Un atlante con le recensioni dei film che hanno fatto la storia del cinema

LUCIA E IL SESSO

su Erotici/Festivals da

Titolo originale: Lucía y el sexo
Anno: 2001,  Spagna | Francia
Scritto e diretto da: Julio Medem
Cast: Paz Vega, Tristán Ulloa, Najwa Nimri

L’amore tra la bella cameriera Lucia e il tormentato scrittore Lorenzo sembra perfetto: lei si è innamorata di lui leggendo il suo primo romanzo e lo ha cercato e voluto, lo ha conquistato, sedotto, trascinato in una storia d’amore che pare non avere ombre, un vero idillio ad alta intensità. Ma il passato che ritorna, la inaspettata scoperta di una paternità frutto di una sola, ormai dimenticata, notte di luna piena e una tragedia che incombe cambieranno tutte le carte in tavola, portando Lucia a tentare quella che inizia come una fuga, una occasione per ricominciare, ma diventa presto una ricerca, un tentativo di portare alla luce i lati oscuri di quell’amore che pensa di avere perduto.

La bellissima Paz Vega, vera scoperta di questo film che deve molto al suo fascino mediterraneo e al calore del suo sguardo e della sua presenza scenica, porta la storia su un’isola senza tempo, lunare e incantata, un luogo reale e magico al tempo stesso dove tutto cambia, tutto può essere rimesso in gioco. Un’isola dove tutto è pensato come una metafora, una Formentera dalla inquietante bellezza che galleggia come una zattera sul mare, dove “i giorni di mare grosso, la gente soffre di mal di mare, e nessuno sa perché”.
Un paesaggio letterario dove ogni luogo ha un significato e dove i destini dei protagonisti si intrecciano tra scoperte, flashback, suggestioni filosofiche, psicoanalitiche e romanzesche, in un alternarsi incessante di realtà e sogno, scoperte e ricordi, erotismo selvaggio, travolgenti passioni e inevitabili tragedie.

Il sesso ma non il porn, e il vero motore della storia e forse unico punto di incontro tra gli esseri umani, è torrido ed esplicito e le molte intense scene erotiche – alleggerite dei tratti più hard nei passaggi televisivi – mantengono pienamente le promesse insite nel titolo. Ma più che una storia di eros quello che viene rappresentato è un complesso melodramma che gioca su molti piani, forse troppi, tra passaggi onirici e andirivieni temporali intrecciati in un groviglio di sentimenti e destini che la sceneggiatura a volte fatica a mantenere del tutto comprensibile e coerente.

Un film non comune e per molti versi interessante, con una trama che è pressoché impossibile da raccontare immersa in un paesaggio di grande fascino visivo, un luogo che diventa protagonista quasi vivente di una poetica della fuga e della rinascita. Un uomo e le donne a cui si trova legato – la protagonista Lucia che teme di averlo perso per sempre, la donna che è stata amore di una notte, una baby sitter dagli istinti bollenti, una bambina di cui non sospettava l’esistenza – annodano i molti fili di una vicenda che passando per i lati più oscuri dell’amore, della passione, della morte, arriverà a trovare alla fine nuova vita alla luce viva e liberatoria dell’eros.

Il regista Julio Medem, autore dei forse sottovalutati “Tierra” e “Gli amanti del circolo polare”, con riferimenti e ispirazioni che vanno da Almodovar fino a David Lynch costruisce intorno a Lucia un complicato insieme di sottotrame, di narrazioni spezzate e ricomposte, di piani narrativi che si intersecano: se cercate in una storia linearità e coerenza, se amate le sceneggiature strutturate con rigore a prova di bomba non è certo un film per voi. Ma se siete disponibili a farvi avvolgere senza troppe domande dal turbine carnale e sentimentale di una vicenda in cui tutto sembra possibile, in cui un buco nella roccia diventa metafora di una possibile rinascita e di un diverso destino, se siete disposti a seguire Lucia nel suo viaggio dai risvolti spesso ingarbugliati e oscuri la indubbia intensità visiva, emotiva ed erotica di questo film non potrà certo mancare di coinvolgervi e affascinarvi.

Y TU MAMA TAMBIEN

su Indie da

Regia: Alfonso Cuaròn
Cast: Diego Luna, Gael Garcia Bernal, Maribel Verdù, Nathan Grinberg, Marìa Aura
Sceneggiatura: Alfonso Cuaròn, Carlos Cuaròn
Anno: 2001, Mexico

Prima di Harry Potter e della magia e molto prima di raggiungere il premio Oscar per un film sulla vita e la solitudine nello spazio, Alfonso Cuarón girava questo piccolo cult di nicchia scritto insieme al fratello Carlos. Si tratta del terzo lungometraggio del regista messicano e il primo forse ad avere un maggior successo internazionale.

La trama vede incentrate la vicende di due amici, interpretati da Diego Luna e Gael Garcia Bernal (vincitori per questo film del premio Marcello Mastroianni al Festival del Cinema di Venezia) che vivono a Città del Messico. Due adolescenti durante la delicata transizione verso l’età adulta durante la loro ultima estate insieme. I due incontrano l’affascinante Maribél Verdù, una donna visibilmente più grande e matura , ma con un fascino così dirompente da colpire i ragazzi, spingendoli a invitarla a intraprendere un viaggio insieme verso le spiagge di Oaxaca. La donna accetta e i tre partono per questo road trip quasi catartico, e che segnerà per sempre la vita dei due giovani, come un episodio epico nel difficile passaggio all’età adulta. I ragazzi si scontrano, discutono, sono due spiriti bollenti che non possono controllare i loro istinti e la cui sessualità è duramente messa alla prova dalla presenza di questa misteriosa donna, che li attrae e li incuriosisce sempre di più. La sua presenza sarà infatti il catalizzatore dei loro desideri più reconditi, che culmineranno in una notte di  passione dopo la quale nessuno dei tra sarà più lo stesso.

