Un atlante con le recensioni dei film che hanno fatto la storia del cinema

THE SECRETARY

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Titolo originale: Secretary
Anno e paese: USA, 2002
Regia di: Steven Shainberg
Scritto da: Erin Cressida Wilson
Cast: Maggie Gyllenhaal, James Spader, Jeremy Davies

Lee è appena uscita da una clinica psichiatrica all’interno della quale, a seguito di un incidente quasi mortale causato dalla sua dipendenza dall’autolesionismo (unico mezzo attraverso il quale riesce a scaricare la tensione e l’ansia che le derivano dal vivere all’interno di una famiglia disfunzionale, soprattutto a causa della dipendenza dall’alcool del padre), ha passato qualche mese nel tentativo di riprendere in mano il controllo della sua vita. All’interno della clinica ogni giorno era molto semplice, si svolgeva sempre nello stesso modo, con tempistiche prestabilite, appuntamenti da rispettare, e Lee teme il ritorno a casa, perché dentro di sé sa già che quel controllo che la clinica avrebbe dovuto aiutarla a recuperare in realtà ancora le manca. Non passa neanche un giorno, infatti, prima che lei torni a scivolare nelle vecchie cattive abitudini, tornando a farsi del male nel tentativo di stare bene.

Il dolore è l’unica emozione attraverso la quale Lee è in grado di processare la realtà che la circonda. La aiuta a distrarsi, concentrandosi su qualcosa di diverso dai suoi problemi, ma ha anche e soprattutto una funzione catartica: il dolore, per lei, si trasforma in piacere, ed osservare una ferita guarire rappresenta per la ragazza una metafora di rinascita e la speranza che, come guarisce il suo corpo, possa un giorno guarire anche la sua mente.

Ciononostante, Lee si vergogna delle proprie abitudini, ne soffre. Questo almeno fino a quando, nel tentativo di dare nuovamente un ordine alla propria esistenza, decide di cercare un lavoro, e lo trova nell’ufficio dell’avvocato E. Edward Grey, che la assume come segretaria. Inizialmente, lavorare per Mr. Grey è una tortura: l’uomo, eccentrico, solitario e dalla personalità spaventosamente dominante (uno Spader dalla recitazione ambigua e inquietante), non è mai contento dei risultati che Lee ottiene, e si dimostra man mano sempre più prevaricatore e autoritario. La personalità di Lee, però, così naturalmente predisposta alla mansuetudine e alla sottomissione, sblocca qualcosa dentro di lui, un desiderio nascosto al quale perfino l’uomo fatica a dare un nome, e che malgrado lui tenti di fuggirne alla fine esplode in un bizzarro ma estremamente appassionato rapporto sadomasochistico i cui momenti più caratteristici sono sicuramente quelli in cui Mr. Grey (curiosa la parziale omonimia con un altro Mr. Grey che, a più di vent’anni di distanza, diventerà molto più famoso di lui, e “lavorando nello stesso campo”, per così dire) ordina a Lee di piegarsi sulla scrivania e leggere ad alta voce le lettere zeppe di errori di battitura che batte a macchina, mentre lui la sculaccia. Errori che inizialmente Lee commette senza volerlo, ma che, man mano che la storia va avanti, la ragazza causa di proposito, apposta per ottenere una punizione che, pur restando tale, diventa fonte di un piacere che Lee non aveva mai provato prima, e dal quale diventa rapidamente dipendente, proprio come è dipendente dal dolore.

L’aspetto più interessante della pellicola di Steven Shainberg (datata 2002 e adattata da un racconto breve della scrittrice americana Mary Gaitskill, contenuto nella raccolta con cui ha esordito nel 1988, “Bad Behavior”) è certamente il tentativo di normalizzare l’idea di una relazione basata sul contrasto fra dominazione e sottomissione e sul piacere che può derivare dal sadomasochismo, specie in un contesto, quello dei primi anni Duemila, in cui questo argomento era ancora tabù, e non alla portata di (quasi) tutti come invece è adesso. Secretary, infatti, pur non lesinando sulle scene scabrose e dal contenuto fortemente erotico, resta, alla base, una fiaba con un dolce lieto fine, durante la quale l’eroina si innamora del burbero principe ed il loro amore, nonostante le avversità, riesce a trionfare. Non a caso, il film si conclude con la protagonista stessa che fa presente al pubblico, abbattendo la quarta parete, che lei e Mr. Grey si sono sposati e hanno costruito per se stessi una routine che, in fondo, non differisce poi tanto da quella di una qualsiasi altra coppia comune.

L’idea che un rapporto del genere potesse non rappresentare un caso di abuso, che si potesse essere felicemente coinvolti in una relazione simile, che la si potesse addirittura cercare come ideale romantico, è certamente un’idea parecchio avanti coi tempi, e va reso merito a Shainberg di aver perseguito quest’obbiettivo in tutti i modi (sia nella scrittura del soggetto che nella realizzazione pratica del film: ad esempio, va detto che il regista lavorò a stretto contatto con la scenografa, Amy Danger, per realizzare la location dell’ufficio di Mr. Grey in modo che risultasse il più naturale possibile, usando solo elementi artigianali o che richiamassero in qualche modo la natura, mentre tutte le altre location erano realizzate utilizzando materiali artificiali, fra i quali spiccava particolarmente la plastica). Così come va reso merito sia al regista che a Maggie Gyllenhaal (nei panni di Lee), di aver portato sullo schermo un personaggio femminile fragile e allo stesso tempo flessibile, timido ma ostinato, credibile nel suo percorso e chiaro nei suoi desideri, per il quale è possibile provare un trasporto emotivo che accompagna lo spettatore per tutta la durata della pellicola.

Un po’ meno riuscito, purtroppo, è il personaggio di Mr. Grey: James Spader porta sullo schermo un uomo in conflitto con se stesso, padrone e allo stesso succube dei propri desideri, ma il tentativo di farne una figura misteriosa lo rende a tratti poco chiaro, perfino più inquietante di quanto dovrebbe essere, il che “sporca” un po’ il lieto fine, rendendolo probabilmente meno lieto di quanto non fosse nelle intenzioni originali.

Tuttavia, Secretary resta un film straordinariamente avanti per i tempi in cui uscì nelle sale, e che ancora oggi vale la pena riguardare per scoprire, con rammarico, quanto la capacità di narratori e registi moderni di trattare lo stesso argomento si sia involuta, invece di evolversi.

