci, la nevrosi e il suicidio), racconta con onestà una storia d’amore che non può funzionare, e in conseguenza di ciò non può ottenere il lieto fine che forse avrebbe ottenuto se fosse stata una favola.

Malgrado la fotografia brillante, piena di luci anche nei momenti più oscuri, non c’è niente di fiabesco nella storia di Elizabeth e John. Nonostante l’evidente regressione infantile che Elizabeth attraversa mettendosi completamente nelle mani di John, Elizabeth non è una principessa da salvare, e malgrado la sua promessa di prendersi sempre cura di lei John non è il principe azzurro che la salverà. E infatti, giunta alla fine, al limite estremo di se stessa, che John l’ha aiutata a trovare, Elizabeth, principessa azzurra di se stessa, si salva da sola.

LE RELAZIONI PERICOLOSE

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Titolo originale: Dangerous Liaisons
Anno e paese: USA-Gran Bretagna, 1988
Regia di: Stephen Frears
Scritto da: Christopher Hampton
Cast: Glenn Close, John Malkovich, Michelle Pfeiffer

Sull’affascinante sfondo della Francia del Diciottesimo secolo, si alternano le vicende della gelida, calcolatrice Marchesa de Merteuil (una strepitosa, sublime Glenn Close) e del libertino e dissoluto Visconte di Valmont (John Malkovich), due noti membri dell’aristocrazia parigina che, annoiati dalla loro quotidianità e privi di percezione dei problemi del ceto più povero, conducono esistenze sregolate governate da un solo obbiettivo: la ricerca del piacere, ad ogni costo.

Se questo piacere si riduce per Valmont al semplice atto di conquista di questa o quella bellezza femminile (il Visconte è il tipico Dongiovanni, e colleziona amanti come fossero francobolli, facendo ben poca differenza fra signore della buona società e cortigiane, sebbene si pregi di accettare la sfida del corteggiamento solo quando si preannuncia davvero ardua), per la Marchesa di Merteuil la faccenda è ben più complessa: inserita da anni (fin da ragazzina) nel circo di falsità e raggiri dell’alta società, una volta diventata vedova la Marchesa ha giurato che non si sarebbe mai più lasciata dominare da un uomo, ed ha votato la sua intera esistenza alla ricerca del piacere nella sua forma più crudele, quella che si manifesta nella prevaricazione dei più deboli, di coloro che giudica sciocchi, o troppo giovani, o di coloro i quali mostrano un attaccamento all’onestà e al pudore che la Marchesa giudica ridicolo, fonte di estremo divertimento.

Insieme, talvolta in combutta, talvolta l’uno contro l’altro, i due aristocratici passano dei mesi manipolando e distruggendo le vite di coloro che li circondano, tutto in nome di un crudele gioco che parte come semplice passatempo, per poi trasformarsi, lentamente ma inesorabilmente, in tragedia: la Marchesa chiede al Visconte di compromettere la casta promessa sposa del suo ex amante, per vendicarsi dall’essere stata abbandonata, ma il Visconte, ritenendo la sfida troppo semplice, si dedica allo stesso tempo a tentare l’assedio della morigerata e fedelissima Madame de Tourvel (una Michelle Pfeiffer di una purezza e di una innocenza abbaglianti), riuscendo dopo mesi di vani tentativi a costringerla a capitolare. Innamoratosi di lei, sembra aver dimenticato la passione che lo legava alla Marchesa, e lei, profondamente innamorata di lui e allo stesso tempo carica di rancore nei suoi confronti, in quanto unico uomo dal quale non possa fare a meno di sentirsi dominata, lo istiga a lasciarla, spezzandole il cuore, offrendo in palio una notte d’amore con lei. Il Visconte, ossessionato dalla Marchesa, ex amante mai del tutto dimenticata, accetta, riducendo Madame de Tourvel in fin di vita dal dolore e finendo a sua volta ucciso nel corso di un duello quando la sua relazione illecita con la giovane Cécile (una giovanissima Uma Thurman), la ragazza che la Marchesa gli aveva ordinato di corrompere, viene alla luce.

La pellicola di Stephen Frears, sontuoso e spettacolare adattamento dell’omonimo romanzo epistolare settecentesco di Choderlos de Laclos, considerato uno dei capolavori della letteratura francese, pur se datata narra una storia sempre attuale, al punto da essere stata ripresa anche in chiave moderna dal regista Roger Kumble con il suo Cruel intentions, datato 1999. Sebbene ad una prima, distratta visione possa sembrare che il cuore della narrazione sia la storia fra Valmont e Madame de Tourvel, e il modo in cui l’amore di lei riesce a far breccia nell’animo e nel cuore del libertino, trasformandolo, il vero centro della pellicola è rappresentato dal rapporto perverso di odio e amore che lega indissolubilmente la Marchesa de Merteuil e il Visconte di Valmont: i due, entrambi figure dominanti ed entrambi ugualmente dominati dalle loro sfrenate passioni, continuano a sfidarsi l’un l’altra nel tentativo di sconfiggersi a vicenda, convinti che solo così possano riconquistare il rapporto che li aveva legati anni prima. Prova ne sia il fatto che Valmont si arrende al duello (e alla morte) solo quando comprende che la Marchesa non ha fatto che manipolarlo, e che non ha mai avuto intenzione di concederglisi nuovamente, e che l’unico momento di umanità al quale assistiamo per quanto riguarda la Marchesa è il momento in cui riceve la notizia della morte di Valmont, e si abbandona al suo dolore, urlando disperatamente e distruggendo la stanza nella quale si trova per sfogare la sua sofferenza.