Il film tratta il tema del viaggio che è anche la scoperta di sé, del proprio corpo, della sessualità, e lo affronta in maniera mai volgare o eccessiva. Per i due ragazzi questo viaggio, questa vacanza, sarà una vera esperienza formativa, che li preparerà ad affrontare le dure prove della vita che li aspetta. Il sesso, gli scherzi, le esagerazioni fanno tutti parte degli insegnamenti di Maribel, che li guiderà in questo viaggio con le sue parole e il suo corpo esperto fino al giorno in cui le loro strade si separeranno e prenderanno cammini diversi. Entrambi litigano per lei, entrambi la desiderano e lei si concede come fosse una maestra di vita. I tre affrontano la vita in modo spensierato, grottesco, ma a tratti pure malinconico e nostalgico, con la percezione di una fine imminente, di un cambio irreversibile alle porte.

La scoperta del sesso e l’esperienza omosessuale vengono raccontate in maniera molto delicata non sembra porno, con naturalezza, dipingendoli come dei passaggi obbligati nella vita dei protagonisti. La sessualità esplicita del film non è mai volgare, è sempre permeata di naturalezza e questo è sicuramente uno pregi più grandi di questa pellicola.

Il film è un piccolo cult da riscoprire per ritrovare le origini della cinematografia di Cuarón, nonché per ammirare e conoscere i meravigliosi luoghi della sua formazione, che sono una metafora perfetta della gioventù e della spensieratezza dei protagonisti. Per ultimo, ma non meno importante, c’è da apprezzare sicuramente la precisione quasi documentaristica con cui vengono rappresentati i paesaggi.

BUCKY LARSON: NATO PER ESSERE UNA STAR

su Trash da

Titolo originale: Bucky Larson: Born to Be a Star
Anno d’uscita: 2011, USA
Scritto da: Adam Sandler
Diretto da: Tom Brady

In psicologia per “confronto a ribasso” si intende una strategia per aumentare o preservare la propria autostima in modo passivo. Consiste nel confrontarsi con persone messe peggio di noi, per sentirci meglio.
Ne abbiamo un esempio quando guardandoci allo specchio ci lamentiamo della nostra faccia e un nostro amico ci dice che siamo comunque messi meglio di Gerlando, il nostro collega con un occhio strabico e la faccia devastata dalla scabbia, e subito ci sentiamo meglio. (E Gerlando è pure fidanzato con la ragazza carina del bar.)
Perché vi parlo di questa cosa? Perché il confronto al ribasso è l’elemento centrale su cui si basa la “grande svolta” del film ed il film stesso.
Capirete meglio in seguito.

Breve presentazione
“BUCKY LARSON: NATO PER ESSERE UNA STAR” è una commedia che segue le vicende tra il demenziale, il nonsense e il pessimo gusto, di Bucky Larson: un ragazzo che soffre di ritardo mentale, di età compresa tra i diciotto e i venticinque anni (interpretato da un uomo di quasi quaranta con una parrucca e dei dentoni incisivi posticci) che aspira a diventare una pornostar.

Per renderla più fruibile la recensione è divisa in cinque punti:
1. Trama;
2. Cosa funziona;
3. Cosa non funziona;
4. Perché vederlo;
5. Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Quando ne ho la possibilità mi piace vedere il film senza conoscere chi siano gli autori, in modo da non avere aspettative e non essere influenzato. Ciò mi è stato possibile con “Bucky Larson”.
Mentre vedevo il film mi chiedevo come fosse possibile che un cast decente come quello presente e le più che discrete risorse di produzione, fossero stati impiegati in un film di una tale inutilità.
Guardo il film fino alla fine e non capacitandomi del fatto di aver visto qualcosa di tanto pessimo, voglio credere che mi sia sfuggito qualcosa. Sullo schermo appare il nome del regista, non mi dice nulla. E poi il nome dello sceneggiatore: Adam Sandler. E tutto prende senso.

Trama
ATTENZIONE: La trama potrebbe contenere spoiler, ma il film è già rovinato di per sé.
Bucky viene licenziato e una vecchia sdentata gli predice il suo destino di diventare una star.
In una serata tra amici viene proiettato un “film osé” e Bucky scopre due cose: come masturbarsi (più o meno) e che i suoi genitori sono stati porno attori.
Ispirato da ciò Bucky decide di seguire le loro orme e va a Los Angeles. Qui incontra una cameriera di cui si innamora e anche alcune persone dell’industria pornografica che gli concedono una possibilità, ma che poi lo sbeffeggiano per le dimensioni ridicolmente piccole del suo pene.
Ad ogni modo a Bucky viene fatta girare la scena di un film. Ma alla vista di un seno non riesce a trattenersi e, facendo una serie di facce che potrebbero definirsi buffe, eiacula.
La scena finisce in internet ed ha successo poiché risana il rapporto di molte coppie in cui il partner maschile ha dei genitali molto piccoli, ma che al confronto di Bucky sono enormi. Infatti una strana interpretazione di quel “confronto a ribasso” di cui abbiamo parlato all’inizio, porta nuova linfa sessuale alle coppie che vedono la performance di Bucky.
Così il nostro protagonista vincerà numerosi riconoscimenti pornografici e dopo una piccola parentesi di incomprensione con la cameriera (nel frattempo diventata la sua fidanzata) si riconcilierà con lei per vivere per sempre felice e contento.

Cosa funziona
Resisto alla tentazione di lasciare vuoto questo paragrafo.
In realtà è davvero così, non funziona quasi nulla, ma vediamo comunque ciò che non funziona meno.
Il ritmo, anche se ogni tanto si arena, è abbastanza veloce e non è il colpevole della noia del film.
La regia e in generale il comparto tecnico non sono affatto pessimi quanto la storia.
Ogni tanto qualche seno nudo ben inquadrato.
Il taglio di capelli di Don Johnson.

Cosa non funziona
Quando una commedia non fa ridere, e non lo fa a dispetto di attori e risorse più che decenti, è davvero un fallimento.
Il demenziale non è abbastanza demenziale, il nonsense è solo stupido e il resto sono solo battute scaturite da incomprensioni verbali.
I personaggi agiscono in modo non coerente con il mondo mal creato del film e … insomma si potrebbe continuare a sparare sulla croce rossa.

Perché vederlo
In effetti non c’è ragione di guardarlo a meno che non vi venga richiesto espressamente per scrivere una recensione.
Ma nel caso in cui per qualche ragione appaia su uno schermo di fronte a voi, potreste anche volerlo vedere nel caso in cui vi piaccia la comicità abbastanza spicciola, o se avete voglia di regredire all’età infantile quando il “confronto a ribasso” si manifestava ridendo del bambino che inciampava o al quale un bullo abbassava i pantaloni in corridoio.