LA PIANISTA

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Titolo originale: La Pianiste
Anno e paese: Francia-Austria, 2001
Regia di: Michael Haneke
Scritto da: Michael Haneke
Cast: Isabelle Huppert, Annie Girardot, Benoît Magime

Erika Kohut (Isabelle Huppert) è una rigida, intransigente pianista di indiscusso talento, e lavora come insegnante presso il Conservatorio di Vienna. Malgrado non sia più una ragazzina, vive ancora con la madre, una donna anziana oppressiva e possessiva, sempre pronta a criticare la figlia per ogni desiderio che lei reputa un capriccio, e a colpevolizzarla se qualcosa non va come lei avrebbe preferito. Il rapporto fra le due è costantemente teso fra due estremi, l’affetto intenso e la co-dipendenza che provano l’una per l’altra e l’odio per i limiti che la loro convivenza impone, odio che, spesso e volentieri, si manifesta in inarrestabili scoppi d’ira e di violenza al termine dei quali entrambe si scusano, in lacrime, l’una con l’altra.

L’esistenza di Erika è noiosa e vuota, la donna non ha alcun passatempo oltre il proprio lavoro, e la sudditanza psicologica nei confronti della madre l’ha resa, nel corso degli anni, sempre più repressa e frustrata. Le sue uniche vie di fuga, gli unici vizi che si concede per cercare di scaricare un po’ di tensione, sono i film pornografici e il voyeurismo, entrambi passatempi che Erika si concede, naturalmente, di nascosto dalla madre.

Nessuna di queste cose è in realtà sufficiente per lei, dilaniata dal conflitto interiore che si scatena fra le sue oscure, pericolose inclinazioni sessuali (la donna desidera infatti un rapporto sadomasochistico in cui possa recitare la parte della sottomessa, e ricerca attivamente il dolore sia come valvola di sfogo che come strumento catartico rispetto alla situazione oppressiva e senza via di fuga che si ritrova a vivere) e la parte predominante del suo carattere, vale a dire il suo intelletto, la sua ferrea, rigida razionalità (per dirla con le sue parole: “Io non ho sentimenti. E anche se ne ho, per un giorno non prevarranno mai sulla mia intelligenza.”).

La vita priva di eventi dell’insegnante di musica prosegue sempre uguale a se stessa finché, in occasione di un concerto privato, non conosce il giovane Walter (Benoît Magimel), studente di ingegneria e virtuoso del pianoforte. Il ragazzo non nasconde neanche per un secondo l’interesse che Erika suscita in lui, e sebbene lei inizialmente cerchi di mantenere il controllo ed imporre una certa distanza fra di loro, alla fine si ritrova a cedere, e ad accettare le sue avances. Il problema è che Walter è innamorato di lei in senso molto canonico, romantico, quasi banale, e la banalità è l’ultimo dei desideri di Erika: quello che la donna vuole è un rapporto intenso, che sovverta le rigide regole della sua monotona esistenza, e dal momento che Walter continua a ripetere di amarla Erika decide di aprirsi con lui, di raccontargli i suoi più intimi desideri, sperando che lui riesca a comprenderla e possa finalmente darle ciò di cui ha bisogno.

Così non è, e dal momento in cui Walter scopre le reali inclinazioni della donna il loro rapporto si deteriora progressivamente, scivolando nell’ossessione e nella violenza, una conseguenza che non fa felice Walter, ma non fa felice nemmeno Erika: il tipo di dolore che Walter le infligge, infatti, non è quello controllato e governato da regole ben definite nel quale sperava, ma un’esplosione di violenza e rancore alla quale la donna non era preparata, e che la devasta psicologicamente.

Michael Haneke, alla regia di quella che è riconosciuta a ragione come una delle sue opere più riuscite, La pianista (2001), sceglie di raccontare una storia che solo apparentemente parla di sesso, e che in realtà rappresenta una vera e propria discesa negli abissi di disperazione che l’animo umano può racchiudere quando frustrato e represso da una quotidianità che non lo soddisfa. Sceglie di farlo senza pietà, senza mezze misure e senza fornire alibi né giustificazioni ai suoi personaggi: sia Erika che Walter commettono, da una parte e dall’altra, errori imperdonabili, e si rendono protagonisti di violenze e crudeltà indicibili, facendosi del male a vicenda senza riuscire a scorgere un limite agli eccessi delle loro azioni. Haneke li mostra sullo schermo nudi, spogliati da ogni sovrastruttura, così come nude sono le scenografie, gli ambienti essenziali attraverso i quali si alternano le loro vicende, così come nuda è la fotografia, impostata su colori chiari e impalpabili, quasi spenti, per sottolineare anche visivamente la povertà delle vite che racconta, senza filtri che possano edulcorarla.

Il finale è cupo e impietoso, ma allo stesso tempo non cede a facili patetismi: sarebbe facile bollare Erika come una figura di donna sottomessa, sconfitta dalla violenza, dall’uomo al quale ha offerto il manico del coltello, ma così non è, e la scena finale è altamente simbolica, in questo senso: il coltello è in mano ad Erika, ed è lei che lo utilizza per ferire se stessa, prima di fuggire dal teatro nelle fredde strade di Vienna, dopo l’ennesima delusione che Walter le dà.

La pianista (tratto dal romanzo omonimo della scrittrice austriaca Elfriede Jelinek, Premio Nobel per la Letteratura nel 2004) è un affresco crudele ma sincero col dolore come soggetto dominante: dolore fisico ed emotivo si alternano sulla scena, supportati dalla bravura dei due attori protagonisti (entrambi premiati a Cannes per i loro ruoli in questo film) e dal talento indiscusso della mano che, con fermezza e chiarezza, li dirige. Un vero e proprio capolavoro.

9 SETTIMANE E MEZZO

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Titolo originale: 9 ½ Weeks
Anno e paese: USA, 1986
Regia di: Adrian Lyne
Scritto da: Sarah Kernochan, Zalman King, Patricia Louisianna Knop
Cast: Mickey Rourke, Kim Basinger

Elizabeth McGraw (Kim Basinger), impiegata in una galleria d’arte di New York e recentemente divorziata, vive una vita povera di emozioni e sorprese, tutta casa, lavoro e amici. Un’esistenza in cui i giorni si susseguono sempre uguali, dando forma a una quotidianità piatta e monotona, in cui le responsabilità della vita adulta (gli impegni lavorativi, le chiassose cene con gli amici, la solitudine a seguito della fine del matrimonio) schiacciano qualsiasi possibilità di avventura ed eccitazione.

Questo fino a quando, in una rosticceria cinese, Elizabeth incontra il misterioso John Gray (uno straordinario, abbagliante Mickey Rourke, prima che le sue discutibili scelte di vita lo rendessero l’ombra di se stesso), che da subito la affascina grazie ai suoi modi sicuri, alla sua cura nel vestire e al sorriso, dapprima silenzioso, poi sempre più aperto e incuriosito, che l’uomo le rivolge.