Frears, mantenendo intatto lo spirito del libro pur ampliandone la storia, soprattutto in termini di prospettive della narrazione, non racconta una storia d’amore e di redenzione, ma una storia d’amore trasformatasi in odio, una storia di ossessione, di prevaricazione, la storia di una guerra senza vincitori, che a quasi trent’anni dall’uscita nelle sale resta attualissima e avvincente nella sua elegante crudeltà.

Il tutto, impreziosito da un cast stellare, costumi strepitosi e location suggestive e affascinanti, contribuisce a rendere Le relazioni pericolose un film straordinario, da guardare e riguardare, senza mai stancarsi.

IL NOME DELLA ROSA

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Titolo originale: Der Name der Rose
Anno: 1986, Italia | Germania dell’Ovest | Francia
Regia di: Jean-Jacques Annaud
Scritto da: Umberto Eco (romanzo), Andrew Birkin (sceneggiatura)

Sul finire dell’anno 1327, in un remoto monastero benedettino sito in una non meglio precisata località dell’Italia Settentrionale, alcuni monaci cominciano misteriosamente a morire. Presto il panico comincia a diffondersi come una malattia, e non passa molto prima che gli stessi monaci comincino a credere di essere di fronte ai segni dell’Apocalisse, che annunciano la venuta dell’Anticristo. Per far luce su questi misteri e tranquillizzare gli abitanti del monastero, l’abate ricorre dunque all’aiuto del frate francescano Guglielmo da Baskerville, ex inquisitore e uomo d’intelletto, noto per il suo acume e per la ferrea razionalità delle sue indagini, che si reca in visita al monastero in compagnia del suo giovanissimo novizio, Adso da Melk, bene intenzionato a gettare la luce della verità sulle numerose ombre che si aggirano fra i cupi, antichi corridoi di quei luoghi sperduti fra le montagne. Ciò che Guglielmo non sa e che, a dispetto del suo portentoso intelletto, non immagina neanche, è che i segreti custoditi da quelle spesse mura siano ben più gravi, e ben più importanti, della morte di alcuni monaci.

Da queste cupe, inquietanti premesse prende il via il film del 1986 “Il nome della rosa”, diretto da Jean-Jacques Annaud e liberamente tratto dal romanzo omonimo che il compianto Umberto Eco, prestigioso saggista italiano allora alla sua prima opera di narrativa, pubblicò per Bompiani nel 1980. L’omonimia delle due opere non deve trarre in inganno lo spettatore, però: si tratta infatti di due prodotti che, pur seguendo a grandi linee la stessa storia, e servendosi degli stessi personaggi principali, affrontano le vicende narrate in due modi completamente diversi; dove il romanzo di Eco si concentrava sulle disquisizioni filosofiche, teoriche e linguistiche, la pellicola di Annaud preferisce concentrarsi, per snellire la narrazione e renderla più fruibile ad un pubblico ampio e variegato, su un concetto molto più semplice, ovvero la contrapposizione fra due tipi di seduzione differenti, quella dell’intelletto, della smania di sapere, e quella del piacere, dell’amore carnale e del desiderio sessuale. Questa contrapposizione, che si inserisce nel quadro più ampio di una narrazione che si divide fra numerosi generi cinematografici diversi (giallo, thriller, gotico), fa da filo conduttore all’intera vicenda, incarnandosi nelle due anime opposte dei protagonisti, che pure, tramite l’amicizia che li lega, dimostrano che un connubio fra le due spinte è possibile, e che forse, anzi, rappresenta il punto massimo raggiungibile dall’animo umano.

Da un lato abbiamo infatti il razionale, quasi freddo Guglielmo da Baskerville, uomo estremamente intelligente, attento osservatore di fatti e persone, ma allo stesso tempo anche superbo, orgoglioso, ostinato e testardo nella necessità di dimostrare le proprie tesi, che ritiene sempre invariabilmente corrette e veritiere. Dall’altro, a lui si contrappone il giovane Adso, un animo più gentile, più empatico, più inesperto e innocente, vulnerabile pertanto alla più grande delle tentazioni, quella rappresentata dalla giovane contadina della quale ben presto si innamora, e con la quale finisce per consumare un rapporto sessuale ardente e appassionato (e questo nonostante la giovanissima età – appena sedici anni! – dell’attore Christian Slater quando interpretò il personaggio) che lascerà un segno profondo in entrambi i personaggi.