Considerazioni finali
Film fallito sia artisticamente che al botteghino. Da evitare a meno che non vi piaccia tanto, ma davvero tanto, la comicità di Adam Sandler scrittore.

Voto IMDb: 3,3
Voto Recensore: 4,0

EYES WIDE SHUT

su Culto da

Regia: Stanley Kubrick
Cast: Tom Cruise, Nicole Kidman,  Sydney Pollack, Marie Richardson
Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Frederick Raphael
Anno: 1999, USA

Eyes Wide Shut è l’ultimo film di Kubrick ed è anche l’ultima occasione in cui vediamo insieme tanto sullo schermo, come nella vita reale, la celebre coppia di attori Cruise-Kidman. Questi infatti dopo la realizzazione del film si sono separati definitivamente.

Ma veniamo al film. Kubrick era solito scegliere i film anche in base ad un soggetto solido e anche in questo caso non fa eccezione. Il soggetto è infatti tratto dal libro Doppio Sogno di Arthur Shnizler, da cui elabora la sceneggiatura il regista stesso insieme a Frederick Raphael.

La vita di una coppia normale, alto borghese, viene sconvolta dal loro avvicinarsi ad una realtà diversa, affascinante quanto letale e pericolosa.

I due vengono invitati ad una cena di Natale nella casa di un ricco e potente uomo d’affari e da qui inizierà un gioco pericoloso, soprattutto per lui che, essendo medico, viene subito agganciato dal suo anfitrione per mezzo di due ragazze molto avvenenti, mentre la moglie tenta di non cedere alle lusinghe di un altro uomo. Questo avvenimento innescherà un meccanismo di gelosia reciproca che si sfogherà la sera successiva tra i fumi della droga che porteranno a rivelazioni che turberanno la quiete domestica. Cruise, che con una scusa si allontana dalla moglie, trova lungo la propria strada una serie di tentazioni a cui a fatica riuscirà a resistere. Dopo aver incontrato un vecchio amico musicista che gli parla del suo prossimo lavoro in un luogo segreto dove per partecipare bisogna essere mascherati ed essere in possesso di una parola d’ordine, il personaggio di Cruise ormai voglioso di provare esperienze nuove, cede alla tentazione, ritrovandosi così in un luogo sontuoso in cui in ogni stanza gli si presenta un’immagine diversa di sesso e perversione.

Il regista porta i suoi personaggi al limite, cercando di far loro affrontare i propri limiti e le proprie paure. La sceneggiatura è ben elaborata e rende ancora più toccante l’impatto visivo che la fotografia regala, grazie all’utilizzo di costumi e colori caldi.

Kubrick affascina lo spettatore con immagini oniriche e deliranti di sesso e perversione. Per quanto sia l’ultimo capolavoro di Kubrick, Eyes Wide Shut è sicuramente tra i più discussi anche per le scene volutamente esplicite di sesso che i media americani hanno volutamente censurato.

Un film lungo e non facile da vedere, con una trama che fa da sottotesto all’immagine cinematografica in cui le maschere, i mantelli, le scenografie sontuose rendono le scene di sesso fra il mistico e il rituale. Un po’ come se il sesso, visto in quel contesto massonico, diventasse parte integrante di un rito pagano e senza freni. La sessualità vista come espressione di un desiderio latente, di un primordiale bisogno carnale che si contestualizza in una dimensione onirica e trasgressiva.

Come nei suoi lavori precedenti, la musica ricopre un ruolo fondamentale facendo da sottofondo a una vera e propria indagine nell’Io umano, in bilico tra desiderio e paura, istinto e regole di convivenza. Alla fine di questo breve e inteso viaggio “nella tana del coniglio bianco”, i personaggi non potranno più vivere la vita di prima, essendo andati troppo oltre e avendo scoperto un lato del proprio essere di cui ignoravano  completamente l’esistenza.

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

su Indie/Italiani da

Anno d’uscita: 2015, Italia
Scritto da: Nicola Guaglione
Diretto da: Gabriele Mainetti
Cast: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli

IronMan, Captain America, Thor, Wolverine, Lanterna Verde, Green Hornet, L’uomo Ragno, L’uomo Pipistrello, L’uomo Formica, Avengers, Guardiani della Galassia, I Fantastici Quattro, X-men, ma anche Hancock, Mad Max, Deadpool, e molti, molti altri con almeno tre quattro sequel ognuno.
Film che vediamo ormai da anni e che non è raro ci annoino a dispetto dei fantamiliardi spesi per la loro realizzazione.
E quando la nausea per i supereroi ha ormai superato il limite da un pezzo, esce un film italiano, su un super eroe italiano: “Lo chiamavano Jeeg Robot”.
Il regista aveva girato qualche anno prima un cortometraggio intitolato “TigerBoy”, su un ragazzino che ispirato da un wrestel Romano chiamato “Il Tigre” riesce ad uscire da una orribile situazione.
Alla radio a proposito di “Lo chiamavano JR” questo regista dice: “sapevo come far funzionare questa cosa”, e aveva ragione.

Breve presentazione
Lo chiamavano Jeeg Robot è un film d’avventura supereroistico, che usa questo genere senza scopiazzare il fare americano o cercare di ricalcare i modi da fumetto. Infatti carpita l’essenza del genere la applica al quotidiano di un uomo qualsiasi della periferia Romana e la sviluppa in modo coerente e realistico. Un degno comic movie apprezzato da critica e pubblico.

Di seguito la recensione divisa in cinque punti:
1. Trama;
2. Cosa funziona;
3. Cosa non funziona;
4. Perché vederlo;
5. Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Vedere dei film italiani di buon livello e capaci di intrattenere non capita molto spesso.
E’ risaputo che il livello medio dei film del bel paese è molto basso e quando mi chiedono una valutazione su un film italiano mi accorgo di usare un metro di giudizio diverso rispetto a quello che uso per quelli non nazionali. Ma in questo caso se dovessi usare il “metro italiano” dovrei dare una valutazione vicina al dieci, quindi ritengo più appropriato usare il severo metro di giudizio che utilizzo per il resto dei film del pianeta.