Fra i due, trascinati da una passione che va ben oltre il semplice elemento dell’attrazione fisica, nasce presto una relazione dalla carica sia erotica che sentimentale altissima: Elizabeth, da lungo tempo costretta a reprimere i propri desideri sessuali al punto da non conoscerli pienamente nemmeno lei stessa, si arrende alla sicurezza di John, alla semplicità con la quale la spinge ad allargare i suoi orizzonti. John è una personalità forte e dominante, sa molto chiaramente cosa gli piace e non esita ad ordinarlo ad Elizabeth, la quale, succube del fascino dell’uomo e intenzionata in prima persona ad abbattere le sue stesse barriere in una ricerca sempre più estrema del piacere, gli obbedisce in tutto (dando vita ad alcune scene che resteranno per sempre iconiche nella storia del cinema di genere, come ad esempio quella in cui John benda Elizabeth e poi la accarezza con dei cubetti di ghiaccio, o quella in cui, ancora una volta, la benda e poi le offre del cibo mentre lei è seduta per terra davanti al frigorifero; e come dimenticare, infine, la storica scena dello spogliarello di una Basinger all’apice della sua maturità sessuale, sulle ruvide, ipnotiche note di You can leave your hat on xxx di Joe Cocker).

Il gioco fra Elizabeth e John si fa sempre più ardito e spinto, e giorno dopo giorno entrambi mettono sul piatto forse più di quanto non avrebbero dovuto scommettere: il coinvolgimento emotivo è forte, ma la ricerca di piaceri ed emozioni sempre più estreme finisce per avere il sopravvento sui sentimenti, soprattutto da parte di John, che finisce per coinvolgere Elizabeth in avventure sessuali sempre più disturbanti (una volta chiedendole di camminare gattoni raccogliendo i soldi che lui lascia cadere a terra, un’altra cercando di coinvolgerla in un rapporto a tre con una prostituta sudamericana) che, alla fine, portano la ragazza a riconsiderare la situazione in cui si trova, e decidere che il limite, almeno per lei, è stato oltrepassato, e non intende oltrepassarlo ancora. Come la stessa Elizabeth dice nella scena dell’addio (annunciato, eppure ugualmente sofferto) a John, “uno di noi due doveva dire basta; tu non l’hai mai detto, e io forse ho aspettato troppo”.

Si conclude così una delle pellicole più interessanti del cinema erotico degli anni ’80. 9 settimane e ½ non è un film perfetto, alcuni particolari appaiono fuori fuoco, alcuni particolari, superflui, non contribuiscono alla creazione di una storia coesa che vada dritta al punto invece di disperdersi, eppure il centro della narrazione, la disperata storia d’amore e attrazione che coinvolge Elizabeth e John, non delude mai, dal primo all’ultimo minuto. Si assiste all’evolversi degli eventi sapendo già che una storia così non può che finire male, eppure si spera, fino alla fine, che i due riescano a parlare, a chiarirsi, a trovare una via di mezzo fra il desiderio che li divora e l’affetto che li unisce.

Ma la pellicola di Adrian Lyne, pur se intrisa di un romanticismo cupo e oscuro (che pure risulta alleggerito rispetto a quella che doveva essere l’intenzione originale del director’s cut, che affrontava, nelle scene tagliate, argomenti ancora più pesanti di quelli che il film già affronta, come la dipendenza da psicofarmaci, il darmowe porno la nevrosi e il suicidio), racconta con onestà una storia d’amore che non può funzionare, e in conseguenza di ciò non può ottenere il lieto fine che forse avrebbe ottenuto se fosse stata una favola.

Malgrado la fotografia brillante, piena di luci anche nei momenti più oscuri, non c’è niente di fiabesco nella storia di Elizabeth e John. Nonostante l’evidente regressione infantile che Elizabeth attraversa mettendosi completamente nelle mani di John, Elizabeth non è una principessa da salvare, e malgrado la sua promessa di prendersi sempre cura di lei John non è il principe azzurro che la salverà. E infatti, giunta alla fine, al limite estremo di se stessa, che John l’ha aiutata a trovare, Elizabeth, principessa azzurra di se stessa, si salva da sola.

LE RELAZIONI PERICOLOSE

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Titolo originale: Dangerous Liaisons
Anno e paese: USA-Gran Bretagna, 1988
Regia di: Stephen Frears
Scritto da: Christopher Hampton
Cast: Glenn Close, John Malkovich, Michelle Pfeiffer

Sull’affascinante sfondo della Francia del Diciottesimo secolo, si alternano le vicende della gelida, calcolatrice Marchesa de Merteuil (una strepitosa, sublime Glenn Close) e del libertino e dissoluto Visconte di Valmont (John Malkovich), due noti membri dell’aristocrazia parigina che, annoiati dalla loro quotidianità e privi di percezione dei problemi del ceto più povero, conducono esistenze sregolate governate da un solo obbiettivo: la ricerca del piacere, ad ogni costo.

Se questo piacere si riduce per Valmont al semplice atto di conquista di questa o quella bellezza femminile (il Visconte è il tipico Dongiovanni, e colleziona amanti come fossero francobolli, facendo ben poca differenza fra signore della buona società e cortigiane, sebbene si pregi di accettare la sfida del corteggiamento solo quando si preannuncia davvero ardua), per la Marchesa di Merteuil xvideos la faccenda è ben più complessa: inserita da anni (fin da ragazzina) nel circo di falsità e raggiri dell’alta società, una volta diventata vedova la Marchesa ha giurato che non si sarebbe mai più lasciata dominare da un uomo, ed ha votato la sua intera esistenza alla ricerca del piacere nella sua forma più crudele, quella che si manifesta nella prevaricazione dei più deboli, di coloro che giudica sciocchi, o troppo giovani, o di coloro i quali mostrano un attaccamento all’onestà e al pudore che la Marchesa giudica ridicolo, fonte di estremo divertimento.