Così come Guglielmo è continuamente tentato dalla smania di sapere, dalla smania di assorbire in sé quanta più cultura possibile, e si dimostra spesso disinteressato a qualsiasi critica i suoi contemporanei possano muovere verso le opere di cui lui brama la lettura, Adso è continuamente tentato dalla ragazza di cui si è innamorato, dal desiderio di salvarla dal suo destino crudele, al punto da arrivare quasi a perdere di vista il vero obiettivo della sua presenza nel monastero benedettino in compagnia del suo maestro e mentore, pur di compiacere lei.

Annaud firma una pellicola ambiziosa, che pur semplificando di gran lunga la tesi del materiale di partenza, quando non decisamente sovvertendola, addirittura, mantiene intatto il suo sapore intellettuale, e non rinuncia alle atmosfere tipiche del cinema di genere: inquadrature oscure, claustrofobiche, inquietanti, che raggiungono il loro apice certamente nella descrizione dell’immenso e complicato labirinto-biblioteca all’interno del quale Guglielmo e Adso risolvono il mistero degli omicidi e scoprono la verità su chi trama nell’ombra per ripristinare sul monastero quel “terrore del divino” che si suppone debba preservare uno stile di vita modesto e pacifico, così come i dettami dell’ordine di San Benedetto impongono.

Il finale del film esplicita piuttosto chiaramente che si trattava fin dall’inizio di un tentativo destinato a fallire, e sono Guglielmo e Adso, alla fine, a trionfare, dopo avere unito le loro forze e messo da parte ciò che li tentava e rischiava di mandarli fuori strada, pur senza rinunciare del tutto a una piccola soddisfazione (Guglielmo riesce infatti a salvare alcuni libri dal rogo che devasterà il monastero, e Adso riesce a vedere la fanciulla di cui si è innamorato un’ultima volta, prima di abbandonarla per sempre).
Un’opera epica, inquietante, intrigante e conturbante nella maestria con cui mette a nudo l’intimità più profonda dei personaggi di cui narra le vicende, destinata a restare impressa nella memoria di qualunque spettatore.

MALENA

su Culto/Italiani da

Anno: 2000, Italy | USA
Regia di: Giuseppe Tornatore
Scritto da: Luciano Vincenzoni e Giuseppe Tornatore
Cast: Monica Bellucci, Giuseppe Sulfaro, Luciano Federico

Mentre l’Italia entra in guerra, nei primi anni quaranta, un ragazzino riceve in regalo la sua prima bicicletta e posa gli occhi per la prima volta sulla donna che diventerà il suo primo grande amore, la sua passione, il suo sogno erotico, fino ai limiti di una vera ossessione. Quella donna è Maddalena, detta Malena, una splendida giovane moglie che con la sua sfolgorante bellezza turba non solo la pubertà del giovane Renato, ma l’intero paese. Basta che cammini per strada, anche se tiene gli occhi bassi e non rivolge la parola a nessuno, perché la sua avvenenza rimescoli i sensi agli uomini e innervosisca le donne.

Quando suo marito parte per la guerra nessuno crede possibile che una donna tanto bella possa restare sola: non serve a nulla che lei sia riservata e fedele, che pensi soltanto al suo Nino lontano, l’intero paese parla di lei. La concupiscenza degli uomini e la gelosia invidiosa delle donne diventano presto maldicenza, velenosa quanto falsa. Le cose peggiorano quando arriva notizia che il marito di Malena è morto: ora che è vedova e libera le voci su di lei diventano irrefrenabili. L’unico che crede in lei, nella sua onestà, è Renato che pur non riuscendo a smettere di spiarla in ogni momento, di sognarla, di farne l’oggetto delle sue sfrenate fantasie, la idealizza e la ama sempre di più e vorrebbe proteggerla, da tutto e da tutti.
Ma non potrà fare niente per evitare che, mentre la guerra infuria e arriva anche nel paese, Malena trovandosi del tutto priva di mezzi si trovi costretta a vendere la sua bellezza agli invasori tedeschi.
E nemmeno potrà evitarle la tremenda vendetta con cui le compaesane daranno sfogo a tutto il loro livore, mentre i compaesani assistono inerti alla atroce punizione.

Dovrà andarsene, Malena, e solo quando il marito creduto morto tornerà da lei potrà ritrovare non solo una certa serenità, ma anche un nuovo rispetto da parte dei concittadini. Renato, che l’ha amata e desiderata tanto, le rivolgerà la parola una sola volta e per pochi istanti, ma non riuscirà mai a dimenticarla.

Tornatore dipinge un affresco di luci e colori che racconta una Sicilia ormai sparita e descrive con tocco da maestro luoghi e momenti, da quelli più languidamente erotici a quelli terribili della guerra in corso, con le atrocità che Malena stessa dovrà subire.
Con un uso sapiente della camera – come in certi momenti in cui questa è all’altezza degli occhi e mentre la protagonista cammina per il paese lo spettatore cammina con lei, sentendo le voci che la circondano – riesce a tratti a fare realmente sentire lo spettatore immerso in prima persona in quel momento, in quel luogo, all’interno della vicenda.