Trama
Enzo Ceccotti scappa lungo la riva del Tevere inseguito da qualcuno con brutte intenzioni. Riesce a trovare scampo immergendosi nelle sporche acque del fiume, ma scivolando su dei barili di rifiuti tossici abbandonati in acqua, rischia di annegare. Proprio da questo incidente otterrà una forza sovraumana e un corpo super resistente.
Inizialmente utilizza queste capacità impiegandole per le sue personali attività criminali, ma la compagnia quasi obbligata di Alessia, la figlia di un inquilino del suo palazzo, lo coinvolgerà negli affari di un folle criminale chiamato “Lo Zingaro”. Questa avventura lo porterà a riacquistare fiducia nell’umanità e ad accettare il suo ruolo da eroe.

Cosa funziona
La struttura del genere è pulita e calata perfettamente nel contesto della odierna Roma di periferia.
La tecnica registica è buona, riesce in qualche acrobazia e osa soluzioni molto riuscite.
Il linguaggio curatissimo dei personaggi è perfettamente naturale.
L’interpretazione di Luca Marinelli (Lo Zingaro) svetta su tutti alzando il livello già alto delle performance attoriali.
Il ritmo veloce non annoia un attimo.
I personaggi sono coerenti.
Il comparto tecnico e le scelte di produzione consegnano un prodotto ottimo.

Cosa non funziona
Ma esistono anche dei problemi, per la maggior parte di scrittura, sebbene vada riconosciuto che la scrittura era proprio il nodo più critico e che è riuscita nell’impresa della trasposizione di un genere quasi completamente estraneo all’Italia.
Sebbene si sia fatto molto in tal senso qualche scena rimane molto più godibile per un pubblico Romano che conosce i luoghi delle scene, rispetto a uno spettatore generico.
La motivazione dell’antagonista poteva essere più definita e profonda così come poteva esserlo il suo “obbiettivo malvagio”.
La chiamata all’eroismo appare leggermente forzata.
E in generale si avverte una certa mancanza di empatia verso il protagonista di cui ci viene rivelato troppo poco.

Perché vederlo
Perché è un buon film. Perché i momenti drammatici e quelli comici sono perfettamente dosati e mai fuori luogo. Perché è entusiasmante vedere luoghi che ci appartengono calati in una atmosfera così diversa. Per l’interpretazione di Luca Marinelli e per quella di Ilenia Pastorelli.
Perché non ve ne pentirete.

Considerazioni finali
Lo chiamavano Jeeg Robot è un buon prodotto di intrattenimento, consigliato non solo per gli amanti del genere supereroistico, ma anche per chi ha un debole per l’ambientazione criminale e per chiunque voglia godersi un film italiano senza rimanerne deluso.

Voto IMDb: 7,8
Voto Recensore: 6,8

ZACK & MIRI – AMORE A… PRIMO SESSO

su Culto da

Titolo originale: Zack and Miri Make a Porno
Anno d’uscita: 2008, USA
Regia di: Kevin Smith
Scritto da: Kevin Smith
Cast: Seth Rogen, Elizabeth Banks, Craig Robinson

Consulto il Kamasutra, ma alla lettera “t” non trovo nessuna tecnica erotica con il nome di “Timone olandese”. Allora mi chiedo come sia venuta in mente all’autore, o se non l’ha inventata, in che genere di occasione l’abbia scoperta.
Si dice che un buon film è tale se dopo la visione ti lascia riflettere su qualcosa, e questa è stata la riflessione che ha scatenato in me, ma non credo sia il metro di giudizio più adatto per valutare “Zack & Miri amore a… primo sesso” (Titolo originale: “Zack and Miri Make a Porn”).

Breve presentazione:
“Z&M” è una commedia sentimentale, di una comicità spinta, che prende piede in una fredda cittadina di provincia americana, popolata interamente da personaggi eccentrici che concorrono a creare un mondo in cui è credibile ognuno dei momenti comici.
E’ interpretata da una bella Elisabeth Banks (Miri) e dal sempre spassoso Seth Roger (Zack).
Il film si sviluppa attorno alla realizzazione da parte di Zack di un film porno gratis. E’ questo lo spunto di gran parte delle gag ed è anche il pretesto narrativo che permetterà ai due protagonisti, inizialmente solo amici, di fare sesso.
In tale contesto, secondo il classico schema da commedia romantica: innamoramento, rottura e ricongiunzione, si sviluppa la loro storia d’amore, che appare però forzata e marginale.

Per renderla più fruibile presento la recensione divisa in cinque punti:
1. Trama;
2. Cosa funziona;
3. Cosa non funziona;
4. Perché vederlo;
5. Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Kevin Smith regista, sceneggiatore, montatore, amante di fumenti (e probabilmente anche di porno) all’inizio della sua carriera acquista subito fama con “Clerks” (Commessi), film indipendente dal perverso, ma fantastico, senso comico, in cui Smith crea dei personaggi folli perfettamente coerenti all’assurdo mondo che delinea poco a poco. Perché questa premessa? Perché pone l’accento su due cose: la prima è che questo regista sa come creare un mondo incredibile e credibile allo stesso tempo; e la seconda è che il suo senso del comico spesso si accompagna allo sconcertante.
Non è esattamente il caso di “Miri e Zack”, ma questo vi preparerà ad alcuni momenti esilaranti e allo stesso momento sconcertanti, dosati però molto bene, almeno per coloro i quali hanno simpatia per un po’ (anche più di un po’) di sana volgarità.

1. Trama
Lui: commesso nella metà dei trenta, simpaticamente sboccato e con problemi nel gestire i soldi. Lei: praticamente identica, ma al femminile e attraente.
I due dividono lo stesso appartamento per motivi economici, ma sebbene sembrino fatti l’uno per l’altra, sono solo due amici che si conoscono da una vita.
Quando i loro problemi economici li costringono senza luce, acqua e riscaldamento, per risollevarsi dalla situazione di ristrettezza, decidono di girare un film porno, contando sul fatto che almeno i loro vecchi compagni di scuola lo comprerebbero.
Purtroppo il primo tentativo fallisce. Ma Zack non si arrende e prova una seconda volta con una nuova idea.
Durante le riprese i protagonisti si scontrano con l’evidenza che si stanno innamorando l’uno dell’altra. Così dopo aver affrontato un temporaneo allontanamento dovuto a un’incomprensione, Zack e Miri si chiariranno e troveranno un modo per far soldi con un ingegnoso business.