Insieme, talvolta in combutta, talvolta l’uno contro l’altro, i due aristocratici passano dei mesi manipolando e distruggendo le vite di coloro che li circondano, tutto in nome di un crudele gioco che parte come semplice passatempo, per poi trasformarsi, lentamente ma inesorabilmente, in tragedia: la Marchesa chiede al Visconte di compromettere la casta promessa sposa del suo ex amante, per vendicarsi dall’essere stata abbandonata, ma il Visconte, ritenendo la sfida troppo semplice, si dedica allo stesso tempo a tentare l’assedio della morigerata e fedelissima Madame de Tourvel (una Michelle Pfeiffer di una purezza e di una innocenza abbaglianti), riuscendo dopo mesi di vani tentativi a costringerla a capitolare. Innamoratosi di lei, sembra aver dimenticato la passione che lo legava alla Marchesa, e lei, profondamente innamorata di lui e allo stesso tempo carica di rancore nei suoi confronti, in quanto unico uomo dal quale non possa fare a meno di sentirsi dominata, lo istiga a lasciarla, spezzandole il cuore, offrendo in palio una notte d’amore con lei. Il Visconte, ossessionato dalla Marchesa, ex amante mai del tutto dimenticata, accetta, riducendo Madame de Tourvel in fin di vita dal dolore e finendo a sua volta ucciso nel corso di un duello quando la sua relazione illecita con la giovane Cécile (una giovanissima Uma Thurman), la ragazza che la Marchesa gli aveva ordinato di corrompere, viene alla luce.

La pellicola di Stephen Frears, sontuoso e spettacolare adattamento dell’omonimo romanzo epistolare settecentesco di Choderlos de Laclos, considerato uno dei capolavori della letteratura francese, pur se datata narra una storia sempre attuale, al punto da essere stata ripresa anche in chiave moderna dal regista Roger Kumble con il suo Cruel intentions, datato 1999. Sebbene ad una prima, distratta visione possa sembrare che il cuore della narrazione sia la storia fra Valmont e Madame de youporn Tourvel, e il modo in cui l’amore di lei riesce a far breccia nell’animo e nel cuore del libertino, trasformandolo, il vero centro della pellicola è rappresentato dal rapporto perverso di odio e amore che lega indissolubilmente la Marchesa de Merteuil e il Visconte di Valmont: i due, entrambi figure dominanti ed entrambi ugualmente dominati dalle loro sfrenate passioni, continuano a sfidarsi l’un l’altra nel tentativo di sconfiggersi a vicenda, convinti che solo così possano riconquistare il rapporto che li aveva legati anni prima. Prova ne sia il fatto che Valmont si arrende al duello (e alla morte) solo quando comprende che la Marchesa non ha fatto che manipolarlo, e che non ha mai avuto intenzione di concederglisi nuovamente, e che l’unico momento di umanità al quale assistiamo per quanto riguarda la Marchesa è il momento in cui riceve la notizia della morte di Valmont, e si abbandona al suo dolore, urlando disperatamente e distruggendo la stanza nella quale si trova per sfogare la sua sofferenza.

Frears, mantenendo intatto lo spirito del libro pur ampliandone la storia, soprattutto in termini di prospettive della narrazione, non racconta una storia d’amore e di redenzione, ma una storia d’amore trasformatasi in odio, una storia di ossessione, di prevaricazione, la storia di una guerra senza vincitori, che a quasi trent’anni dall’uscita nelle sale resta attualissima e avvincente nella sua elegante crudeltà.

Il tutto, impreziosito da un cast xnxx stellare, costumi strepitosi e location suggestive e affascinanti, contribuisce a rendere Le relazioni pericolose un film straordinario, da guardare e riguardare, senza mai stancarsi.

WHAT WE DO IN THE SHADOW

su Horror/Indie da

Anno: 2014, New Zealand | USA
Scritto e diretto da: Jemaine Clement, Taika Waititi
Cast: Jemaine Clement, Taika Waititi, Cori Gonzalez-Macuer

Vi è mai capitato di pensare a come sarebbe la vita dei supereroi o dei personaggi di fantasia se vivessero effettivamente nel mondo reale? Magari visto che i super capelli di Superman non possono essere tagliati dalle forbici, sarebbe costretto a farseli crescere e ciò gli causerebbe problemi nel trovare un lavoro rispettabile. La Torcia-Umana non avrebbe bisogno di pagare le bollette del gas e cucinerebbe direttamente sul piatto a tavola, e l’Uomo-Invisibile non pagherebbe mai un biglietto per entrare al cinema. E avete mai pensato a come sarebbe la vita dei vampiri nel loro quotidiano?

Breve presentazione
“What We Do In The Shadows” è una commedia in stile mokumentary, o meglio, falso reality, riguardo la vita di quattro vampiri che condividono lo stesso appartamento. Tutti gli inquilini hanno una caratterizzazione comica (persino Petyr, il più truce). Il documentario li mostra alle prese con i problemi di tutti i giorni che un comune vampiro deve affrontare. Dalla divisione delle faccende di casa, alle lamentele riguardo gli eccessivi spargimenti di sangue sul divano antico, o ancora sulle difficoltà di prepararsi per uscire senza potersi specchiare.

Di seguito la recensione divisa in cinque punti:
Trama;
Cosa funziona;
Cosa non funziona;
Perché vederlo;
Considerazioni finali.

Ma prima una veloce considerazione iniziale.

Considerazione iniziale
L’idea nasce nove anni prima con un cortometraggio omonimo: What We Do in the Shadows: Interviews with Some Vamipires (Cosa Facciamo nelle Ombre: Intervista con Qualche Vampiro) e da lì deve essersi sviluppata fino a prendere la forma di un lungometraggio.
L’idea è semplice, ma approfondita dagli autori e sviluppata in modo originale curando meticolosamente non solo la sceneggiatura, ma anche la realizzazione.
Una cura infinita che ha dato ottimi risultati.

Trama
Una troupe di cameramen vive alcuni mesi nell’appartamento condiviso da quattro vampiri che concedono loro il permesso di realizzare un documentario sul modo di vivere vampiresco.
Viago (T. Waititi) è un educato vampiro un po’ imbranato e riveste il ruolo della mammina della casa.
Vladislav (J. Clement) è il secondo vampiro più anziano della casa, un tempo molto potente, adesso provato nei suoi poteri dalle lotte avute con “La Bestia” suo nemico giurato.
Deacon (Jonny Brugh) è il vampiro più giovane con poco più di un secolo e mezzo. E’ scapestrato e va sempre in cerca di guai e capita passi la notte trasformato in cane ad accoppiarsi.
E infine Petyr (Ben Fransham), un millenario vampiro rispettato e temuto persino dai suoi coinquilini.
Le vicende principali riguardano: la ricerca da parte di Viago della sua innamorata umana a cui rinunciò anni addietro per lasciarle vivere una vita normale, ma di cui è ancora innamorato; i trascorsi misteriosi tra Vladislav e la Bestia; l’antipatia tra Deacon e il neo-vampiro Nick; le rivalità tra il gruppo di vampiri e quello degli educati lupi mannari; ed infine le vicende riguardanti un rubicondo umano chiamato Stu, che riesce a conquistare la simpatia dei vampiri e anche quella dei lupi mannari.