La Venere che incanta non solo i protagonisti del film ma anche chiunque lo guardi è una Monica Bellucci al massimo del suo splendore, che affida l’interpretazione del suo ruolo pressoché interamente al suo fascino erotico: non pronuncia quasi parola, è il suo corpo che parla, e lo sguardo malinconico e spesso desolato dei suoi bellissimi occhi.

Non privo di momenti divertenti, è un film girato da un regista che conosce bene il suo mestiere e sebbene la narrazione non sia esente da luoghi comuni e da qualche eccesso da cartolina nella rappresentazione, riesce ad essere coinvolgente e a tratti commovente, grazie anche alla colonna sonora di un Morricone che non si smentisce mai. Se gli uomini resteranno avvinti dalle grazie della protagonista e dal suo prorompente eros, il pubblico femminile non potrà non essere colpito dalla storia di una donna che soffre e viene punita a causa della sua bellezza, quasi che questa anziché un dono sia in qualche modo una dannazione, una colpa da espiare.

THE DREAMERS – I SOGNATORI

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Anno: 2003,  UK | France | Italy
Regia: Bernardo Bertolucci
Sceneggiatura: Gilbert Aldair
Cast: Michael Pitt, Eva Green, Luis Garrel, Florian Cadiou
Bertolucci torna alla regia con uno sguardo al passato, alla Primavera di Parigi del ’68 e agli anni della Nouvelle Vague. Il film è tratto da un racconto di Gilbert Aldair che si occupa in prima persona anche alla stesura della sceneggiatura. Interessante è come il regista di Ultimo tango a Parigi (id, 1972) ritorni a descrivere questa meravigliosa città e il sesso, guardando entrambi da una prospettiva diversa.
Difficile guardare un film di questo tipo senza pensare alla rivoluzione culturale che proprio in quegli anni sconvolgeva l’Europa e non solo e che aveva come cuore pulsante proprio Parigi.

La vicenda è un ménage à trois tra il povero ed innocente Michael Pitt, studente americano che si ritrova suo malgrado coinvolto in avvenimenti più grandi di lui, e una coppia di fratelli composta da Eva Green e Luis Garrel.

Bertolucci fa del suo protagonista l’occhio dello spettatore, infatti lo fa innamorare subito del cinema e della potenzialità del mezzo cinematografico che riesce ad isolarlo dalla realtà e a trasportarlo in una dimensione differente e può essere un gioco riuscire a cogliere tutti i riferimenti e a riconoscere le immagini di film famosi che Bertolucci qua e là inserisce all’interno della sua pellicola. Questo è un modo per il regista di omaggiare il cinema, un po’ come all’epoca fece Truffaut con il piccolo Antoine de I quattrocento colpi.

La storia e il protagonista si evolvono con l’incontro/scontro tra i due fratelli che non si comportano assolutamente come tali. Questi ultimi infatti coinvolgono il giovane inesperto in un gioco di seduzione e sesso, droga, fumo, alcool ed eccessi vari. Vivendo insieme, a stretto contatto con i due gemelli, Micheal Pitt invaghito della sensualissima Eva Green capisce che il rapporto tra i due fratelli gemelli è oltre il morboso e la gelosia reciproca è lampante. Visivamente Bertolucci realizza il suo film, non solo creando un vero omaggio al cinema francese di Truffaut (come non pensare alle corse di Jules et Jim?), ma anche dando delle immagini iconiche e lavorando sulla fotografia e i colori. Eva Green coperta solo di un lenzuolo bianco sotto la vita che indossa dei guanti neri fino al gomito, con i capelli raccolti e con il trucco accentuato da un rossetto rosso vivo, è l’immagine di una moderna Venere di Milo che seduce i suoi amanti e lo stesso spettatore. Alla fine, dopo questa immersione di vita bohème, il nostro protagonista riemerge nella realtà degli eventi, che ha portato Parigi alle rivolte studentesche, alle manifestazioni e alla violenza e capisce che nel nucleo che i due fratelli ossessivamente condividono, non c’è spazio per lui e che da questo periodo onirico deve risvegliarsi.

Il titolo direi che è assolutamente azzeccato, i sognatori non erano solo gli studenti che manifestavano per il ’68, ma anche i tre protagonisti che per il periodo dello svolgimento della trama hanno sognato di condividere una realtà diversa, di sfogare le loro fantasie sessuali e condividere la passione per la vita, per gli eccessi e per il cinema. Il regista sembra quasi volerci dare un monito, sembra guardare con occhio nostalgico a quel periodo che ha vissuto anche in prima persona e che ora anche a lui appare come un sogno lontano, ma che noi spettatori dobbiamo guardare con occhio più critico. La sensualità di Eva Green contesa dai due amanti, sottolineata dalle luci, dai colori e dall’ottima fotografia, rappresenta un po’ il fascino del cinema a cui lo spettatore si concede volentieri, rimane affascinato dalla sua bellezza, ma che deve, alla fine di tutto, tornare a fare i conti con la realtà della vita. Il sogno come un film è bello, ti ipnotizza, ti seduce, ma poi bisogna (purtroppo) svegliarsi. Una menzione particolare va fatta anche alla colonna sonora che è composta dai brani dell’epoca e che aiuta lo spettatore a calarsi e ad immedesimarsi nelle sensazioni del protagonista e che lo guida tra le immagini e i fotogrammi di una Parigi complessa e meravigliosa.