2. Cosa funziona
L’interpretazione degli attori, quella di lui, divertente in ogni momento; e quella di lei, naturale e talmente buona da rendere assolutamente credibile che una bellissima donna come è Miri possa innamorarsi di un Zack sovrappeso e spesso repellente.
Le gag, indubbiamente il punto di forza del film, quelle che nascono da situazioni imbarazzanti, quelle eccessive e quelle sui cliché del porno e dell’omosessualità maschile.
Il ritmo, ben dosato e sostenuto dalle gag.
Il mondo folle in cui si trovano i folli personaggi.

3. Cosa non funziona
La storia d’amore è la vera nota stonata del film, infatti i toni seri che si sforza di assumere cozzano con il mondo che ha la sua forza proprio nella totale mancanza di serietà. Inoltre la supposta trepidazione con cui lo spettatore dovrebbe aspettare la scena di sesso tra Zack e Miri, quasi non esiste, surclassata dalla meglio costruita porzione comica.
L’ “Americanità” di alcune gag, come quelle riferite ai neri o presenti nei giochi di parole, non arriva a un pubblico internazionale.
Alcune azioni rappresentano delle forzature nei personaggi di sostegno a favore della storia d’amore.
In fine, alcuni personaggi di supporto potevano forse avere una ragion d’essere che non si esaurisse in una singola gag.

4. Perché vederlo
Lo scopo di una commedia è far ridere e questa ci riesce. La sorpresa dei punch sconcertanti di alcune gag e il tono definito dai personaggi, risolleveranno le sorti di una noiosa serata pizza e film. Inoltre scoprirete cos’è il “Timone olandese”.

5. Considerazioni finali
“Zack & Miri – Amore a primo sesso” è una commedia divertente, da non vedere in famiglia, ma con gli amici, per un’ora e quaranta di risate in un film dal ritmo godibilissimo, diretto e interpretato molto bene.

Voto IMDB: 6,6
Voto Personale: 7

LOVELACE

su Culto/Erotici da

LOVELACE
Anno d’uscita: 2013, USA
Scritto da: Andy Bellin
Diretto da: R. Epstein, J. Friedman
Attori: Amanda Seyfried, James Franco, Peter Sarsgaard

Non molti conoscono la storia di Linda Boreman e pochi, soprattutto tra i più giovani, hanno visto il film che negli anni settanta l’ha resa famosa, ma tutti ne conoscono il titolo. Parlo di “Gola Profonda” (Deep Throat).
E’ forse il videos porno più famoso mai girato, che si sviluppa attorno a una ragazza che scopre di avere il clitoride in fondo alla gola.
Il film è divertente e rappresenta uno dei baluardi dello sdoganamento pornografico e quest’aspetto positivo ha prevalso sui retroscena spesso sporchi e spesso tristi di quel mondo e della particolare situazione di Linda.
“Lovelace” (nome d’arte dell’attrice) tenta di svelare al grande pubblico proprio questi retroscena.

Breve presentazione
“Lovelace” è un film drammatico/biografico basato su un altro docu-film che prende piede dal libro pubblicato dalla stessa Linda dopo essersi ritirata dal porno. Nel libro, intitolato “Ordalia”, vengono descritte le violenze e gli abusi che l’attrice ha subito dal marito durante la sua esperienza come pornostar.
Il film è diviso esattamente a metà. Nella prima parte viene presentata Linda, e si pone l’attenzione sulla sua iniziale innocenza e sull’avventura cinematografica. Nella seconda parte vengono invece svelati i maltrattamenti subiti e l’altra faccia degli episodi apparentemente idilliaci della prima parte.

Per renderla più fruibile la recensione è divisa in cinque punti:
Trama;
Cosa funziona;
Cosa non funziona;
Perché vederlo;
Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
Il fatto che sia basato su una storia vera ha il suo peso nell’impatto emozionale che il film riesce a dare. Ma una volta calmata l’ira, scatenata dagli abusi che ha dovuto subire una ragazza con un volto tanto innocente (quello di Amanda Seyfried), ci si accorge di come la storia sia parziale e soprattutto superficiale. Da un biopic ci si aspetta sempre di avere una visione il più possibile completa, ma non è quello che vediamo nel film. In effetti questo, come già tradisce il titolo, non vuole essere la storia della donna, ma quella dell’attrice idealizzata.

Trama
Linda Boreman è una ragazza cresciuta in una famiglia cattolica, con una madre dalla mentalità molto rigida e atteggiamenti quasi da carceriera. La svolta arriva con l’incontro tra Linda e un affascinante ragazzo, Chuck, di cui si innamora e con il quale lascia casa alla volta di Los Angeles.
Ma Chuck si rivela non essere il ragazzo fantastico che sembrava, e coinvolgerà Linda, con violenza fisica e psicologica, nel mondo del porno e della prostituzione.

Cosa funziona
La Seyfried ha il volto e gli atteggiamenti che riescono a preservare l’innocenza di una ragazza ingenua persino durante le scene (mai esplicite) di sesso e sesso orale. Ed è lei, con quest’aura, sostenuta dalla sua sensualità acerba, che riesce a creare empatia là dove lo spettatore non avrebbe altrimenti motivo di provarne.
Funzionano anche alcuni momenti drammatici come quelli di violenza domestica.
E ci si imbatte spesso in belle immagini.
In più è apprezzabile l’attenzione per i dettagli e i riferimenti storici.

Cosa non funziona
Il punto centrale che divide il film in due, rivelando la realtà dietro la favola, manca di mordente.
La seconda parte non è stata preparata a sufficienza nel corso della prima, non riuscendo così a raggiungere l’effetto drammatico previsto.
Inoltre quasi tutti i personaggi sono poco delineati, compresa la protagonista.
E la lista potrebbe continuare, ma è abbastanza inutile enucleare gli aspetti disfunzionali, quando è evidente che il problema è di fondo e risiede nell’intenzione del film che mai si chiarifica. Se l’intenzione era infatti quella di mostrare la storia di Linda, fallisce nel non scavare veramente affondo e nel presentare un personaggio troppo parziale. Se era invece quella di denuncia, appare anacronistica e comunque senza un bersaglio valido. In mancanza di una precisa intenzione sembra invece si sia optato per una sorta di encomio simpatetico all’attrice, che non basta però a soddisfare lo spettatore.