Cosa funziona
Una su tutte la sceneggiatura. La scrittura è veramente buona e ogni elemento è pensato per essere la preparazione per un nuovo evento, divertente o sorprendente. Nulla è stato lasciato rozzo e poco rifinito. Per le gag e le situazioni non c’è altro aggettivo se non geniale.
Gli scrittori, non che registi, interpretano anche i ruoli dei protagonisti principali e lo fanno molto bene.
Lo stile finto reality è davvero curato ed esagerato lì dove serve a creare l’effetto comico. (Interessante sapere che il copione non è stato fatto leggere integralmente agli attori, così da poter filmare le loro reazioni naturali agli eventi).
E credo di doverlo ripetere: la quantità di trovate geniali. Dalle bambine vampire, ovviamente adulte nell’animo dopo secoli di esperienza, che attirano con facilità i pedofili che poi uccidono per nutrirsi, alla servitrice aspirante vampira che organizza il banchetto per il suo padrone invitando i suoi vecchi compagni che odia, ignari che saranno loro il pasto, e moltissime altre che non voglio rovinarvi.

Cosa non funziona
Difficile a dirsi. Quando un film è così buono puoi fare solo ipotesi su cosa forse l’avrebbe potuta rendere ancora migliore.
Forse si poteva accentuare l’aspetto che vede situazioni orrende trattate con la massima naturalezza dai vampiri, che è un aspetto disturbante, che si intravede, ma che non si è voluto approfondire.
La trovata della “Bestia” poteva essere resa in modo meno banale.
La storia d’amore di Viago si sarebbe potuta far sentire con maggior trasporto.
E a voler essere pignoli, gli effetti speciali, quasi sempre ottimi, rovinano l’atmosfera di realisticità quando giungono alla levitazione dei vampiri, troppo evidentemente creata sollevando gli attori con le corde.

Perché vederlo
Perché è probabilmente una delle migliori commedie degli ultimi anni. Perché è sviluppata in modo abile e intelligente. Perché è un film talmente originale da non poter essere dimenticato e che consiglierete. Perché dopo questo film non c’è più nulla da dire sui vampiri.

Considerazioni finali
What We Do in the Shadows è uno dei film rivelazione del 2014, una commedia che sebbene possa non regalare risate rumorose, vi manterrà costantemente divertiti dalle situazioni improbabili, dai risvolti comici e dalle trovate geniali, organizzati in una ottima struttura narrativa. Consigliato davvero per chiunque.

Voto IMDb: 7,6
Voto Recensore: 7,5

IL NOME DELLA ROSA

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Titolo originale: Der Name der Rose
Anno: 1986, Italia | Germania dell’Ovest | Francia
Regia di: Jean-Jacques Annaud
Scritto da: Umberto Eco (romanzo), Andrew Birkin (sceneggiatura)

Sul finire dell’anno 1327, in un remoto monastero benedettino sito in una non meglio precisata località dell’Italia Settentrionale, alcuni monaci cominciano misteriosamente a morire. Presto il panico comincia a diffondersi come una malattia, e non passa molto prima che gli stessi monaci comincino a credere di essere di fronte ai segni dell’Apocalisse pornhub, che annunciano la venuta dell’Anticristo. Per far luce su questi misteri e tranquillizzare gli abitanti del monastero, l’abate ricorre dunque all’aiuto del frate francescano Guglielmo da Baskerville, ex inquisitore e uomo d’intelletto, noto per il suo acume e per la ferrea razionalità delle sue indagini, che si reca in visita al monastero in compagnia del suo giovanissimo novizio, Adso da Melk, bene intenzionato a gettare la luce della verità sulle numerose ombre che si aggirano fra i cupi, antichi corridoi di quei luoghi sperduti fra le montagne. Ciò che Guglielmo non sa e che, a dispetto del suo portentoso intelletto, non immagina neanche, è che i segreti custoditi da quelle spesse mura siano ben più gravi, e ben più importanti, della morte di alcuni monaci.

Da queste cupe, inquietanti premesse prende il via il film del 1986 “Il nome della rosa”, diretto da Jean-Jacques Annaud e liberamente tratto dal romanzo omonimo che il compianto Umberto Eco, prestigioso saggista italiano allora alla sua prima opera di narrativa, pubblicò per Bompiani nel 1980. L’omonimia delle due opere non deve trarre in inganno lo spettatore, però: si tratta infatti di due prodotti che, pur seguendo a grandi linee la stessa storia, e servendosi degli stessi personaggi principali, affrontano le vicende narrate in due modi completamente diversi; dove il romanzo di Eco si concentrava sulle disquisizioni filosofiche, teoriche e linguistiche, la pellicola di Annaud preferisce concentrarsi, per snellire la narrazione e renderla più fruibile ad un pubblico ampio e variegato, su un concetto molto più semplice, ovvero la contrapposizione fra due tipi di seduzione differenti, quella dell’intelletto, della smania di sapere, e quella del piacere, dell’amore carnale e del desiderio megasesso sessuale. Questa contrapposizione, che si inserisce nel quadro più ampio di una narrazione che si divide fra numerosi generi cinematografici diversi (giallo, thriller, gotico), fa da filo conduttore all’intera vicenda, incarnandosi nelle due anime opposte dei protagonisti, che pure, tramite l’amicizia che li lega, dimostrano che un connubio fra le due spinte è possibile, e che forse, anzi, rappresenta il punto massimo raggiungibile dall’animo umano.

Da un lato abbiamo infatti il razionale, quasi freddo Guglielmo da Baskerville, uomo estremamente intelligente, attento osservatore di fatti e persone, ma allo stesso tempo anche superbo, orgoglioso, ostinato e testardo nella necessità di dimostrare le proprie tesi, che ritiene sempre invariabilmente corrette e veritiere. Dall’altro, a lui si contrappone il giovane Adso, un animo più gentile, più empatico, più inesperto e innocente, vulnerabile pertanto alla più grande delle tentazioni, quella rappresentata dalla giovane contadina della quale ben presto si innamora, e con la quale finisce per consumare un rapporto sessuale ardente e appassionato (e questo nonostante la giovanissima età – appena sedici anni! – dell’attore Christian Slater quando interpretò il personaggio) che lascerà un segno profondo in entrambi i personaggi.