EYES WIDE SHUT

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Regia: Stanley Kubrick
Cast: Tom Cruise, Nicole Kidman,  Sydney Pollack, Marie Richardson
Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Frederick Raphael
Anno: 1999, USA

Eyes Wide Shut è l’ultimo film di Kubrick ed è anche l’ultima occasione in cui vediamo insieme tanto sullo schermo, come nella vita reale, la celebre coppia di attori Cruise-Kidman. Questi infatti dopo la realizzazione del film si sono separati definitivamente.

Ma veniamo al film. Kubrick era solito scegliere i film anche in base ad un soggetto solido e anche in questo caso non fa eccezione. Il soggetto è infatti tratto dal libro Doppio Sogno di Arthur Shnizler, da cui elabora la sceneggiatura il regista stesso insieme a Frederick Raphael.

La vita di una coppia normale, alto borghese, viene sconvolta dal loro avvicinarsi ad una realtà diversa, affascinante quanto letale e pericolosa.

I due vengono invitati ad una cena di Natale nella casa di un ricco e potente uomo d’affari e da qui inizierà un gioco pericoloso, soprattutto per lui che, essendo medico, viene subito agganciato dal suo anfitrione per mezzo di due ragazze molto avvenenti, mentre la moglie tenta di non cedere alle lusinghe di un altro uomo. Questo avvenimento innescherà un meccanismo di gelosia reciproca che si sfogherà la sera successiva tra i fumi della droga che porteranno a rivelazioni che turberanno la quiete domestica. Cruise, che con una scusa si allontana dalla moglie, trova lungo la propria strada una serie di tentazioni a cui a fatica riuscirà a resistere. Dopo aver incontrato un vecchio amico musicista che gli parla del suo prossimo lavoro in un luogo segreto dove per partecipare bisogna essere mascherati ed essere in possesso di una parola d’ordine, il personaggio di Cruise ormai voglioso di provare esperienze nuove, cede alla tentazione, ritrovandosi così in un luogo sontuoso in cui in ogni stanza gli si presenta un’immagine diversa di sesso e perversione.

Il regista porta i suoi personaggi al limite, cercando di far loro affrontare i propri limiti e le proprie paure. La sceneggiatura è ben elaborata e rende ancora più toccante l’impatto visivo che la fotografia regala, grazie all’utilizzo di costumi e colori caldi.

Kubrick affascina lo spettatore con immagini oniriche e deliranti di sesso e perversione. Per quanto sia l’ultimo capolavoro di Kubrick, Eyes Wide Shut è sicuramente tra i più discussi anche per le scene volutamente esplicite di sesso che i media americani hanno volutamente censurato.

Un film lungo e non facile da vedere, con una trama che fa da sottotesto all’immagine cinematografica in cui le maschere, i mantelli, le scenografie sontuose rendono le scene di sesso fra il mistico e il rituale. Un po’ come se il sesso, visto in quel contesto massonico, diventasse parte integrante di un rito pagano e senza freni. La sessualità vista come espressione di un desiderio latente, di un primordiale bisogno carnale che si contestualizza in una dimensione onirica e trasgressiva.

Come nei suoi lavori precedenti, la musica ricopre un ruolo fondamentale facendo da sottofondo a una vera e propria indagine nell’Io umano, in bilico tra desiderio e paura, istinto e regole di convivenza. Alla fine di questo breve e inteso viaggio “nella tana del coniglio bianco”, i personaggi non potranno più vivere la vita di prima, essendo andati troppo oltre e avendo scoperto un lato del proprio essere di cui ignoravano  completamente l’esistenza.

ZACK & MIRI – AMORE A… PRIMO SESSO

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Titolo originale: Zack and Miri Make a Porno
Anno d’uscita: 2008, USA
Regia di: Kevin Smith
Scritto da: Kevin Smith
Cast: Seth Rogen, Elizabeth Banks, Craig Robinson

Consulto il Kamasutra, ma alla lettera “t” non trovo nessuna tecnica erotica con il nome di “Timone olandese”. Allora mi chiedo come sia venuta in mente all’autore, o se non l’ha inventata, in che genere di occasione l’abbia scoperta.
Si dice che un buon film è tale se dopo la visione ti lascia riflettere su qualcosa, e questa è stata la riflessione che ha scatenato in me, ma non credo sia il metro di giudizio più adatto per valutare “Zack & Miri amore a… primo sesso” (Titolo originale: “Zack and Miri Make a Porn”).