Perché vederlo
Il film è godibile e la presenza dell’attrice riesce a mantenere viva l’attenzione. In più l’escalation drammatica ha parzialmente successo e riesce ora a rattristirci ora a farci adirare, aiutato dalla nostra consapevolezza che almeno una parte di quegli eventi sono stati realmente vissuti.

Considerazioni finali
“Lovelace” è un film che riesce a coinvolgere sotto la spinta emotiva del realmente accaduto e grazie alla presenza della adorabile protagonista. Si sente però la mancanza di un’intenzione precisa e di una profondità maggiore.
La visione non è comunque sconsigliata.

Voto IMDb: 6,2
Voto Recensore: 5,8

PS: Il video originale di Linda Boreman, alle prese con performance orali da paura, si può apprezzare in questi siti: prendiporno; voglioporno; pornhub e xvideos.

LARRY FLYNT, OLTRE LO SCANDALO

su Culto/Erotici da

Titolo originale: The People vs. Larry Flynt
Anno d’uscita: 1996, USA
Scritto da: S. Alexander, L. Karaszewski
Diretto da: Milos Forema

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“Proprietario della più insulsa, oscena, disgustosa e grande porno rivista mai apparsa sulla faccia della terra”.
“Ho un sacco di soldi e questo mi dà potere di dare una scrollata a questo sistema.”
“Perché devo andare in prigione io per difendere la tua libertà?”
“Credi che Dio ha creato la donna? E lo stesso Dio ha creato la sua vagina. Allora chi sei tu per sfidare Dio? Scatta!”
“–La collettività non ha il diritto di stabilire il proprio standard di valori? –No.”

Breve presentazione

“Larry Flynt – oltre lo scandalo” (titolo originale “The People vs. Larry Flynt” – “Lo stato contro Larry Flynt”) è un film biografico sulla vita di Larry, fondatore di Hustler, importante rivista per adulti, e difensore, inizialmente suo malgrado, del diritto di libertà di stampa e parola.
Nella prima parte assistiamo alla nascita della rivista e alla atipica, ma salda, storia d’amore tra Larry e Althea, una sua spogliarellista, presto diventata sua moglie, che gli starà accanto per tutta la sua vita.

La seconda parte immersa in un’atmosfera di opulento squallore e controversa follia, presenta la lotta per i diritti, in stile Larry Flynt. Indolente al sistema giudiziario, ai moralisti e ai religiosi.

Per renderla più fruibile la recensione è divisa in cinque punti:

Trama;
Cosa funziona;
Cosa non funziona;
Perché vederlo;
Considerazioni finali.
Ma prima una veloce considerazione iniziale.


Considerazione iniziale

Qualcosa non va. Un film indubbiamente molto ben fatto, con una sceneggiatura solida e una realizzazione curata e coerente. Un bel film insomma, che scena dopo scena mantiene un costante alto livello. Eppure nessuno dei suoi momenti riesce a coinvolgere totalmente.

Godiamo dell’irriverenza comica e scandalosa di Larry, ma rimanendo distaccati. Partecipiamo del suo dolore, ma senza farlo completamente nostro. Riconosciamo in lui le qualità dell’eroe, eppure qualcosa ci frena dal tifare per lui.

Trama

Larry da piccolo si ingegna distillando liquori per poi venderli. Una volta adulto gestisce un night club, che però non guadagna abbastanza. Larry decide allora di pubblicare un giornaletto per meglio mettere in mostra le ballerine del suo night, tra le quali anche la sua futura moglie. La sua idea è semplice: mostrare il corpo della donna, così com’è, senza nasconderlo e senza orpelli. Dopo qualche tentativo riesce ad ottenere l’attenzione del pubblico e finalmente “Hustler” (tutt’oggi una tra le più importanti riviste per adulti) prende vita.

Ma il materiale pornografico presente nella rivista e distribuito liberamente, e la successiva commistione tra video porno e religione, gli costeranno un grave incidente.

La sua vita prenderà una piega diversa e si ritroverà a lottare per il diritto di libertà di parola, senza alcun rispetto per le decisioni del tribunale, forte dei milioni di dollari che possiede.

L’epilogo si svolge in corte suprema, proprio sul primo emendamento, quello che sancisce la libertà di parola.

Cosa funziona

Molto. A partire dalle interpretazione dei protagonisti. Una Courtney Love perfetto ritratto di romantica dissolutezza e un Woody Harrelson completamente nel personaggio.

Assistiamo a una perfetta commistione di momenti comici e seri, con quelli drammatici e quelli erotici, che scorre in un flusso omogeneo.

Ma tra le tante cose che funzionano, una su tutte potrebbe essere la rappresentazione della relazione tra Larry e la moglie che è impeccabilmente coerente ed è l’elemento di vera costanza del film.

Cosa non funziona

Poco. Infatti il vero elemento che non funziona è possibile che sia in realtà un elemento che funziona benissimo. Mi spiego. Credo fosse intenzione dei realizzatori del film, mostrare Larry nel suo aspetto umano pieno di contraddizioni e capace di comportamenti da idiota come di azioni geniali, presentandolo al momento stesso come pallone gonfiato e uomo umile, uomo di successo e bifolco, eroe e stronzo.

In questo modo probabilmente si rende molto bene la percezione che nella realtà si è avuta del vero Larry Flynt, ma purtroppo rappresenta un ostacolo per lo spettatore che non riuscendo a cogliere la sintesi delle sue contraddizioni, rimane distaccato, e quindi non può farsi coinvolgere pienamente dal film.

Perché vederlo

Perché è un buon film, perché ha delle interpretazioni di alto livello, perché intrattiene nei suoi momenti comici, in quelli erotici e quelli drammatici. Perché ci ricorda di tutti i modi in cui si declina la libertà di parola.