Così come Guglielmo è continuamente tentato dalla smania di sapere, dalla smania di assorbire in sé quanta più cultura possibile, e si dimostra spesso disinteressato a qualsiasi critica i suoi contemporanei possano muovere verso le opere di cui lui brama la lettura, Adso è continuamente tentato dalla ragazza di cui si è innamorato, dal desiderio di salvarla dal suo destino crudele, al punto da arrivare quasi a perdere di vista il vero obiettivo della sua presenza nel monastero benedettino in compagnia del suo maestro e mentore, pur di compiacere lei.

Annaud firma una pellicola ambiziosa, che pur semplificando di gran lunga la tesi del materiale di partenza, quando non decisamente sovvertendola, addirittura, mantiene intatto il suo sapore intellettuale, e non rinuncia alle atmosfere tipiche del cinema di genere: inquadrature oscure, claustrofobiche, inquietanti, che raggiungono il loro apice certamente nella descrizione dell’immenso e complicato labirinto-biblioteca all’interno del quale Guglielmo e Adso risolvono il mistero degli omicidi e scoprono la verità su chi trama nell’ombra per ripristinare sul monastero quel “terrore del divino” che si suppone debba preservare uno stile di vita modesto e pacifico, così come i dettami dell’ordine di San Benedetto impongono.

Il finale del film esplicita piuttosto chiaramente che si trattava fin dall’inizio di un tentativo destinato a fallire, e sono Guglielmo e Adso, alla fine, a trionfare, dopo avere unito le loro forze e messo da parte ciò che li tentava e rischiava di mandarli fuori strada, pur senza rinunciare del tutto a una piccola soddisfazione (Guglielmo riesce infatti a salvare alcuni libri dal rogo che devasterà il monastero, e Adso riesce a vedere la fanciulla di cui si è innamorato un’ultima volta, prima di abbandonarla per sempre).
Un’opera epica, inquietante, intrigante e conturbante nella maestria con cui mette a nudo l’intimità voglioporno più profonda dei personaggi di cui narra le vicende, destinata a restare impressa nella memoria di qualunque spettatore.

MALENA

su Culto/Italiani da
Malena

Anno: 2000, Italy | USA
Regia di: Giuseppe Tornatore
Scritto da: Luciano Vincenzoni e Giuseppe Tornatore
Cast: Monica Bellucci, Giuseppe Sulfaro, Luciano Federico

Mentre l’Italia entra in guerra, nei primi anni quaranta, un ragazzino riceve in regalo la sua prima bicicletta e posa gli occhi per la prima volta sulla donna che diventerà il suo primo grande amore, la sua passione, il suo sogno erotico, fino ai limiti di una vera ossessione. Quella donna è Maddalena, detta Malena, una splendida giovane moglie che con la sua sfolgorante bellezza turba non solo la pubertà del giovane Renato, ma l’intero paese. Basta che cammini per strada, anche se tiene gli occhi bassi e non rivolge la parola a nessuno, perché la sua avvenenza rimescoli i sensi agli uomini e innervosisca le donne.

Quando suo marito parte per la guerra nessuno crede possibile che una donna tanto bella possa restare sola: non serve a nulla che lei sia riservata e fedele, che pensi soltanto al suo Nino lontano, l’intero paese parla di lei. La concupiscenza degli uomini e la gelosia invidiosa delle donne diventano presto maldicenza, velenosa quanto falsa. Le cose peggiorano quando arriva notizia che il marito di Malena è morto: ora che è vedova e libera le voci su di lei diventano irrefrenabili. L’unico che crede in lei, nella sua onestà, è Renato che pur non riuscendo a smettere di spiarla in ogni momento, di sognarla, di farne l’oggetto delle sue sfrenate fantasie, la idealizza e la ama sempre di più e vorrebbe proteggerla, da tutto e da tutti.
Ma non potrà fare niente per evitare che, mentre la guerra infuria e arriva anche nel paese, Malena trovandosi del tutto priva di mezzi si trovi costretta a vendere la sua bellezza agli invasori tedeschi.
E nemmeno potrà evitarle la tremenda vendetta con cui le compaesane daranno sfogo a tutto il loro livore, mentre i compaesani assistono inerti alla atroce punizione.

Dovrà andarsene, Malena, e solo quando il marito creduto morto tornerà da lei potrà ritrovare non solo una certa serenità, ma anche un nuovo rispetto da parte dei concittadini. Renato, che l’ha amata e desiderata tanto, le rivolgerà la parola una sola volta e per pochi istanti, ma non riuscirà mai a dimenticarla.

Tornatore dipinge un affresco di luci e colori che racconta una Sicilia ormai sparita e descrive con tocco da maestro luoghi e momenti, da quelli più languidamente erotici a quelli terribili della guerra in corso, con le atrocità che Malena stessa dovrà subire.
Con un uso sapiente della camera – come in certi momenti in cui questa è all’altezza degli occhi e mentre la protagonista cammina per il paese lo spettatore cammina con lei, sentendo le voci che la circondano – riesce a tratti a fare realmente sentire lo spettatore immerso in prima persona in quel momento, in quel luogo, all’interno della vicenda.

La Venere che incanta non solo i protagonisti del film ma anche chiunque lo guardi è una Monica Bellucci al massimo del suo splendore, che affida l’interpretazione del suo ruolo pressoché interamente al suo fascino erotico: non pronuncia quasi parola, è il suo corpo che parla, e lo sguardo malinconico e spesso desolato dei suoi bellissimi occhi.

Non privo di momenti divertenti, è un film girato da un regista che conosce bene il suo mestiere e sebbene la narrazione non sia esente da luoghi comuni e da qualche eccesso da cartolina nella rappresentazione, riesce ad essere coinvolgente e a tratti commovente, grazie anche alla colonna sonora di un Morricone che non si smentisce mai. Se gli uomini resteranno avvinti dalle grazie della protagonista e dal suo prorompente eros, il pubblico femminile non potrà non essere colpito dalla storia di una donna che soffre e viene punita a causa della sua bellezza, quasi che questa anziché un dono sia in qualche modo una dannazione, una colpa da espiare.

PARLA CON LEI

su Festivals/Indie da

Titolo originale: Hable con ella
Anno: 2002, Spagna
Regia e sceneggiatura di Pedro Almodóvar
Cast: Rosario Flores, Javier Cámara, Darío Grandinetti

È una storia di ossessione quella che Pedro Almodóvar racconta in Parla con lei (2002), la storia di un’ossessione morbosa, totalizzante, non solo addirittura inconsapevole, ma anche giudicata con una certa indulgenza, una certa tenerezza, nel corso della lunga narrazione che, nell’arco di quasi due ore, porta lo spettatore a conoscere le strane vicende di Benigno (infermiere con alle spalle un rapporto di morbosa dipendenza dalla madre, interpretato da un perfetto Javier Cámara) e Marco (scrittore di guide turistiche che non ha mai davvero superato il fallimento del primo matrimonio, e che scopre nel corso della pellicola che, a sua insaputa, anche il secondo rapporto importante della sua vita, sul quale aveva puntato tanto, era già fallito anch’esso prima che se ne accorgesse).