Breve presentazione:
“Z&M” è una commedia sentimentale, di una comicità spinta, che prende piede in una fredda cittadina di provincia americana, popolata interamente da personaggi eccentrici che concorrono a creare un mondo in cui è credibile ognuno dei momenti comici.
E’ interpretata da una bella Elisabeth Banks (Miri) e dal sempre spassoso Seth Roger (Zack).
Il film si sviluppa attorno alla realizzazione da parte di Zack di un film porno gratis. E’ questo lo spunto di gran parte delle gag ed è anche il pretesto narrativo che permetterà ai due protagonisti, inizialmente solo amici, di fare sesso.
In tale contesto, secondo il classico schema da commedia romantica: innamoramento, rottura e ricongiunzione, si sviluppa la loro storia d’amore, che appare però forzata e marginale.

Per renderla più fruibile presento la recensione divisa in cinque punti:
1. Trama;
2. Cosa funziona;
3. Cosa non funziona;
4. Perché vederlo;
5. Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Kevin Smith regista, sceneggiatore, montatore, amante di fumenti (e probabilmente anche di porno) all’inizio della sua carriera acquista subito fama con “Clerks” (Commessi), film indipendente dal perverso, ma fantastico, senso comico, in cui Smith crea dei personaggi folli perfettamente coerenti all’assurdo mondo che delinea poco a poco. Perché questa premessa? Perché pone l’accento su due cose: la prima è che questo regista sa come creare un mondo incredibile e credibile allo stesso tempo; e la seconda è che il suo senso del comico spesso si accompagna allo sconcertante.
Non è esattamente il caso di “Miri e Zack”, ma questo vi preparerà ad alcuni momenti esilaranti e allo stesso momento sconcertanti, dosati però molto bene, almeno per coloro i quali hanno simpatia per un po’ (anche più di un po’) di sana volgarità.

1. Trama
Lui: commesso nella metà dei trenta, simpaticamente sboccato e con problemi nel gestire i soldi. Lei: praticamente identica, ma al femminile e attraente.
I due dividono lo stesso appartamento per motivi economici, ma sebbene sembrino fatti l’uno per l’altra, sono solo due amici che si conoscono da una vita.
Quando i loro problemi economici li costringono senza luce, acqua e riscaldamento, per risollevarsi dalla situazione di ristrettezza, decidono di girare un film porno, contando sul fatto che almeno i loro vecchi compagni di scuola lo comprerebbero.
Purtroppo il primo tentativo fallisce. Ma Zack non si arrende e prova una seconda volta con una nuova idea.
Durante le riprese i protagonisti si scontrano con l’evidenza che si stanno innamorando l’uno dell’altra. Così dopo aver affrontato un temporaneo allontanamento dovuto a un’incomprensione, Zack e Miri si chiariranno e troveranno un modo per far soldi con un ingegnoso business.

2. Cosa funziona
L’interpretazione degli attori, quella di lui, divertente in ogni momento; e quella di lei, naturale e talmente buona da rendere assolutamente credibile che una bellissima donna come è Miri possa innamorarsi di un Zack sovrappeso e spesso repellente.
Le gag, indubbiamente il punto di forza del film, quelle che nascono da situazioni imbarazzanti, quelle eccessive e quelle sui cliché del porno e dell’omosessualità maschile.
Il ritmo, ben dosato e sostenuto dalle gag.
Il mondo folle in cui si trovano i folli personaggi.

3. Cosa non funziona
La storia d’amore è la vera nota stonata del film, infatti i toni seri che si sforza di assumere cozzano con il mondo che ha la sua forza proprio nella totale mancanza di serietà. Inoltre la supposta trepidazione con cui lo spettatore dovrebbe aspettare la scena di sesso tra Zack e Miri, quasi non esiste, surclassata dalla meglio costruita porzione comica.
L’ “Americanità” di alcune gag, come quelle riferite ai neri o presenti nei giochi di parole, non arriva a un pubblico internazionale.
Alcune azioni rappresentano delle forzature nei personaggi di sostegno a favore della storia d’amore.
In fine, alcuni personaggi di supporto potevano forse avere una ragion d’essere che non si esaurisse in una singola gag.

4. Perché vederlo
Lo scopo di una commedia è far ridere e questa ci riesce. La sorpresa dei punch sconcertanti di alcune gag e il tono definito dai personaggi, risolleveranno le sorti di una noiosa serata pizza e film. Inoltre scoprirete cos’è il “Timone olandese”.

5. Considerazioni finali
“Zack & Miri – Amore a primo sesso” è una commedia divertente, da non vedere in famiglia, ma con gli amici, per un’ora e quaranta di risate in un film dal ritmo godibilissimo, diretto e interpretato molto bene.