Considerazioni finali

Un bel film che non annoia in nessun momento e che ci ricorda dei danni che il perbenismo può creare quando da norma sociale diventa norma vigente. Un bel film e niente di più. Ma della cui visione sicuramente non vi pentirete.
Voto IMDb: 7,3
Voto Recensore: 6.8

“Sulle orme della Compagnia dei Giovani” di Fabio Poggiali

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Introduzione:
Giovane, ma già affermato attore teatrale e cinematografico (è stato diretto da registi quali Albertazzi, Cobelli, De Bosio, Falk, Patroni Griffi, Squarzina), Fabio Poggiali, laureato in Storia del Teatro alla Sapienza di Roma, esordisce come saggista teatrale con questo volume che celebra la “Compagnia dei Giovani”. E’ un omaggio sentito quello che l’Autore porge al gruppo teatrale che si è distinto in Italia per aver coniato modalità attoriali e drammaturgiche nuove, diventate modello per generazioni successive. Il testo, con rigore documentale e spigliato piglio critico, ricostruisce il cammino della Compagnia che, in oltre vent’anni di attività (1954-1972) ha riscosso unanimi consensi di pubblico e di critica anche all’estero, realizzando memorabili allestimenti, su cui Poggiali si sofferma ampiamente.

Il libro:
La struttura del testo, validamente articolato, propone un percorso conoscitivo della Compagnia che si fa progressivo sia a livello cronologico sia di intensità critica.
Dopo una sentita prefazione di Luigi Squarzina, Poggiali, attraverso i profili dei singoli componenti della Compagnia, descrive e racconta la nascita del gruppo, per poi analizzarne, nei capitoli successivi, lo stile, il “mito”, le messinscene importanti, fino all’apoteosi di De Lullo regista con una Trilogia pirandelliana. Il testo è corredato di tre interviste: a Rossella Falk, Anna Maria Guarnieri, Giuseppe Patroni Griffi; di un interessante e doveroso congedo che “attualizza” l’esempio-modello-guida della Compagnia dei Giovani dando la voce a chi sta insegnando e sta imparando dall’esperienza passata del gruppo storico: Rossella Falk, “maestra” di Poggiali.>>

Un libro importante che racconta il cammino artistico di una compagnia teatrale storica che ha intrattenuto e affascinato per lunghi anni le platee italiane e non solo. Con indimenticabili interpretazioni d’attori che hanno dedicato la vita ad un’arte, la sola, che dal buio genera sogni e suggestioni che restano nella memoria di ognuno di noi.
Desidero inviare a tutti i presenti il mio saluto e rinnovare la mia stima a Rossella Falk, signora del teatro, che oggi come allora continua a regalarci, con uno stile inconfondibile, splendide emozioni. A Lei un cordiale saluto e in bocca al lupo”.

On. Giovanna Melandri, Ministro della cultura e dello spettacolo:
“Sono stati i migliori anni della mia vita” commenta Rossella Falk ricordando l’esperienza della Compagnia dei Giovani, formazione storica del Teatro italiano, da lei vissuta insieme a Giorgio De Lullo, Romolo Valli, Snna Maria Guarnieri, Elsa Albani. Lo fa nella saletta dell’ETI, in occasione della riedizione di un libro intitolato, appunto, “Sulle orme della Compagnia dei Giovani” (ed. Bulzoni) in cui Fabio Poggiali, laureatosi in Storia del Teatro all’Università “La Sapienza”, fissa i momenti più significativi di quella esperienza con l’attenzione dello studioso-ricercatore ma soprattutto con la passione di attore, che dopo diverse esperienze in palcoscenico, in cinema ed in televisione, dal 1991 è stato, ed è, il protagonista maschile degli spettacoli di Rossella Falk” Tonino Scaroni, Il tempo, 17-5-2000

Intervista all’autore Fabio Poggiali:
“L’idea del libro – spiega Poggiali – nasce in seguito alle molteplici esperienze artistiche con Rossella Falk, un rapporto ormai decennale iniziato nel ’90 con Vortice e proseguendo con Parenti terribili, Il treno del latte non si ferma più qui, Boomerang, Anima nera, e ora Le notti bianche. Lavorando al suo fianco ho sentito lo stimolo di documentare in un volume un periodo così florido del teatro italiano durato vent’anni, quello della Compagnia dei Giovani, di cui la Falk è stata cofondatrice con Romolo Valli e Giorgio De Lullo. Di quel glorioso periodo e di quella straordinaria compagnia non esisteva una pubblicazione che raccogliesse i loro spettacoli, così ho deciso di tracciarne un profilo, partendo dal 1954 con l’allestimento del Lorenzaccio di De Musset, fino al 1972, passando attraverso i testi di Patroni Griffi e i grandi capolavori pirandelliani, che segnarono l’apice del successo della compagnia>>. S’appassiona il giovane attore quando parla dei “Giovani”, che non esita a definire <<la Juventus del teatro italiano>>, evocandone nella pagine le trionfali tournée nel mondo <<dall’Europa dell’Est al Sud America>>, la rivalutazione di Pirandello, <<tirandone fuori con gli spettacoli la sua teatralità>>, gli immancabili insegnamenti, tra i quali Poggiali aggiunge in prima persona quelli ricevuti dalla Falk nelle occasioni di lavoro al suo fianco. Il lavoro impiegato per la stesura del libro è stato di circa due anni, mentre per la documentazione e la ricerca, Poggiali dice di essersi appoggiato alla Biblioteca del Burcardo di Roma, al Teatro Eliseo, all’archivio personale di Rossella Falk, tutte fonti indispensabili per il mio lavoro>>. Dice di sé: <<Sono un attore che scrive, un autore teatrante e quando posso mi piace alternare le due attività. L’attività di scrittore m’ha dato ora una bella soddisfazione perché il libro sulla Compagnia dei Giovani è usato come testo d’insegnamento nei dipartimenti artistici di varie università, tra le quali “La Sapienza” di Roma.>>

 

Seconda parte dell’intervista a Rossella Frank

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Riportiamo la seconda parte dell’intervista realizzata nel 2000 a Rossella Frank, nome d’arte di Rosa Antonia Falzacappa, attrice romana scomparsa nel 2013.

6) “La bugiarda” di Diego Fabbri fu il primo grande successo commerciale della compagnia e Fabbri scrisse appositamente per lei il ruolo da protagonista. Che ricordo ha dello spettacolo?

R) Sono sempre stata molto grata a Diego Fabbri, per aver intuito una ragazzaccia romana, spiritosa, spesso comica, impunita, dietro la mia eleganza, il mio apparente distacco, la mia invulnerabilità e drammaticità. Diego infatti, scrisse questa commedia proprio per me e ricordo con gioia i pomeriggi che trascorreva a casa mia, leggendomi pezzi della commedia. Si può dire che nacque come una sonata a quattro mani. Certamente “La bugiarda” fu un grandissimo successo commerciale; la gente in platea si divertiva come raramente ho visto a teatro, tanto che di questa commedia furono allestite tre diverse edizioni a distanza di anni. L’ultima assieme a Stoppa e la Morelli nella compagnia “Associata”.
Con il personaggio de “La bugiarda”, grazie a Diego, ho avuto la possibilità di scoprire veramente quelle qualità di spirito, di ironia, di comicità che fino a quel momento non mi era stato dato di poter dimostrare. Io ho sempre ritenuto e ritengo ancora che siano le doti migliori che posseggo.

