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“Il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno”

sabato, febbraio 26th, 2011. Filed under: cinema Spettacoli Vintage by Maria Nesticò

“È una fortuna che ci sia toccato un omicidio.
Temevo fosse una rapina o un furto. Sono così noiosi…”

XII giurato

 

Nato da un regista teatrale e da una ballerina, Sidney Lumet vive in un ambiente privilegiato per coltivare il suo talento artistico. Debutta come attore, alla fine degli anni ’30 per poi approdare alla regia.

I primi passi li muove, con grande successo, in televisione. Siamo agli inizi degli anni ’50, le serie televisive diventano popolari e Lumet dirige star holliwoodiane del calibro di Audry Hebpurn e James Dean. Dalla TV al cinema il tragitto è segnato: autore prolifico, politicamente “scorretto”, acuto e raffinato, fine utilizzatore di nuove tecnologie. Dagli esordi fino ai giorni nostri racconta l’America che cambia: spaziando dal dramma alla commedia brillante, non tralasciando i classici (da Tennessee Williams ad Agatha Christie).

Sindney Lumet firma il suo primo lungometraggio (e probabilmente il suo capolavoro) nel 1957. 12 Angry Men è un’opera teatrale. Girato interamente (o quasi) in una stanza, che trasmette prepotente il senso di claustrofobia e di frustrazione, il film si gioca sui profili psicologici dei dodici giurati, che non vengono introdotti, non sono mai chiamati per nome e si lasciano sfuggire dettagli della propria vita solo marginalmente, e per il solo scopo di portare avanti la narrazione.

L’intento è chiaro: è un esperimento di psicologia sociale da manuale. Quanto l’ambiente (fisico e relazionale) influisce sulla mente umana fino a modificarne le convinzioni e le azioni?

Più difficile è riuscire a realizzare un film in cui non accade praticamente nulla, tenendo incollati gli spettatori alle loro sedie. Lumet ci è riuscito brillantemente. Disegna, con i dialoghi, le personalità. E sembra voler semplicemente dimostrare una teoria: nulla è certo. Il ragionevole dubbio, caposaldo della giustizia americana, si insinua piano piano nei Giurati (e negli spettatori), convenuti a giudicare, appunto, su un caso di omicidio (meglio, di parricidio) che sembra inconfutabilmente avere un assassino e un movente.

I toni, prima pacati, educati, distaccati si alzano lentamente, fino a raggiungere l’acme nello scontro tra i principali sostenitori di quelle che sono ormai diventate due fazioni: colpevole e innocente. Henry Fonda e Lee J. Cobb, candidati all’Oscar per le loro magistrali interpretazioni. Quello che era una semplice procedura da sbrigare (nel più breve tempo possibile) diventa una questione personale, che tocca ideologie, stato sociale, relazioni familiari.

Le dinamiche fra i giurati sono anch’esse da manuale: alleanze, debolezze, affabulazione, sicurezze incrollabili che si frantumano sotto il peso del dubbio sì, ma pure della pressione schiacciante del Gruppo. E il caldo, l’aria viziata, il malessere fisico: sembra di vivere sulla propria pelle tutte queste sensazioni.

Lumet, pur propendendo chiaramente per una delle due ipotesi, non vuole dimostrare innocenza o colpevolezza. Fonda l’intera opera sull’importanza del dubbio, come fattore di crescita e di emancipazione non solo umana, ma anche e soprattutto sociale. E in questo, sembra volerci portare ad ammirare la grandezza degli Stati Uniti d’America, che, pur con i suoi difetti estremamente umani (le differenze sociali e le discriminazioni razziali, in primis), responsabilizzano i propri cittadini, inculcandogli l’importanza del dubbio e dunque del confronto. Senza tralasciare gli aspetti grottescamente indegni di una società civile: la vita (perché di pena capitale stiamo parlando) di un diciassettenne affidata a cittadini qualunque, senza possibilità di appello.

La parola ai giurati (12 Angry Men)

di Sidney Lumet
Produzione: USA, 1957
Sceneggiatura: Reginald Rose
Genere: Drammatico
Durata: 95′

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