Voto IMDB: 6,6
Voto Personale: 7

LOVELACE

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LOVELACE
Anno d’uscita: 2013, USA
Scritto da: Andy Bellin
Diretto da: R. Epstein, J. Friedman
Attori: Amanda Seyfried, James Franco, Peter Sarsgaard

Non molti conoscono la storia di Linda Boreman e pochi, soprattutto tra i più giovani, hanno visto il film che negli anni settanta l’ha resa famosa, ma tutti ne conoscono il titolo. Parlo di “Gola Profonda” (Deep Throat).
E’ forse il più famoso mai girato, che si sviluppa attorno a una ragazza che scopre di avere il clitoride in fondo alla gola.
Il film è divertente e rappresenta uno dei baluardi dello sdoganamento pornografico e quest’aspetto positivo ha prevalso sui retroscena spesso sporchi e spesso tristi di quel mondo e della particolare situazione di Linda.
“Lovelace” (nome d’arte dell’attrice) tenta di svelare al grande pubblico proprio questi retroscena.

Breve presentazione
“Lovelace” è un film drammatico/biografico basato su un altro docu-film che prende piede dal libro pubblicato dalla stessa Linda dopo essersi ritirata dal porno. Nel libro, intitolato “Ordalia”, vengono descritte le violenze e gli abusi che l’attrice ha subito dal marito durante la sua esperienza come pornostar.
Il film è diviso esattamente a metà. Nella prima parte viene presentata Linda, e si pone l’attenzione sulla sua iniziale innocenza e sull’avventura cinematografica. Nella seconda parte vengono invece svelati i maltrattamenti subiti e l’altra faccia degli episodi apparentemente idilliaci della prima parte.

Per renderla più fruibile la recensione è divisa in cinque punti:
Trama;
Cosa funziona;
Cosa non funziona;
Perché vederlo;
Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Il fatto che sia basato su una storia vera ha il suo peso nell’impatto emozionale che il film riesce a dare. Ma una volta calmata l’ira, scatenata dagli abusi che ha dovuto subire una ragazza con un volto tanto innocente (quello di Amanda Seyfried), ci si accorge di come la storia sia parziale e soprattutto superficiale. Da un biopic ci si aspetta sempre di avere una visione il più possibile completa, ma non è quello che vediamo nel film. In effetti questo, come già tradisce il titolo, non vuole essere la storia della donna, ma quella dell’attrice idealizzata.

Trama
Linda Boreman è una ragazza cresciuta in una famiglia cattolica, con una madre dalla mentalità molto rigida e atteggiamenti quasi da carceriera. La svolta arriva con l’incontro tra Linda e un affascinante ragazzo, Chuck, di cui si innamora e con il quale lascia casa alla volta di Los Angeles.
Ma Chuck si rivela non essere il ragazzo fantastico che sembrava, e coinvolgerà Linda, con violenza fisica e psicologica, nel mondo del porno e della prostituzione.

Cosa funziona
La Seyfried ha il volto e gli atteggiamenti che riescono a preservare l’innocenza di una ragazza ingenua persino durante le scene (mai esplicite) di sesso e sesso orale. Ed è lei, con quest’aura, sostenuta dalla sua sensualità acerba, che riesce a creare empatia là dove lo spettatore non avrebbe altrimenti motivo di provarne.
Funzionano anche alcuni momenti drammatici come quelli di violenza domestica.
E ci si imbatte spesso in belle immagini.
In più è apprezzabile l’attenzione per i dettagli e i riferimenti storici.

Cosa non funziona
Il punto centrale che divide il film in due, rivelando la realtà dietro la favola, manca di mordente.
La seconda parte non è stata preparata a sufficienza nel corso della prima, non riuscendo così a raggiungere l’effetto drammatico previsto.
Inoltre quasi tutti i personaggi sono poco delineati, compresa la protagonista.
E la lista potrebbe continuare, ma è abbastanza inutile enucleare gli aspetti disfunzionali, quando è evidente che il problema è di fondo e risiede nell’intenzione del film che mai si chiarifica. Se l’intenzione era infatti quella di mostrare la storia di Linda, fallisce nel non scavare veramente affondo e nel presentare un personaggio troppo parziale. Se era invece quella di denuncia, appare anacronistica e comunque senza un bersaglio valido. In mancanza di una precisa intenzione sembra invece si sia optato per una sorta di encomio simpatetico all’attrice, che non basta però a soddisfare lo spettatore.

Perché vederlo
Il film è godibile e la presenza dell’attrice riesce a mantenere viva l’attenzione. In più l’escalation drammatica ha parzialmente successo e riesce ora a rattristirci ora a farci adirare, aiutato dalla nostra consapevolezza che almeno una parte di quegli eventi sono stati realmente vissuti.

Considerazioni finali
“Lovelace” è un film che riesce a coinvolgere sotto la spinta emotiva del realmente accaduto e grazie alla presenza della adorabile protagonista. Si sente però la mancanza di un’intenzione precisa e di una profondità maggiore.
La visione non è comunque sconsigliata.

Voto IMDb: 6,2
Voto Recensore: 5,8

PS: Il video originale di Linda Boreman, alle prese con performance orali da paura, si può apprezzare in questi siti: prendiporno; voglioporno; pornhub e xvideos.