7) Patroni Griffi è stato l’autore di tre famose commedie per la compagnia: “D’amore si muore”, “Anima nera”, “Metti, una sera a cena”. Perché oggi, secondo lei, un grande scrittore difficilmente scrive per il teatro?

R) Direi subito che Patroni Griffi, quando ha cominciato a scrivere per il teatro, non era un grande scrittore; aveva solo pubblicato un piccolo romanzo: “Ragazzo di Trastevere”. Riuscì a scrivere bene per il teatro, perché lo amava e lo ama profondamente, come penso che un autore, che si accinga a scrivere per il teatro, debba amarlo. Cioè amarlo vivendolo: dietro le quinte, con gli attori, il regista. Patroni Griffi era molto amico di Giorgio, di Romolo e mio. Aveva assistito alle prove di Visconti, assisteva alle nostre prove, perché è sempre stato un appassionato di teatro.
Scrivere per il teatro, come si sa, è tutt’altra cosa che scrivere un romanzo; tanto è vero che Moravia, che non amava il teatro, pur essendo un grande scrittore, non riuscì mai a scrivere commedie di successo.
Quei pochissimi autori che oggi scrivono per il teatro, non li giudicherei dei grandi scrittori, però degli scrittori di teatro; sulla parola “grande” bisognerebbe glissare.
Scrivere per il teatro, ripeto, è molto difficile e i grandi autori contemporanei, i romanzieri, si vedono raramente a teatro, presumo per scarso interesse e non si dedicano alla scrittura teatrale.
C’è da dire, infine, che il pubblico italiano è più propenso ad andare a vedere una commedia straniera che non una commedia italiana. Il discorso sulla drammaturgia italiana andrebbe comunque visto sotto un altro profilo e cioè che dovrebbero essere i teatri sovvenzionati, gli Stabili, ad occuparsi di allestire testi italiani, in quanto lo Stato finanzia la cultura. Non si può certo pretendere che ad assumere questo rischio economico siano i teatri privati, doverosamente attenti ai bilanci di fine stagione.

8) Oltre ai titolari della “ditta”, molti altri giovani attori, che di volta in volta venivano da voi prescelti, sono divenuti successivamente registi famosi come Luca Ronconi, o attori di successo come Carlo Giuffrè, Umberto Orsini, Paolo Ferrari ed altri. Pensa lei che sia stata una generazione fortunata, la vostra, per il teatro? Oggi è un’attrice affermata, una delle attrici più carismatiche: come vede il teatro italiano e quali differenze rispetto a quel periodo?

R) Sì, una generazione fortunata nel senso che si lavorava con molta tranquillità, senza angoscia: c’era sicurezza nel futuro. Una volta entrati in una compagnia importante, la compagnia andava avanti per anni senza problemi. C’erano molti meno attori in giro. C’era meno teatro, però di qualità superiore, stabile. C’era meno arrivismo e maggiore umiltà. Non c’era la T.V. che, soprattutto negli ultimi decenni, ha contribuito a formare dei falsi miti, dei falsi attori: personaggi che possono raggiungere in poco tempo delle vette incredibili nell’immaginario collettivo e poi, altrettanto rapidamente, precipitare nel dimenticatoio.
Allora, se un attore o un’attrice interpretava un personaggio importante come “Amleto” o “Hedda Gabler”, era soltanto per vera bravura. Non era per caso. Oggi, e da tempo ormai, da anni, soltanto a Roma ci sono all’incirca settanta teatri; in genere dei piccoli teatri dove tutti gli attori pensano, con una certa presunzione, di fare dei grandi personaggi e magari ci riescono pure. Dicono: <<Ho fatto “Romeo”, ho fatto “Amleto”, ho fatto “La Signora dalle Camelie”>>. Ma bisognerebbe chiedere loro chi li ha visti, a chi hanno raccontato la loro storia, a che livello è stato allestito lo spettacolo. Tra l’altro il pubblico, ogni anno, diminuisce invece di aumentare e di conseguenza ci sono molti spettacoli inutili.

9) Cosa consiglierebbe invece a dei giovani attori di talento che volessero proseguire sulle orme da voi tracciate?

R) Negli ultimi anni sono nate molte scuole di recitazione, che sono sorte soltanto perché sovvenzionate e direi anche malamente. Sotto la voce “cultura” hanno contribuito a creare degli spostati, degli illusi. Bisognerebbe essere coscienti che l’Italia non è stato mai un paese culturalmente preparato al teatro. Non ha mai avuto una vera tradizione teatrale ed i grandi autori si contano sulle punte delle dita. Nelle scuole italiane, inoltre, c’è una grave mancanza di preparazione dei giovani al teatro. Esso è scarsamente preso in considerazione; gli studenti nei licei e nelle università ignorano la disciplina teatrale, mentre, per esempio, nei paesi anglosassoni, ci sono scuole di recitazione adeguate nei college ed efficienti teatri universitari.
A ciò si aggiunga la carente informazione giornalistica e pubblicitaria, riguardante il mondo del teatro, riportata dalla stampa. La televisione, sia pubblica che privata, infine, sembra proprio abbia deciso di non occuparsene, se non saltuariamente.
Non vedo un futuro molto allegro, anche se bisogna pensare che nel momento in cui sto parlando, la situazione generale in Italia e nel mondo non è certo tra le più rassicuranti. Questo non deve certo scoraggiare dei giovani attori o delle giovani attrici che sono divorati da questa passione, che del resto è insopprimibile; perciò bisogna andare avanti, essere umili, essere tenaci, ascoltare i consigli che ti provengono dalle persone che hanno avuto un passato teatrale di un certo livello e se le qualità ci sono veramente, in qualche modo verranno fuori. Non ho mai creduto ai talenti nascosti e ai geni incompresi. Per cui ai giovani direi: coraggio!

 

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