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Bored to death, cut, mad and lonely
Se, come il sottoscritto, siete dei trentenni ancora faticosamente in cerca della vostra dimensione e collocazione in questo mondo bizzarro in cui ci ritroviamo tutti a vivere, non avrete grosse difficoltà a identificarvi con il protagonista della brillante commedia dai toni noir Bored to Death. Con le dovute differenze, naturalmente. Jonathan Ames (splendidamente interpretato da Jason Schwartzman) come dicevamo ha trent’anni, è ebreo, vive a Brooklyn ed è scrittore (o aspirante tale) e giornalista. Jonathan ha già pubblicato il suo romanzo di esordio, ha un contratto per il seguito (e ha ricevuto un buon anticipo) e scrive regolarmente per un magazine di Manhattan. Un ragazzo di talento e anche di successo, direte voi. Non esattamente, perché la sua vita è in stallo, come immobilizzata, congelata; in particolare è il suo nuovo romanzo a non avanzare di una pagina. Le persone di cui è circondato non sono di grande aiuto, anzi sia il suo amico fumettista Ray (Zach Galifianakis), impeganato a cercare disperatamente di costruire una relazione con Leah, sia l’editore del suo giornale George Christopher (Ted Danson), eccentrico sessantottino newyorkese che ama sperimentare praticamente qualsiasi cosa, finiscono spesso per trascinarlo in situazioni tanto ingarbugliate quanto strampalate. E Jonathan fatica a prendere il controllo della sua vita. Troppa erba e vino bianco, a detta della sua fidanzata Suzanne (Olivia Thirlby) che, proprio per la sua riluttanza a venire a capo di queste due presunte dipendenze, di punto in bianco abbandona lui e il suo appartamento lasciandoli in uno stato di desolata prostrazione e avvilimento.
Si apre così il primo episodio della prima serie di Bored to Death, andato in onda negli USA circa un anno fa, autunno 2009, e trasmessa in Italia da FX (piattaforma Sky) la scorsa primavera: con la già ex-fidanzata che sta traslocando per i suddetti motivi. Rientrato nella casa mezza svuotata (parte dei mobili appartenevano a Suzanne) lo sguardo di Jonathan cade su uno dei tanti libri sul pavimento (anche le librerie appartenevano a Suzanne): Farewell, my lovely (Addio, mia amata) di Raymond Chandler. In uno scatto d’orgoglio, per riaffermare la propria identità e sostenere il suo amor proprio, Jonathan corre al computer, si collega a Craiglist.org e inserisce un semplice annuncio in cui offre i propri servizi come investigatore privato (senza licenza, tariffe ragionevoli). Inspiegabilmente i clienti (sgangherati) iniziano subito a chiamarlo e lui inizia a vestire l’immancabile impermeabile alla Humphrey Bogart da detective anni ’30, trasformandosi in uno degli eroi romantici e impenetrabili che da sempre popolano le sue letture e la sua immaginazione. Oddio, pressapoco… Perché le indagini che si trova a condurre, le situazioni in cui si trova invischiato, i personaggi con cui si trova a che fare, hanno sempre un sapore grottesco e tragicomico, forse per l’oggettivo eccesso di erba e vino bianco con cui Jonathan li affronta. In un modo o in un altro però il nostro detective preferito riesce sempre a risolvere i suoi casi grazie a un mix sorprendente di deduzione, incoscienza, sensibilità, ingenuità, inventiva, fortuna e sangue freddo.
La serie è stata creata da Jonathan Ames. Sì, l’autore ha lo stesso nome del protagonista ma quanto ci sia effettivamente di autobiografico nel personaggio non saprei dirlo. Da quel poco che ho scoperto facendo un po’ di ricerche per questo articolo sembrerebbe comunque che il vero Jonathan Ames sia effettivamente un newyorkese, in passato sia stato trentenne, sia scrittore e giornalista, e abbia avuto qualche esperienza pugilistica. Sulle sue inclinazioni riguardo a erba e vino bianco invece posso solo fare delle ragionevoli ipotesi. Very cool dude, a mio parere. Con il giovane, talentuoso, attore Jason Schwartzman credo abbia trovato un ideale complice e alter-ego. La complicità nasce già dal tema musicale della stupenda sigla d’apertura, scritto insieme e interpretato da Schwartzman. Bored to Death è nato come un esperimento spassionatamente prodotto dalla HBO; la prima serie infatti si compone di soli otto episodi. Il loro inaspettato successo (e il crescendo) hanno convinto l’emittente a produrne una seconda serie di altri otto episodi. Speriamo che i Jonathan Ames non si facciano sopraffare dalla troppa erba e dai troppi calici di vino bianco e la loro storia vada avanti.
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