LARRY FLYNT, OLTRE LO SCANDALO

su Culto/Erotici da

Titolo originale: The People vs. Larry Flynt
Anno d’uscita: 1996, USA
Scritto da: S. Alexander, L. Karaszewski
Diretto da: Milos Forema

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“Proprietario della più insulsa, oscena, disgustosa e grande rivista mai apparsa sulla faccia della terra”.
“Ho un sacco di soldi e questo mi dà potere di dare una scrollata a questo sistema.”
“Perché devo andare in prigione io per difendere la tua libertà?”
“Credi che Dio ha creato la donna? E lo stesso Dio ha creato la sua vagina. Allora chi sei tu per sfidare Dio? Scatta!”
“–La collettività non ha il diritto di stabilire il proprio standard di valori? –No.”

Breve presentazione

“Larry Flynt – oltre lo scandalo” (titolo originale “The People vs. Larry Flynt” – “Lo stato contro Larry Flynt”) è un film biografico sulla vita di Larry, fondatore di Hustler, importante rivista per adulti, e difensore, inizialmente suo malgrado, del diritto di libertà di stampa e parola.
Nella prima parte assistiamo alla nascita della rivista e alla atipica, ma salda, storia d’amore tra Larry e Althea, una sua spogliarellista, presto diventata sua moglie, che gli starà accanto per tutta la sua vita.

La seconda parte immersa in un’atmosfera di opulento squallore e controversa follia, presenta la lotta per i diritti, in stile Larry Flynt. Indolente al sistema giudiziario, ai moralisti e ai religiosi.

Per renderla più fruibile la recensione è divisa in cinque punti:

Trama;
Cosa funziona;
Cosa non funziona;
Perché vederlo;
Considerazioni finali.
Ma prima una veloce considerazione iniziale.


Considerazione iniziale

Qualcosa non va. Un film indubbiamente molto ben fatto, con una sceneggiatura solida e una realizzazione curata e coerente. Un bel film insomma, che scena dopo scena mantiene un costante alto livello. Eppure nessuno dei suoi momenti riesce a coinvolgere totalmente.

Godiamo dell’irriverenza comica e scandalosa di Larry, ma rimanendo distaccati. Partecipiamo del suo dolore, ma senza farlo completamente nostro. Riconosciamo in lui le qualità dell’eroe, eppure qualcosa ci frena dal tifare per lui.

Trama

Larry da piccolo si ingegna distillando liquori per poi venderli. Una volta adulto gestisce un night club, che però non guadagna abbastanza. Larry decide allora di pubblicare un giornaletto per meglio mettere in mostra le ballerine del suo night, tra le quali anche la sua futura moglie. La sua idea è semplice: mostrare il corpo della donna, così com’è, senza nasconderlo e senza orpelli. Dopo qualche tentativo riesce ad ottenere l’attenzione del pubblico e finalmente “Hustler” (tutt’oggi una tra le più importanti riviste per adulti) prende vita.

Ma il materiale pornografico presente nella rivista e distribuito liberamente, e la successiva commistione tra porno e religione, gli costeranno un grave incidente.

La sua vita prenderà una piega diversa e si ritroverà a lottare per il diritto di libertà di parola, senza alcun rispetto per le decisioni del tribunale, forte dei milioni di dollari che possiede.

L’epilogo si svolge in corte suprema, proprio sul primo emendamento, quello che sancisce la libertà di parola.

Cosa funziona

Molto. A partire dalle interpretazione dei protagonisti. Una Courtney Love perfetto ritratto di romantica dissolutezza e un Woody Harrelson completamente nel personaggio.

Assistiamo a una perfetta commistione di momenti comici e seri, con quelli drammatici e quelli erotici, che scorre in un flusso omogeneo.

Ma tra le tante cose che funzionano, una su tutte potrebbe essere la rappresentazione della relazione tra Larry e la moglie che è impeccabilmente coerente ed è l’elemento di vera costanza del film.

Cosa non funziona

Poco. Infatti il vero elemento che non funziona è possibile che sia in realtà un elemento che funziona benissimo. Mi spiego. Credo fosse intenzione dei realizzatori del film, mostrare Larry nel suo aspetto umano pieno di contraddizioni e capace di comportamenti da idiota come di azioni geniali, presentandolo al momento stesso come pallone gonfiato e uomo umile, uomo di successo e bifolco, eroe e stronzo.

In questo modo probabilmente si rende molto bene la percezione che nella realtà si è avuta del vero Larry Flynt, ma purtroppo rappresenta un ostacolo per lo spettatore che non riuscendo a cogliere la sintesi delle sue contraddizioni, rimane distaccato, e quindi non può farsi coinvolgere pienamente dal film.

Perché vederlo

Perché è un buon film, perché ha delle interpretazioni di alto livello, perché intrattiene nei suoi momenti comici, in quelli erotici e quelli drammatici. Perché ci ricorda di tutti i modi in cui si declina la libertà di parola.

Considerazioni finali

Un bel film che non annoia in nessun momento e che ci ricorda dei danni che il perbenismo può creare quando da norma sociale diventa norma vigente. Un bel film e niente di più. Ma della cui visione sicuramente non vi pentirete.
Voto IMDb: 7,3
Voto Recensore: 6.8

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