All’indomani della scomparsa della madre, Benigno ha bisogno di qualcosa di nuovo, qualcosa che possa occupare il suo tempo e la sua mente come faceva prendersi cura di lei. Questo qualcosa diventa Alicia, giovane ballerina della scuola di danza proprio dall’altra parte della strada rispetto casa di Benigno. Lui la segue per giorni, perdutamente innamorato di lei anche se con lei non ha mai scambiato una parola, arriva perfino al punto di richiedere un appuntamento con suo padre (psichiatra), pur di avvicinarsi a lei, rivederla anche solo per un attimo. Poi qualcosa di drammatico succede, Alicia rimane coinvolta in un terribile incidente automobilistico che la lascia in coma, ed è Benigno, in quanto infermiere, a prendersi cura di lei per i successivi quattro anni. Il suo rapporto con la donna incosciente non è però quello che ci si aspetterebbe da un comune infermiere, è molto più intimo, abbraccia sfumature più romantiche: Benigno parla con lei, le racconta delle proprie giornate, dei propri incontri, fa tutto quello che lei gli aveva detto di amare, fra cui andare al cinematografo per assistere alla proiezione di bizzarre pellicole mute in bianco e nero, e di tutto ciò rende Alicia partecipe, senza rendersi conto che lei non può in alcun modo ricambiare questa partecipazione in modo attivo.

Frattanto, fra Benigno e Marco (costretto a frequentare lo stesso ospedale in cui il primo lavora quando la sua fidanzata, Torera, resta gravemente ferita nell’arena) nasce un’intensa amicizia. I due si supportano a vicenda, Benigno aiuta Marco a stabilire un rapporto prendiporno più affettuoso con la fidanzata e, quando la verità su Benigno viene fuori (Alicia si scopre essere incinta, ed è lui il colpevole), Marco lo sostiene fino all’ultimo, senza mai dubitare della sua innocenza, anche di fronte alla più cruda verità. Quando poi Benigno, stremato dalla reclusione e dalla nostalgia di Alicia, si toglie la vita in carcere, andando a piangere sulla sua tomba Marco gli rivelerà che Alicia, in seguito al parto, si è risvegliata, ed è tornata a vivere la sua vita. “L’hai risvegliata,” gli dice, parlandogli anche se lui non può ascoltarlo come Benigno faceva con Alicia, sottintendendo che sia stato anche merito suo se Alicia è riuscita a riprendersi dal coma.

L’ossessione morbosa, presentata senza filtri né veli, mai indorata, sempre esibita di fronte allo spettatore senza nessun tipo di pudore, è il centro emotivo e narrativo della vicenda: attorno a questo concetto ruota tutta la pellicola, sia nella storia che narra sia nell’esposizione formale, nelle scenografie che si alternano, gli ambienti chiusi e asfittici dell’ospedale, della prigione e del teatro contrapposti a quelli abbaglianti, aperti e ariosi degli esterni (la terrazza nella quale Benigno ama portare Alicia a “prendere aria”, l’arena, la spiaggia), ma soprattutto quella che è la vera perla del film, un minuscolo “film nel film”, muto e in bianco e nero, in cui un uomo un po’ in carne fa da cavia per il siero sperimentale della fidanzata scienziata Amparo (una splendida lupoporno Paz Vega), siero che dovrebbe aiutarlo a dimagrire e che invece finisce per “restringerlo” sempre di più, rendendolo alla fine così piccolo da essere in grado di introdursi dentro di lei, in una metafora del ritorno all’utero materno che viene poi esplicitata ulteriormente dalla gravidanza di Alicia, e che è il vero nocciolo di tutto il personaggio di Benigno.

Almodóvar porta sul grande schermo una storia scabrosa narrata certo con più indulgenza rispetto al precedente Légami! (1990) o al successivo La mala educación (2004), che pure ruotavano attorno allo stesso concetto (l’ossessione morbosa e le sue conseguenze sia per chi compie gli atti deplorevoli di cui quest’ossessione è la causa, sia per chi ne rimane vittima), ma che resta comunque un racconto crudo, a più riprese inquietante, sottolineato da artifici cinematografici che sono ormai da anni la cifra stilistica di un regista che, pur controverso e non per tutti i palati, resta comunque uno dei migliori e più rilevanti (se non il migliore e più rilevante) regista spagnolo xvideos del nostro tempo.

CRIMSON PEAK

su Horror da

Anno: 2015, USA | Canada
Regia di: Guillermo del Toro
Scritto da: Guillermo del Toro, Matthew Robbins
Cast:  Mia Wasikowska, Jessica Chastain, Tom Hiddleston

Della storia “gotica” Crimson Peak ha tutti gli ingredienti: l’atmosfera vittoriana, la grande villa lugubre, la giovane orfana che incontra e sposa il misterioso e inquietante avventuriero, una castellana ostile, fantasmi, delitti e furia degli elementi.
Guillermo del Toro li miscela arroventandoli al calore del suo talento visivo e visionario, creando un film che è in bilico tra l’horror e il melodramma e in una sorta di rivisitazione paranormale della fiaba di Barbablù rimanda tanto alle atmosfere di H. P. Lovecraft quanto all’ Hitchcock di “Rebecca la prima moglie”.

La storia è quella di Edith, rimasta orfana di una madre morta di colera che fin da subito è tornata a trovarla sotto forma di fantasma per darle spaventosi quanto misteriosi avvertimenti.
Crescendo la giovane, aspirante scrittrice di romanzi che a dispetto del suo editore tendono più all’horror che al rosa, non si trova a suo agio nella società del suo tempo che la vorrebbe solo bella ragazza da marito e le strane visioni che la perseguitano la rendono strana agli occhi dei suoi conoscenti. Ma la sua inquietudine trova un oggetto quando incontra l’attraente baronetto Sir Thomas Sharpe che sembra non avere timore delle sue stranezze, di cui si innamora.

Il padre, che disapprovava il fidanzato, muore in circostanze misteriose e Edith dopo il matrimonio si ritrova trasportata in un antico, inquietante maniero costruito sopra una cava di argilla rossa che lo sta inghiottendo, in compagnia del marito e della sua sorella maggiore che non sembra mostrare alla giovane sposa la minima simpatia.

Edith dovrà scoprire con orrore la vita nascosta in quella tetra dimora, dovrà fare i conti con presenze oscure venute dal passato e spaventosi segreti che diverranno per lei una tragica, terribile minaccia.
Non è certo un intreccio particolarmente originale quello scelto da Del Toro, come non lo è l’ambientazione del cupo maniero nei primi del ‘900. E la trama, con il suo susseguirsi di sorprese e spaventi, con la sua folla di spettri dalle orrende fattezze, non ha bisogno di soffermarsi a delineare con troppa cura le psicologie dei personaggi che infatti risultano fin troppo schematiche.

Al regista preme soprattutto l’aspetto visuale, curato maniacalmente nelle sontuose, immaginifiche scenografie, nella elaborazione dei costumi, nel codice cromatico studiato fin nei dettagli, nella composizione grafica e fotografica che ha momenti di immaginazione sbalorditiva.

Il film è una vera festa per gli occhi, servito da trovate visive di grande impatto anche quando restano sullo sfondo, come l’onnipresente argilla rossa che trasuda dai muri o un buco nel soffitto attraverso cui cade la neve, ma l’indubbiamente potente immaginario del regista non è supportato da una scrittura all’altezza e la sceneggiatura è più debole che in altri suoi lavori.

Così come il rapporto tra il reale e il fantastico, l’equilibrio tra il folle spettrale e l’umano che erano raggiunti nel precedente “Il labirinto del fauno” qui stentano a trovare una armonia, e l’apparente indecisione tra l’horror e il melodramma, tra la fiaba nera e il romance passionale, tra l’immaginazione fiabesca e la crudezza realista di alcune scene soprattuto nel finale, rendono la narrazione incerta e a tratti poco convincente.

La protagonista, Mia Wasikowska nei panni di Edith, se la cava bene e sembra nata per aggirarsi atterrita al lume di candela nei corridoi di lugubri castelli, mentre altrettanto non si può dire degli altri due protagonisti, Tom Hiddleston e Jessica Chastain che interpretano Thomas e Lucille Sharpe, troppo sovraccarichi e enfatici, quasi ai limiti del grottesco.

Una fiaba gotica che non arriva ad essere mai troppo terrificante, il cui merito non sta certo nella tensione o nel batticuore, ma dal cui incanto visivo ci si può lasciare trasportare con piacere, godendosi immagini che restano a lungo negli occhi.

ORIGINAL SIN

su Erotici da

Anno: 2001
Regia: Michael Christofer
Sceneggiatura: Michael Christofer
Cast: Antonio Banderas, Angelina Jolie, Thomas Lane, Jack Thompson, Allison Mackie
Il film che vede protagonisti, per la prima volta insieme sullo schermo, Antonio Banderas (prima che si mettesse a fare il mastro fornaio) e Angelina Jolie, è in realtà un remake di un bellissimo film francese, La mia droga si chiama Julie (La Sirène du Mississipi) del 1969 di François Truffaut. Nella versione originale, la donna che diventa l’ossessione di Jean-Paul Belmondo era Catherine Deneuve. Entrambe le versioni cinematografiche sono state a loro volta tratte dal romanzo Vertigine senza fine di William Irish.

La storia si incentra sul rapporto d’amore tra il protagonista, un importante e ricco mercante di Cuba che instaura una relazione epistolare a scopo matrimonio con una donna, la invita sull’isola per poterla finalmente incontrare e quindi sposare. Quando al suo arrivo si presenta l’affascinante e sensuale Angelina Jolie questo ne rimane subito stupito poiché si aspettava una donna ben diversa. Lei si presenta come una donna che non voleva mostrarsi per quella che era per paura che i suoi sentimenti verso di lei non fossero sinceri. Da qui, complice la bellezza e il fascino della donna, Banderas accetta la sua versione dei fatti. Ma via via che il film prende forma, il dubbio comincia a farsi strada nel suo cuore. La donna con cui si era scritto e si era aperto anima e cuore non sembra rispecchiarsi completamente nella bellissima donna che adesso ha per moglie. La passione che scoppia immediatamente tra i due è palpabile e si trascrive sullo schermo cinematografico con immagini e un uso della macchina da presa che tiene lo sguardo dello spettatore incatenato alla coppia. La chimica tra i due è infatti ben visibile fin da subito (come dimenticare la scena in cui fanno l’amore sul letto tra le bianche e candide lenzuola ripresa dall’alto, con la macchina da presa che si muove come se fosse posizionata sulle pale del ventilatore del soffitto e lo spettatore fosse una piccola mosca che in quel momento, così privato, spia la loro intimità).

Quando i dubbi diventano ormai certezze nella mente del personaggio di Banderas (le cicatrici strane sul corpo della moglie, l’arrivo della sorella della vera donna che avrebbe dovuto sposare e il ritrovamento del corpo morto di lei etc etc), lui è ormai succube dell’amore e della passione per questa donna che è carica di un erotismo senza pari, si mette contro tutti pur di difenderla. Per quanto poi il cambio di identità sembra loro condurre al lieto fine, in realtà una passione travolgente come la loro non può che portare ad un finale unicamente tragico. A differenza dell’originale, che ha un finale diverso, qui lei, che è la voce narrante del film, rimane vittima del suo stesso inganno ed innamorata senza modo di salvarsi, avvelena in modo involontario il suo amante e per questo viene imprigionata e condannata a morte.

Il film che di fatto è realizzato come un lungo flashback raccontato da lei, alla fine ci mostra che loro sono in realtà nuovamente insieme perché lui non è morto e lei alla fine è riuscita a fuggire. Lo sguardo in macchina di Banderas, alla fine del film, che si rivolge a lei, ma anche allo spettatore è la dichiarazione dei suoi veri sentimenti.

Il colpo di scena finale, all’ultimo secondo dà allo spettatore la speranza che anche una passione carnale e viva come quella dei due protagonisti può avere un finale diverso da quello che ci si potrebbe aspettare e il regista gioca una partita intrigante tra i due che, tra inganni e menzogne, alla fine si scoprono essere uguali e che in fondo, anche il personaggio maschile, così debole e perbene, se stimolato dalla passione, può rivelarsi letale come la donna.

Nel complesso merita una visione anche l’originale sebbene sia ambientato in epoca diversa (in questa edizione di Christofer l’azione si svolge nella Cuba dell’Ottocento) in modo da poter fare un confronto su come la tematica del sesso pornhub e della dipendenza (in fondo per una volta la traduzione italiana del titolo di Truffaut non è del tutto fuori luogo, poiché la donna diventa davvero come una droga per il protagonista) viene affrontata in maniera diversa dai due registi.

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